Xi battezza il ponte Hong Kong-Zhuhai-Macao 

Si è scomodato persino il presidente Xi Jinping in persona. Le celebrazioni per l’inaugurazione del ponte Hong Kong-Zhuhai-Macao – il ponte marino più lungo al mondo – si sono tenuti sul lato cinese questa mattina a distanza di nove anni dall’inizio dei lavori. Lungo 55 chilometri, il ponte rientra nel progetto di realizzazione di una megaregione altamente integrata che comprende le due regioni amministrative speciali più 9 città del Guangdong, la provincia- fucina del manifatturiero cinese. L’opera, bersagliata dalle critiche per i costi e la scarsa sicurezza, possiede un valore altamente simbolico. Non solo perché rispecchia materialmente la crescente ingerenza cinese nelle ex colonie inglese e portoghese. L’apertura del ponte coincide con la ricorrenza dei 40 anni dall’inizio delle riforme denghiane, avviate in un periodo di isolamento internazionale all’indomani del massacro di piazza Tian’anmen. Trascinata da Trump in una spirale di ostilità, la Cina sente come allora l’esigenza di riaffermare la propria autosussistenza economica ripartendo da quella che è diventata negli anni la regione-locomotiva della crescita cinese.

Banche internazionali bloccano i viaggi in Cina

Alcuni dei principali istituti di credito internazionali, tra i quali BNP, Citi, JPMorgan e Standard Chartered, hanno intimato al personale bancario privato in partenza per la Cina di posticipare o riconsiderare il loro viaggio dopo che le autorità cinesi hanno trattenuto una dipendente dell’unità wealth management di UBS. Mentre non si hanno notizie precise sulle motivazioni del fermo, la notizia è bastata a mettere in allarme l’intero settore. Grazie alla sua concentrazione di ricchezza, la Cina costituisce un mercato fondamentale per le imprese come UBS. Secondo stime della banca svizzera, la seconda economia mondiale genera un nuovo miliardario ogni due giorni, mentre per Credit Suisse, oltre la Muraglia la ricchezza totale è aumentata del 1.300 percento fino a 51.9 trilioni di dollari, più del doppio di qualsiasi altra nazione. Ma la discrezionalità con cui Pechino conduce la sua campagna anticorruzione rischia di compromettere il clima reso propizio da una serie di recenti aperture del mercato alle imprese straniere. Secondo il NYT, il caso di UBS mette in evidenza i pericoli per il segreto bancario in Cina.

Pechino vuole la fine dell’anonimato per le tecnologie blockchain 

Le alterne vicende delle tecnologie blockchain in Cina sono giunte a un nuovo capitolo. Dopo  aver vietato lo scambio di bitcoin Pechino intende impedire l’anonimato nell’utilizzo della nuova tecnologia. Secondo il draft reso pubblico sul proprio sito dalla Cyberspace Administration  cinese, l’organismo a cui si deve il sistema di protezione dell’internet cinese, le aziende che forniscono servizi di blockchain saranno tenute a richiedere agli utenti una registrazione con tanto nome e numero di carta di identità  e a  conservare le informazioni per le autorità.  Il draft è aperto a una consultazione pubblica fino al 2 novembre ma non è chiaro come si procederà in seguito.

Lusso “made in China” per la dinasta Kim 

4 miliardi di dollari tra macchine costose, orologi di lusso e gioielli. E’ quanto Kim Jong-un avrebbe ottenuto dalla Cina dal 2012 a oggi, secondo un’analisi dei dati doganali effettuata da Yoon Sang-hyun, parlamentare del partito d’opposizione Liberty Korea Party. Secondo Yoon, i prodotti sarebbero stati acquistati sia per uso diretto della famiglia Kim sia come doni per comprare la lealtà politica dell’élite locale. Nonostante le sanzioni internazionali, solo lo scorso anno la Corea del Nord ha speso 640,8 milioni di dollari in beni di lusso, una somma pari al 17,8% delle importazioni totali dalla Cina per il 2017. La scorsa settimana, un cittadino singaporiano e tre società della città-stato sono stati arrestati con l’accusa di aver venduto al regime di Pyongyang gioielli e orologi per 500.000 dollari.

Corea del Sud: fumare cannabis costa il carcere anche all’estero

La legge sudcoreana è valida anche all’estero. E’ l’avvertimento con cui le autorità di Seul hanno intimato ai cittadini del Sud espatriati in Canada di non utilizzare la marijuana, legalizzata da Ottawa la scorsa settimana. Chi viene scoperto a fumare erba rischia fino a cinque anni di carcere una volta tornato a casa, anche se non è chiaro come verranno effettuati gli accertamenti. La Corea del Sud applica rigorosamente le leggi sulle droghe anche per piccole quantità e spesso le celebrità sorprese a fumare cannabis vengono sottoposte alla pubblica gogna. Con l’intento di proiettare l’immagine di una “nazione libera dalla droga” nel solo 2015 sono stati messi a segno 12.000 arresti per uso di stupefacenti su una popolazione complessiva di circa 50 milioni di persone.