India – Stop alla legge sul dissenso online

In by Gabriele Battaglia

La Section 66A, introdotta nel 2000 per regolamentare la Rete in India, prevedeva che chi offendesse sui social network chicchessia su internet potesse essere messo preventivamente in galera. La Corte suprema ha cancellato quella legge. Non prima di aver però dato un ultimatum al governo: "o la cambiate o la cancelliamo". Alla fine l’hanno cancellata.Fino a due giorni fa se un utente indiano avesse scritto una frase tipo "A Rahul Gandhi gli puzzano le ascelle" sui social network, grazie alla sezione 66A dell’Information Technology Act, poteva vedersi alla porta in tempi molto brevi un paio di agenti di polizia pronti a metterlo in manette, reo di aver "offeso" chicchessia su internet. Ora, finalmente, non sarà più così. E l’esempio delle ascelle è un’iperbole fino a un certo punto.

La sezione 66A, introdotta nel 2000 dal governo guidato dall’Indian National Congress all’interno della legge sulla regolamentazione della Rete in India, prevedeva infatti che chiunque si sentisse offeso o minacciato da un contenuto online (o da un sms), potesse denunciare l’estensore del contenuto agli organi di polizia che a loro volta, secondo la propria interpretazione del termine "offesa" o "minaccia", avevano il potere di procedere all’arresto preventivo. Una volta in custodia, sarebbe iniziato l’iter legale classico che, in caso di condanna, prevedeva una pena detentiva fino a tre anni.

La formulazione della 66A si può tradurre, più o meno letteralmente, in questo modo:

Chiunque invii, tramite computer o altro supporto tecnologico
a) qualsiasi informazione esageratamente offensiva o di carattere minaccioso, o

b) qualsiasi informazione sapendola falsa, ma con l’intento di provocare fastidio, pericolo, ostruzione, insulto, danno, intimidazione criminale, odio o ostilità facendo uso del mezzo tecnologico o,

c) email o messaggio elettronico (video, audio, immagine, testo, ndr) con l’intento di procurare fastidio o disturbo o inganno o raggiro al destinatario o oggetto di tale messaggio, sarà passibile di pena detentiva fino a tre anni e pena pecuniaria.

Il testo, così formulato, ha permesso negli ultimi anni di piegare la legge ad usi squisitamente personali, arrestando cittadini indiani colpevoli di esprimere il proprio dissenso online. Si va dal professore universitario che aveva inoltrato un fumetto satirico contro la chief minister Mamata Banerjee, all’imprenditore che su Twitter aveva scritto che il figlio del più volte ministro P. Chidambaram (Congress) – secondo i media – si sarebbe messo in tasca più soldi dell’eclettico marito di Priyanka Gandhi, Robert Vadra, fino a due ragazze di Mumbai che, nel giorno della morte del Supremo della formazione politica estremista di destra Shiv Sena (Bal Thackeray), si erano lamentate su Facebook dello sciopero forzato imposto su tutta la città dagli sgherri fascio-induisti affranti dalla morte (per cause naturali) del loro leader. (Elenchi più estesi degli episodi in cui si è ricorso allla 66A sono disponibili qui e qui).

In tutti questi casi la polizia ha proceduto all’arresto, valutando i contenuti dei vari messaggi come "offensivi" nei confronti di leader politici, grazie a una formulazione della legge che lasciava ampia discrezionalità alla sensibilità del pubblico ufficiale in materia di offesa percepita.

Un gruppo di attivisti per la libertà di espressione nel paese, subito dopo l’arresto delle due ragazze a Mumbai, fecero partire una petizione per chiedere l’abrogazione della 66A in Corte suprema, considerandola lesiva della libertà d’espressione sancita in India dalla costituzione. Due giorni fa i giudici della Corte hanno deliberato che sì, la 66A così formulata era diventata uno strumento arbitrario nelle mani dei potenti per silenziare il dissenso online.

La sezione era "troppo vaga" e quindi "incostituzionale", secondo la Corte, che ha dato un ultimatum di una settimana al governo in carica per chiarire la propria posizione rispetto alla 66A: o la cambiate oppure, entro una settimana, noi la cancelliamo.

La svolta è stata accolta entusiasticamente da tutti: sia da chi difendeva la libertà d’espressione nel paese, sia da chi quella legge fino all’altroieri l’aveva usata per proteggersi dalle critiche. I giornali indiani notano che se oggi tutti i politici si sono allineati alle opinioni della Corte suprema (a riprova della sacralità dell’istituzione in India), dal 2000 le richieste di modificare il testo della 66A erano state sistematicamente rigettate da tutti i governi che si sono succeduti in India. La legge, anzi, era stata giustificata come misura necessaria per combattere gli episodi di stalking e violenze virtuali contro le donne.

Aggiungere altro sarebbe superfluo. 

[Anche su East online; foto credit: eastonline.eu]