Killing me softly. Analisi critica del soft power cinese in Italia

In by Simone

La Cina si appresta a diventare la prima economia al mondo. Nel frattempo, è impegnata in una campagna globale – a colpi di pennello e di kungfu – per la promozione del suo soft power. Da Bruce Lee agli Istituto Confucio, una panoramica dell’influenza crescente che la Repubblica popolare esercita sul nostro paese.
Il termine soft power, coniato negli anni novanta da Joseph Nye per descrivere l’abilità di un potere politico di persuadere, convincere e attrarre altri paesi attraverso la propria cultura, i propri valori o le proprie istituzioni politiche, era inizialmente usato in riferimento alle strategie che gli Stati Uniti avrebbero dovuto adottare per promuovere la loro influenza globale, in contrapposizione all’uso della forza militare (hard power).

Nonostante l’origine del concetto sia americana, la Cina vanta una lunga esperienza nell’uso della propria cultura e valori tradizionali come strumenti per estendere la sua influenza a paesi stranieri – basti pensare al ruolo che il confucianesimo ha svolto in paesi come il Giappone e la Corea –, così come nel plasmare culturalmente quei popoli che, nel corso della sua storia, l’hanno conquistata, in quello che viene definito dagli storici “processo di sinizzazione”.

Ciò si è verificato anche in tempi più moderni. Già a partire dagli anni Cinquanta, Mao Zedong, cavalcando l’interesse occidentale per il misterioso Oriente, sfruttò il fascino esotico della medicina tradizionale cinese – sistematizzata dal regime comunista – per favorire le relazioni internazionali. In quegli stessi anni, cominciò l’opera di divulgazione all’estero della pratica psico-fisica che va sotto il nome di qigong.

Nel corso degli anni Settanta, mentre il paese usciva dalla Rivoluzione Culturale, si assistette al graduale abbandono del maoismo e a un travagliato recupero delle tradizioni e radici culturali. I cambiamenti nella politica interna portarono, inoltre, ad una maggiore apertura verso il mondo esterno, con la ripresa dei rapporti con gli altri paesi.

Per quel che riguarda la promozione culturale a livello internazionale, si registra a partire dagli inizi degli anni Ottanta una nuova fase, contraddistinta – sulla scia del successo globale di Bruce Lee – dalla diffusione delle arti marziali e dalla riappropriazione e valorizzazione del “marchio” Shaolin, il cui tempio, – reso famoso in occidente dalla serie americana “Kungfu” (1972-75), interpretata da David Carradine -, è storicamente considerato come la culla delle arti marziali cinesi.

Dopo la morte di Mao e la caduta della Banda dei Quattro, nel 1976, i nuovi dirigenti cinesi”, – racconta Tiziano Terzani, nel libro La Porta Proibita (1984) –, “si resero conto che il kung fu era una vera miniera d’oro e che era assurdo lasciarla sfruttare ad altri i quali, dopotutto, non avevano neppure il tempio di Shaolin. Fu così che Pechino decise di investire denaro per la riparazione e la riapertura del tempio, che alcuni monaci vennero ripescati, riabilitati e rimessi a vivere a Shaolin”. Non è un caso che a pochi anni di distanza sarebbe uscito il film “Shaolin” (1982), con protagonista un giovanissimo Li Lianjie (Jet Li). Sorte simile è toccata anche al taijiquan, l’altro stile di arti marziali cinesi oggi maggiormente conosciuto in Occidente.    

Negli ultimi trent’anni la Cina ha registrato un’enorme crescita economica, da cui è derivato anche un maggiore peso della nazione sulla scena mondiale. Ciò spiega la volontà dei leader attuali di dare nuovo lustro all’immagine del paese. Questi sforzi sono condotti su diversi livelli ed è difficile prenderli in considerazione tutti in maniera esaustiva: si passa, ad esempio, dai 380 Istituti Confucio aperti nel mondo a una maggiore presenza internazionale dei suoi film.

Ma si può citare anche la recente notorietà raggiunta da alcuni suoi artisti di spicco, o i tentativi di aumentare la popolarità di applicazioni per smartphone portati avanti dalle sue aziende – un esempio su tutti è la campagna pubblicitaria di Tencent per WeChat, che vede protagonista Lionel Messi. Le politiche per la promozione del soft power includono, inoltre, scambi culturali e accordi tra università; ma, anche, una rinnovata spinta nella promozione delle discipline tradizionali, come lo stesso taijiquan. Tra i propri testimonial all’estero, il paese si serve, inoltre, dei panda, che il governo cinese dona in segno di amicizia nelle relazioni diplomatiche. 

Quest’opera capillare di promozione di una immagine più accattivante della Cina, che si è rivelata complessivamente di successo, nel nostro paese deve, però, fare i conti con tutta una serie di problemi, legati soprattutto all’idea che gli italiani hanno del paese estremo orientale.

