India – Giovani israeliani in cerca di oblio

In by Simone

I ventenni israeliani che, finiti i tre anni di servizio militare obbligatori, si riversano in India sono 50mila, ogni anno. Cercano di dimenticare lo stress fisico e psicologico a cui sono stati obbligati, ma il loro comportamento non fa altro che inasprire l’opinione che gli indiani hanno di loro.
Nel 2006 il regista Yoav Shamir ha realizzato un curioso documentario dal titolo Flipping Out”, vagamente traducibile come “Rimasti fuori” . Si tratta della storia delle migliaia di ventenni israeliani che, appena terminato il servizio militare obbligatorio, partono per il meritato viaggio ristoratore nell’India psicotropica e spirituale.

Il novanta percento di essi fa uso di sostanze allucinogene di varia entità per liberarsi dallo stress dei campi d’addestramento e trastullarsi nell’agognato semestre di backpacking, il vagabondaggio zaino-in-spalla.

Ogni anno duemila giovani israeliani ritornano in patria e si affidano a cure specialistiche per essere rimasti, per l’appunto, flipped out, fuori di testa.

Cosa c’entrano le annuali migrazioni degli aitanti israeliani in congedo con l’attentato di lunedì 13 Febbraio all’automobile del diplomatico israeliano a Nuova Delhi?

Abbastanza da permettere alla stampa indiana di esprimersi in questi termini il giorno successivo all’attentato: riportando il titolo del Times of India, “i turisti ebrei trascinano l’India in una nuova mappa di conflitti”.

La folta presenza di turisti israeliani nel subcontinente contribuirebbe all’avanzata di un ulteriore tipo di terrorismo islamico, non solo quello sunnita perpetrato dai gruppi associati a Deoband e strettamente legati al Pakistan, come Lashkar-e-Taiba, ma anche quello sciita e filo-iraniano, interessato ad esplicitare il proprio antisemitismo.

Dopo l’esplosione di lunedì, i luoghi in cui si concentrano le colonie di viaggiatori israeliani e i ritrovi delle comunità ebraiche – le così dette Chabad house – sono stati messi in massima allerta in quanto target altamente appetibili.

Il rischio contribuisce a peggiorare l’immagine, già piuttosto miserabile, agli occhi degli indiani, dei gruppi vacanza post-arruolamento che impazzano nelle mete di villeggiatura più quotate.

Noncuranti delle numerose eccezioni che brillano per modestia e adattabilità, i reporter di viaggio li descrivono come “maleducati, rumorosi, irascibili e arroganti”, si muovono in branco e trattano la popolazione locale con fare neo-coloniale, tanto da meritarsi espliciti cartelli di “vietato l’ingresso agli israeliani” fuori da hotel e ostelli della gioventù.

Le strade di Pushkar e di Manali pullulano di ristoranti kosher, bistrot di humus e cous cous, internet café con tastiere in caratteri ebraici, chabad house per celebrare lo shabbat, corredate di adiacenti spazi ‘ricreativi’ destinati a rave party.

Delle vere e proprie enclave per i cinquantamila turisti annui che vengono a svernare dalle caserme alle spiaggie di Goa – che vanta, fra l’altro, un litorale denominato “Tel Aviv Beach”.

Grande turismo significa grandi affari per i gestori indiani e per gli imprenditori locali, rifocillati dal capitale vacanziero che i villeggiatori spandono nell’indigente terzo mondo. Qual è l’altra faccia della medaglia?

Lo spiega in dettaglio la ricercatrice Daria Maoz nella sua tesi di dottorato dedicata all’ “invasione dei backpacker israeliani in India”. I manager del turismo semitico si adoperano per assicurare ai visitatori tutti i comfort necessari: musica trance e techno fino all’alba in luoghi facilmente accessibili (ovvero nel centro abitato delle città indiane “colonizzate”, a discapito dei costumi e delle orecchie degli inquilini), un’incessante scorta di droghe che catalizza attorno alla città una vasta gamma di malviventi e rifornitori locali, e una mazzetta settimanale per tenere lontane le forze dell’ordine, sempre a discapito della sicurezza degli abitanti.

Nonostante i numerosi svantaggi, l’ingegno del popolo dei locali ha escogitato una vendetta efficacissima: durante l’alta stagione sono molti gli impiegati e i maestri di scuola che lasciano i loro villaggi per sbarcare il lunario e arrotondare gli introiti improvvisandosi in qualità di maestri di yoga, guru del reiki, sciamani dai grandi poteri, astrologi e chiromanti di ogni sorta: “Gli israeliani vengono in India alla ricerca della spiritualità. E noi… quella gli vendiamo!


*Carola Lorea, classe 1987, si è laureata all’università di Studi Orientali di Roma e vive con un piede in Italia e l’altro in India. E’ maldestra, testarda e vegetariana. Attualmente svolge una ricerca di dottorato sulla letteratura esoterica in lingua bengali. Ama le ricette culinarie e gli strumenti musicali improbabili e sta lavorando alla pubblicazione di un dizionario bilingue italiano-bengali.