In Vietnam torna la vecchia guardia «pro Pechino»

In by Gabriele Battaglia

Dodicesimo congresso, preceduto da uno scontro feroce all’interno del Partito. Lo sconfitto è l’attuale premier, il più favorevole alle riforme di mercato, sorpassato dal grande vecchio Nguyen Phu Trong: 71enne laureato in Unione sovietica e considerato vicino a Pechino. Guiderà il miracolo economico di una «piccola Cina» dall’età media di 29 anni e dalla crescita media intorno al 6,7 per cento.Il Partito comunista del Vietnam, riunito nel suo dodicesimo Congresso, ha deciso i nominativi della leadership che guiderà il paese nei prossimi cinque anni. Nessuna sorpresa, perché nonostante il consueto clima di segretezza che ha circondato l’happening, quest’anno molte indiscrezioni hanno finito per caratterizzare l’evento, rivelando uno scontro al vertice feroce, il cui esito era apparso tuttavia scontato.

Non è più tempo di doi moi, dunque, di rinnovamento, se è vero che il nuovo segretario del Partito è ancora lui, Nguyen Phu Trong. Il leader, 71 anni, laureato in Unione sovietica e già al vertice dei comunisti vietnamiti, ha superato il primo ministro Nguyen Tan Dung, 68 anni, la cui carriera politica è praticamente finita, essendo stato escluso totalmente dai gangli di potere del Partito, in attesa di essere destituito anche dal ruolo di premier.

Tutto questo nonostante gli oscuri presagi che hanno segnato l’inizio del Congresso e il sentimento della popolazione a causa della morte di Cu Rua, la secolare tartaruga gigante («la grande Nonna») del lago di Hoan Kiem, che nel tempo era diventata simbolo di longevità e dell’indipendenza del Vietnam dalle mire di potenze straniere.

La conferma di Trong, considerato un politico pro Pechino, chissà quali terribili sciagure potrebbe quindi nascondere, visto che ora come ora la Cina si trova ad essere concepita più come una rivale geopolitica, anziché una valida alleata economica. Tornando al Partito, invece, si tratta di nomine che, per quanto previste, sono in profonda controtendenza con il resto del paese, almeno dal punto di vista anagrafico, dato che il Vietnam ha un’età media di 29 anni, e in cui il 70 per cento della popolazione è composto da persone tra i 15 e i 60 anni; ma è pur vero che le nomine avvengono all’interno del Partito (dove i due membri influenti più giovani hanno 40 anni e l’età media dei funzionari è di 53), senza alcuna votazione da parte dei 93 milioni di vietnamiti (né degli oltre 4 milioni di iscritti al Partito).

Il dato più immediato è il seguente: la nomina di Trong sembra poter essere apprezzata da Pechino, scettica rispetto al dinamismo liberista di Dung, favorevole alle riforme di mercato e già firmatario del Tpp con gli Usa. Quindi il Vietnam potrebbe rallentare, in parte, le proprie riforme economiche e muoversi più all’interno di un’orbita filo cinese; concludere che i giochi siano fatti — però — sarebbe un grave errore.

Il Vietnam non è certamente un paese che gode di grande attenzione da parte dei media e degli analisti. Per quanto riguarda l’Asia, solitamente, ci si riferisce alla Cina, all’India, al Giappone.

Talvolta nel mazzo finisce pure la Corea del Nord ma dipende dalle trovate del suo Brillante Leader. Eppure il Vietnam, ormai una «Piccola Cina», da tempo ha saputo ritagliarsi un proprio spazio economico e diplomatico non da poco. Nelle settimane scorse si è parlato di Taiwan, l’isola ribelle che ha eletto per la prima volta una presidente donna. Ma Taiwan, ex tigre asiatica, oggi cresce poco, un misero 1 per cento.

Il Vietnam va veloce come la Cina, quasi: cresce al 6,7 per cento. Ma chi ha avuto l’opportunità di visitare tanto la Cina quanto il Vietnam, avrà sicuramente notato una differenza enorme: la popolazione vietnamita, in confronto a quella cinese, è molto più giovane. Fino a poco tempo fa la maggioranza della popolazione vietnamita era composta da under 30, una forza economica da non sottovalutare.

Non a caso Hanoi ha saputo approfittare della «nuova normalità» cinese, alla ricerca di qualità, proponendosi proprio come vice fabbrica del mondo. Il meccanismo infatti ricalca molto da vicino, seppure in scala ridotta, quanto messo in moto da Pechino negli anni ’80. Ecco il doi moi vietnamita degli anni 2000: attirare investimenti, garantiti da tanta forza lavoro, giovane, vigorosa e naturalmente salari bassi, ancora più bassi che in Cina.

Economia mista, con la guida di un partito unico che, benché ideologicamente vicino a Pechino, sa ormai muoversi in modo indipendente da teorie e pilastri dogmatici, senza sdegnare puntate nell’ultra capitalismo. Non c’è poi da dimenticare l’acredine, storica, tra i due paesi, che negli ultimi tempi ha portato il Vietnam a rendersi molto più vicino agli Usa, specie per quanto riguarda la questione delle isole contese nel Pacifico.

Il nazionalismo vietnamita, del resto, è alimentato da secoli di resistenza contro le grandi potenze di turno. Francesi e americani ne sanno qualcosa, proprio come i cinesi.

[Pubblicato su il manifesto; foto credit: scmp.com]