In generale, la Cina e i cinesi non godono, infatti, di una reputazione molto positiva in Italia. Come sottolinea Margherita Sportelli – docente di Lingua e Cultura cinese dell’Istituto Italo Cinese e della Fondazione Italia Cina (Milano) -, quando gli italiani pensano alla Cina e ai cinesi tendono ad associarvi soprattutto idee negative, come “contraffazione, concorrenza sleale, mafia cinese, corruzione”.

L’affermarsi di certi stereotipi è dipeso da numerosi fattori, tra i quali figura anche il tipo di informazioni riportate dai media. Se si analizza, ad esempio, il modo in cui la Cina è stata generalmente presentata dai mezzi di informazione nazionali fino a non molto tempo fa, si riscontra una certa tendenza a mettere in particolare risalto le notizie negative che la riguardano.

Limitandosi a constatare in maniera oggettiva – senza entrare in quelle che sono le motivazioni sottostanti – che questa è stata la linea editoriale più diffusa negli ultimi vent’anni, è possibile ipotizzare che essa abbia contribuito a creare nell’immaginario collettivo un’idea della potenza asiatica che tutto è tranne che positiva o rassicurante. A onor del vero, va comunque detto che tale tendenza sta lentamente cambiando – prova ne è il sempre maggiore spazio mediatico concesso al “fenomeno Cina”, in particolare dopo il 2008, anno dei Giochi Olimpici di Pechino e dell’inizio della crisi finanziaria mondiale.

Tenuto conto del clima di diffidenza che ancora circonda le “cose cinesi” in Italia, viene da chiedersi quali siano le reali possibilità per la Cina di vedere realizzate le sue ambizioni nel nostro paese. Riuscirà la Cina a “conquistarci” con la sua cultura?     

L’opera di propaganda del soft power cinese avviene, come anticipato sopra, su diversi livelli e attraverso differenti canali. Per quel che concerne l’informazione, è Radio Cina Internazionale (CRI) il principale organo incaricato – attraverso il suo sito web, una web radio e grazie alla collaborazione di Radio Globale, una radio italiana sponsorizzata da CRI – di diffondere in lingua italiana le posizioni ufficiali della Repubblica popolare e di presentare, con alcuni programmi tematici, usi e costumi tradizionali cinesi.

Tuttavia, per quanto la radio abbia cercato di rinnovarsi negli ultimi anni, si riscontra ancora una certa distanza tra i contenuti proposti e quelli che possono essere i gusti e le esigenze di un pubblico italiano, a partire dallo stile con cui gli articoli sono scritti. Confrontando, ad esempio, quanto pubblicato sul suo sito e le critiche mosse nel 1960 da Marisa Musu – una delle primissime italiane a lavorare in quella che, all’epoca, si chiamava Radio Pechino – si ha il sospetto che  le sue lamentele siano ancora attuali, nonostante siano trascorsi più di cinquant’anni.
         
Nel 1960 Radio Pechino inizia trasmissioni in italiano e il Pci invia esperti a offrire assistenza, […]in una lettera al partito del 1960, [la Musu] lamenta che il sistema in cui lavora è rigido, accentrato, inflessibile. Riceve dei testi da tradurre in italiano per i quali non ha la minima libertà di interpretazione. Non le viene permesso, ad esempio, di inserire la parola «isola» prima di Taiwan per rendere il significato più chiaro all’ascoltatore italiano. Ogni minima modifica, perfino una virgola da levare o aggiungere, doveva ottenere l’approvazione dei livelli superiori. La Musu vorrebbe del materiale propagandistico cinese più adatto all’Italia”.  (Tratto da Mario Filippo Pini, Italia e Cina, 60 anni tra passato e futuro, L’Asino d’Oro, Roma, 2013).

Per quanto la Cina di oggi sia molto diversa da quella dei primi anni Sessanta, gli organi di propaganda ufficiali rimangono ancora resilienti al cambiamento e CRI, facendo capo al Ministero della propaganda cinese, non è di certo esente da queste dinamiche.

Del tutto diversa sembra essere la situazione dei dieci Istituti Confucio presenti su territorio italiano. Grazie alla loro offerta formativa e culturale diversificata, tali istituti cercano di stimolare l’interesse verso la Cina e di far conoscere meglio questo paese anche ai non addetti ai lavori, contribuendo così a migliorare l’immagine del gigante asiatico nel nostro paese e, nel lungo termine,  favorire – anche se indirettamente – una maggiore integrazione delle comunità cinesi residenti in Italia.

Da quanto riferisce il prof. Paolo De Troia – direttore dell’Istituto Confucio di Roma -, “l’Istituto organizza corsi di lingua cinese di ogni livello, dal principiante assoluto al cinese giornalistico, dalla conversazione ai corsi per diplomatici e corsi specifici tailor-made”. Dal 2006 a oggi, il numero di persone che frequenta i corsi organizzati dall’Istituto di Roma è cresciuto in maniera costante. “Al momento ci sono circa 800 persone l’anno che si iscrivono ai corsi del nostro istituto. Se contiamo anche i corsi tenuti nelle scuole e altre sedi arriviamo a circa 2500 iscritti annui”.

