India – Record di suicidi: morire di solitudine

In by Simone

Un rapporto dell’Oms indica l’India come il primo paese per suicidi al mondo. Non solo contadini ridotti al latsrico dagli usurai, ma giovanissimi incapaci di affrontare la pressione dell’Indian Dream e mogli malmenate. Tutti accomunati da uno stesso filo conduttore: la solitudine.
Secondo uno studio dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), reso pubblico lo scorso 4 settembre, l’India detiene il primo posto al mondo per suicidi.

Il rapporto, che ha analizzato dati e statistiche raccolti in un lasso di dieci anni, indica che nel 2012 in India si sono registrati 258.075 suicidi – 158.098 uomini e 99.977 donne – su un totale, a livello mondiale, di 804.000. Significa che di ogni tre persone che decidono di togliersi la vita – tragedia che avviene, secondo l’Oms, ogni 40 secondi – una è di nazionalità indiana.

L’analisi nuda e cruda delle statistiche è ancora più allarmante e impietosa, soprattutto prendendo in considerazione l’età dei morti suicidi. Nella fascia tra i 19 e i 29 anni, l’India mostra una delle incidenze più alte al mondo: 35 suicidi ogni 100mila abitanti (in Italia siamo intorno a 5/100mila). Un problema enorme che, accusa l’Oms, purtroppo non gode dell’esposizione mediatica che meriterebbe, paragonandolo ad altre cause di morte molto più raccontate come gli incidenti stradali, complicazioni durante il parto, Aids.

Il suicidio può essere prevenuto utilizzando un’arma estremamente efficace: la parola.
È il caso del Giappone dove, nel 1998, a seguito della crisi finanziaria dell’anno precedente, il tasso di suicidi nel paese aumentò vertiginosamente fino a toccare i 32mila casi, quasi il 50 per cento in più. L’inversione di tendenza avvenne grazie all’abbattimento del tabù, iniziando a parlare di suicidi sia come problema di salute ma, soprattutto, come questione da inserire all’interno di dinamiche culturali, sociali, economiche. Nel 2012, per la prima volta dal 1998, i suicidi in Giappone sono scesi sotto la soglia dei 30mila.

Il caso indiano è però particolarmente complicato, come emerso qualche anno fa da un altro studio condotto dalla rivista medica The Lancet, affidato al dottor Vikram Patel, professore di igiene mentale alla London School of Hygiene and Tropical Medicine.

Patel e il suo team hanno evidenziato l’inadeguatezza della risposta governativa all’emergenza suicidi che in India, ad esempio, stando ai dati del 2010 è la causa del doppio delle morti di Aids. Il tabù del suicidio, che per il codice penale indiano è ancora un reato (ovvero, se si sopravvive a un tentato suicidio si rischia fino a un anno di carcere), condanna la popolazione indiana a una sostanziale assenza di efficaci misure preventive e di sensibilizzazione.

Nel paese se ne parla sempre in funzione di altro, individuando una serie di problematiche reali come le violenze domestiche, l’eccessiva pressione sociale per i giovani rampanti cresciuti nell’Indian Dream e catapultati in un mercato del lavoro che non corrisponde alle aspettative di grandeur strombazzate dai governi del boom economico, la morsa dell’usura per i contadini, esposti all’insicurezza economica di condizioni atmosferiche estreme, infrastrutture medievali, margini di profitto ridotti al minimo dal monopolio degli intermediari.

Senza contare la depressione, uno dei mali della modernità che in India viene ancora largamente assimilato ad una malattia mentale, “curato” con l’indifferenza o mettendosi nelle mani di truffatori travestiti da santoni.

Le soluzioni indicate da Patel mirano ad arginare il problema nell’immediato: “Se si riuscisse a ritardare l’impulso di togliersi la vita rendendo difficile l’accesso immediato e sconsiderato a medicine e pesticidi, si può iniziare a cambiare la testa della gente” ha dichiarato Patel in un’intervista pubblicata dal Business Standard nel 2013.

Il riferimento ai pesticidi è centrale. La stragrande maggioranza dei suicidi avviene infatti nelle zone rurali, dove i tassi di disoccupazione e di occupazione nel settore agricolo sono più alti. Lontano dalle città, acquistare diserbanti e farla finita nell’indifferenza generale è tremendamente semplice. Come illustrato efficacemente dalla giornalista Indulekha Aravind, nelle campagne indiane ci si può togliere la vita ingerendo un pesticida per formiche venduto in ogni emporio del paese per 35 rupie (intorno ai 40 centesimi di euro).

In attesa che le condizioni socioeconomiche del paese migliorino a tal punto da spazzare via le condizioni di estrema indigenza delle campagne, Patel sostiene che una campagna di prevenzione promossa dal Ministero della Salute possa almeno bucare il muro di omertà che circonda chi è affetto da depressione o chi, semplicemente, si sente solo. Soprattutto tra i giovanissimi.

Sempre su Business Standard, Anita Gracias – volontaria a Sahai, una linea di supporto telefonico gratuito inserita in un programma di prevenzione suicidi – ha spiegato: “La maggior parte delle persone che chiama ci chiede dove possano andare per fare amicizia, per parlare con qualcuno. E l’età di chi chiama si sta abbassando sempre di più”.
Di tutte le telefonate ricevute in dieci anni di volontariato, ha spiegato Gracias, il ragazzo più giovane aveva 15 anni.

[Scritto per il Fatto Quotidiano online; foto credit: daycody.com]