Domenica 15 dicembre a Nuova Delhi la repressione del dissenso governativa ha superato l’ennesima linea rossa, spostando ancora un po’ più in là il confine di cosa sia lecito o meno fare nella più popolosa democrazia del mondo. Di certo, non la più grande.

DA GIORNI IL PAESE era attraversato da proteste di piazza organizzate da studenti universitari, organizzazioni politiche vicine all’Islam, opposizioni e semplici cittadini furiosi, in seguito alla conversione in legge di una controversa proposta avanzata dal partito nazionalista hindu Bharathiya Janata Party (Bjp): si chiama Citizen Amendment Act (Caa) e agevola la richiesta di cittadinanza di immigrati irregolari provenienti da Afghanistan, Bangladesh e Pakistan, a patto che non siano di fede musulmana.

La nuova legge, secondo gli oppositori del Bjp, è di fatto l’appendice di un’altra legge che il governo di Narendra Modi ha intenzione di introdurre al più presto. Un censimento nazionale (National Register of Citizens, Ncr) dove chiunque risieda in India dovrà dimostrare, documenti alla mano, di avere le credenziali per la cittadinanza

Il combinato disposto di Ncr e Caa, in un futuro prossimo, permetterebbe al governo in carica di perseguitare qualunque musulmano non sia in grado di fornire la documentazione richiesta – ingente e di difficile reperimento, specie nelle zone rurali – per provare di avere il diritto di rimanere in India.

Senza documenti, intere famiglie rischiano di diventare da un giorno all’altro «illegali», e quindi da deportare. A parte i non musulmani, che grazie al Caa potranno vedersi confermata la cittadinanza per «motivi umanitari».

NEL POMERIGGIO DI DOMENICA, dopo giorni di protesta pacifica, gli studenti della Jamia Millia Islamia University di New Delhi hanno assaggiato la «cura Kashmir» del governo. Gli agenti hanno sfondato i cancelli e attaccato centinaia di studenti, caricando con bastoni e lacrimogeni all’interno del campus. Per tutta la giornata sono girati sui social media video di ragazzi ricoperti di sangue riversi inermi nei bagni dell’ateneo; nascosti sotto i tavoli della biblioteca, satura di gas lacrimogeno; fatti marciare fuori dal campus in fila per due, con le mani sulla testa.

In un video si vedono agenti che prendono a bastonate delle donne velate mentre provavano a difendere un ragazzo dalla furia della polizia che a New Delhi, al contrario del resto dell’India, dipende direttamente dal ministero degli interni federale. Cioè da Amit Shah, braccio destro di Modi e presidente del Bjp. Secondo la polizia, l’uso della forza è stato necessario per tenere sotto controllo una protesta tutto a un tratto diventata violenta, con autobus e automobili date alle fiamme.

MA GLI STUDENTI NEGANO ogni coinvolgimento nei roghi, mentre un altro video – da verificare – mostra un agente di polizia all’interno di un bus mentre rovescia sui sedili una bottiglia contenente un liquido.

Era benzina, dicono gli oppositori del Bjp che denunciano un complotto difficile da provare ma tremendamente plausibile nell’India di oggi. In serata il bilancio è gravissimo: decine di studenti feriti, decine gli arrestati cui è stato negato il diritto di parlare con un avvocato e di ricevere cure mediche. Il campus della Jamia University ridotto a un campo di battaglia.

Grazie al tam tam mediatico, l’indignazione monta immediatamente nel resto del paese. A Delhi a migliaia si radunano nella notte di fronte alla sede centrale della polizia della capitale, protestando contro il trattamento riservato agli studenti. La veglia durerà tutta la notte, finché tutti gli arrestati verranno rilasciati.

INIZIA UN EFFETTO DOMINO che spinge altri atenei alla protesta. Iniziano alla Aligarh Muslim University, in Uttar Pradesh, già nella notte tra domenica e lunedì. La polizia si comporta esattamente come a Delhi: decine di feriti, decine di arrestati, servizio internet sospeso in tutta la città.

Nella mattinata di lunedì, gli atenei in rivolta si contano a decine in tutto il paese. I manifestanti universitari, a decine di migliaia, cui si aggiungono altre migliaia di residenti in Assam (sei morti) – ancora sotto coprifuoco imposto dal governo del Bjp – in Bengala Occidentale e in Kerala. Le opposizioni hanno un sussulto. A New Delhi Priyanka Gandhi dell’Indian National Congress (Inc) guida un sit-in di fronte al Gate of India, monumento iconico nel centro istituzionale della città.

Il Communist Party of India (Marxist) parla di «guerra civile», mentre il Samajwadi Party in Uttar Pradesh denuncia un «paese in fiamme» per colpa delle politiche settarie del governo. Il primo ministro Modi, via Twitter, ha invitato alla calma. Le proteste violente «non fanno parte dell’ethos» indiano, dice Modi. Ma il paese è in fiamme e la Kashmirizzazione dell’India è in stato avanzato.

[Pubblicato su il manifesto]