Oltre alle attività direttamente legate all’insegnamento della lingua – corsi, esami HSK per il riconoscimento del livello, viaggi in Cina e borse di studio -, prosegue il direttore De Troia, “l’Istituto organizza, sponsorizza e patrocina eventi culturali, come rassegne cinematografiche, mostre di calligrafia e pittura di artisti cinesi e italiani, danza, musica classica e moderna, conferenze sulla cultura cinese e convegni scientifici”, coinvolgendo con le sue attività un vasto pubblico che include “studenti universitari di studi orientali o di facoltà diverse, ma anche studenti medi, professionisti di ogni settore e, perfino, pensionati”.

Per quel che riguarda invece il cinema, si è registrata negli ultimi anni una presenza sempre più massiccia di film cinesi nei principali festival internazionali e nazionali – la presenza di film cinesi è fortemente aumentata, ad esempio, alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, in particolare sotto la direzione targata Marco Müller (2004-2011). Ai festival si aggiungono le varie rassegne sul cinema asiatico, a cui la Cina partecipa sempre con diverse opere. Tuttavia, per quanto il cinema d’autore alimenti il soft power cinese, solitamente esso non rispecchia l’immagine che il paese vuole dare di sé, come testimoniato dal fatto che queste pellicole sono spesso oggetto di censura in patria.

Diverso è il destino dei film commerciali. Sono infatti ancora poche le pellicole cinesi che raggiungono le nostre sale – di norma solo i film più famosi – e ancora meno sono quelle che fanno registrare incassi degni di nota. Per quanto riguarda la televisione, sono soprattutto i film di kungfu o i wuxiapian – i cosiddetti film di “cappa e spada” – ad essere messi in programmazione sulle reti nazionali.

E sono probabilmente proprio le arti marziali a riscontrare, ancora, il maggiore successo in termini di diffusione nel nostro paese. Maggiore diffusione non è, tuttavia, sempre sinonimo di maggiore qualità. Come fa notare il maestro Angelo Rossi, – 6° duan riconosciuto dalla Chinese Wushu Association (C.W.A.) e fondatore della scuola Luoxi Wushu di Roma –, “la strategia adottata per la diffusione delle arti marziali cinesi ha fatto leva, in Italia come in altri paesi occidentali, soprattutto sulla costruzione di miti e sulla riproduzione di certi aspetti della cultura tradizionale enfatizzati dai film. Sebbene tali elementi non siano, in realtà, distintivi delle sole arti marziali, molti appassionati si avvicinano a queste discipline poiché attratti dall’idea romantica che la loro rappresentazione cinematografica ha contribuito a creare nell’immaginario collettivo”.

Se da un lato ciò indica che la strategia utilizzata dalla Cina ha funzionato”, – prosegue il maestro Rossi -, “producendo gli effetti desiderati a livello di influenza culturale, dall’altro ha dato vita ad un fenomeno di sovrapposizione – e, talvolta, di completa sostituzione – tra realtà filmica e quella che dovrebbe essere una pratica corretta. Il paradosso è che, in questo settore, il successo – se misurato in termini di numero di allievi – è spesso dettato più dalla capacità di saper riprodurre quell’idea di arte marziale veicolata dai film, piuttosto che dalle effettive competenze tecniche di chi insegna. Il tutto a discapito della qualità e di un sano sviluppo della disciplina”.

Queste considerazioni possono essere estese, più in generale, a quella che è la strategia adottata dalla Cina per la diffusione della propria cultura all’estero – e, in molti casi, anche dentro i suoi stessi confini. Sebbene ci siano eccezioni – come nel caso degli Istituti Confucio -, di norma ad essere proposta è una versione “semplificata” di essa, che si limita agli aspetti più folkloristici, “confezionati” in modo da risultare di più facile fruizione per un vasto pubblico.

Come si è visto questa efficiente strategia di marketing ben si sposa con il più generale obiettivo di ampliare il soft power del paese. Tuttavia, la realtà cinese – anche se ci si limita alla sola sfera culturale – è ben più complessa dell’immagine impressionistica che la Cina vuole dare di essa. Per questo motivo, prendendo a prestito i versi di un noto poeta di epoca Tang, “chi desidera andare più lontano con lo sguardo, dovrà salire ancora di un piano sulla torre”.

* Piero Cellarosi, sinologo e “sinofilo”, è un esperto in sviluppo umano e sicurezza alimentare. Ha lavorato in un progetto finanziato dall’International Fund for Rural Development (Ifad) delle Nazioni Unite dal 2008 al 2009 come Project Adviser e Food Security consultant nel corso delle fasi svolte in Cina di design, sviluppo e testing del Multidimensional Poverty Assessment Tool. Ama la filosofia e le arti marziali cinesi.