Washington, Bruxelles e gli alleati Nato si sono uniti lunedì 19 luglio per chiedere conto a Pechino dei cyberattacchi a opera di quelli che sembrano essere hacker cinesi. Si tratta della prima condanna formale mai espressa prima dalla Nato, a cui hanno fatto seguito una nota del Consiglio dell’Unione Europea. Tutti chiedono alla Cina di rispondere dell’attacco informatico avvenuto lo scorso marzo nei confronti del server di Microsoft Exchange. Questa mossa ha “minato la sicurezza e l’integrità di migliaia di computer e reti in tutto il mondo” oltra a provocare “significative perdite economiche” per gli stati membri dell’Unione Europea e dell’alleanza atlantica. Dalle parole pronunciate in queste dichiarazioni si legge non solo che Pechino dovrebbe essere più responsabile verso gli altri paesi quando avvengono attacchi informatici dai suoi sistemi, anzi. Per gli Stati Uniti il ministero della Sicurezza di Stato cinese (Mss) starebbe “utilizzando hacker a contratto per condurre gli attacchi informatici, molti dei quali vengono effettuati a scopo di lucro”. Nell’accusa fa i nomi di tre ufficiali del dipartimento per la Sicurezza di Hainan (Ding Xiaoyang, Cheng Qingmin e Zhu Yunmin) e dell’hacker informatico Wu Shurong: tutti e quattro gli uomini sarebbero legati alle operazioni della Hainan Xiandun, definita una compagnia “di facciata” dello Mss.

A Ue e Stati Uniti si sono associate anche le denunce di Regno Unito, Australia, Canada, Nuova Zelanda e Giappone. Un nuovo passo avanti in quella che era iniziata come una dichiarazione preliminare, la prima da parte della Nato, della Cina come “sfida sistemica all’ordine internazionale e alle sue regole” di pochi giorni fa. L’Unione Europea invita inoltre alla cooperazione per affrontare le nuove sfide della sicurezza informatica, chiedendo a Pechino di agire per risolvere il problema. La Cina ha presto risposto: sull’editoriale di oggi 20 luglio del Global Times si accusano i paesi occidentali di voler “incastrare” la Cina con una bugia, difesa ostentata anche da Xinhua che definisce l’accusa “deliberatamente diffamatoria” [Fonti: Consiglio Ue, Axios]

 

Parigi chiama Indopacifico: Macron invita a contrastare la Cina sulla pesca illegale

Il presidente francese Emmanuel Macron ha dichiarato che la Francia e le nazioni del Pacifico meridionale stanno lavorando per creare una rete di controlli sulle acque regionali e contrastare così le attività illegali della Cina. Nella videoconferenza con le controparti di Australia, Isole Marshall, Papua Nuova Guinea, Zelanda e altre nazioni del Pacifico il presidente ha promesso di rafforzare la cooperazione marittima nel Pacifico meridionale “per affrontare meglio la logica predatoria di cui siamo tutti vittime“. Tra queste, in particolare, si parla di overfishing, ovvero di sfruttamento eccessivo delle risorse ittiche, ma non solo. Macron ha fatto riferimento alle tante Zone Economiche Esclusive di competenza delle piccole nazioni oceaniche, confini invisibili che determinano la distribuzione delle risorse nel mare. E, ovviamente, ha tutto a che vedere anche con gli interessi di Parigi: la Francia ha giurisdizione su alcuni territori insulari nell’Indo-Pacifico, tra cui La Riunione (situata nell’Oceano Indiano) e la Polinesia francese (che si trova nell’Oceano Pacifico), e per proteggerle ha da tempo cercato di intrattenere buoni rapporti con le grandi potenze regionali, come Australia e India. [Fonte: Reuters]

Myanmar, la Cina conferma: “Picco allarmante di casi al confine”

La Cina ha riportato oggi, martedì 20 luglio, il numero di casi Covid più alto da gennaio, registrando un nuovo record che ha molto a che vedere con quanto succede nella vicina Birmania. Le trasmissioni in crescita sarebbero, infatti, tutte riconducibili a dei focolai nello Yunnan e più precisamente nelle città di confine Ruili e Longchuan, dove si è iniziato a registrare un aumento dei casi a partire dallo scorso 4 luglio. Sono 41 i cittadini cinesi rientrati dalla Birmania che hanno contratto il Covid19, mentre nel paese sono state registrate 5.189 nuovi casi e il dato record di 281 decessi – dati che secondo il personale sanitario locale sono decisamente sottostimati. Nella prefettura di Xishuangbanna, che condivide un lungo e poroso confine con il Myanmar, la polizia ha istituito posti di blocco su tutte le strade per controllare il traffico in entrata e in uscita.

In Birmania, nel frattempo, il Cardinale Charles Maug Bo, Arcivescovo di Yangon e Presidente della Conferenza episcopale del Myanmar, ha chiesto alla giunta militare di concentrarsi sul contenimento della crisi sanitaria, affermando: “l’unica guerra che dobbiamo fare è contro il virus”. Secondo la campana del Tatmadaw, metà della popolazione sarà vaccinata entro la fine dell’anno e sta ricevendo sopratutto dosi dalla Cina. Lunedì 19 era inoltre il Giorno dei Martiri, che ricorda il sacrificio dei padri della patria tra cui il generale Aung San, padre di Aung San Suu Kyi. Alla leader birmana è stato comunque impedito di celebrare l’evento e ha fatto le sue veci il figlio più giovane. [Reuters, Reuters, The Irrawaddy]

 

“GirlsHelpGirls”: il fenomeno social contro gli abusi sessuali scatenato dal caso Kris Wu

Tutto è iniziato con le rivelazioni di 24 donne che hanno accusato Kris Wu, pop star sino-canadese, di violenze sessuali. Il cantante avrebbe tentato di avvicinare le ragazze, molte delle quali minorenni, facendole ubriacare e aggirandole per potersele portare a letto. Lo scandalo è esploso sui social cinesi, in particolare attraverso i repost dell’account Huihuo su Weibo, dove l’hashtag #GirlsHelpGirls ha riunito migliaia e migliaia di netizen nella campagna contro gli abusi sessuali. Fans e non chiedono tutti a gran voce che venga fatta giustizia, mentre dall’estero c’è chi associa subito il fenomeno al #MeeToo, che ha avuto però meno successo dopo che le autorità cinesi hanno iniziato un giro di vite intorno alle attiviste del movimento. Si attende ora l’esito delle indagini e la China Association of Performance Arts ha confermato, attraverso una dichiarazione, che gli artisti sono “importanti nella diffusione dei valori sociali e culturali: devono essere quindi puniti se violano la legge”. [Fonte: Global Times]