Pechino ha chiesto alle aziende di stato di correre in aiuto di Hong Kong. Secondo un’esclusiva della Reuters, l’appello sarebbe stato lanciato questa settimana durante un incontro organizzato a Shenzhen dalla potente State-owned Assets Supervision and Administration Commission (SASAC). Circa un centinaio le imprese presenti, tra cui il gigante petrolifero Sinopec e China Merchants Group, a cui è stato chiesto di “investire maggiormente nelle industrie chiave di Hong Kong – compresi immobiliare e turismo – nel tentativo di creare posti di lavoro per i cittadini e stabilizzare i mercati finanziari”. I presenti sono inoltre stati invitati ad assumere il controllo delle società locali, così da poter influire direttamente nei processi decisionali.

Il ritiro formale della discussa legge sull’estradizione non è bastato a placare le proteste, ma potrebbe aprire nuove scenari costringendo governo e dimostranti a cambiare la propria strategia. Il compromesso concesso dalle autorità hongkonghesi rischia infatti di spaccare il movimento di disobbedienza civile, già in disaccordo sulla piega violenta assunta dalle rimostranze. E’ proprio alla frange più moderate che Hong Kong e Pechino ammiccano rinnegando la natura politica delle contestazioni e spostando invece il focus sulle problematiche socio-economiche che affliggono i giovani hongkonghesi, alle prese con affitti stellari e scarse possibilità di emancipazione. Così, mentre l’amministrazione Lam prepara un panel ad hoc per indagare le cause sociali del malumore popolare, Pechino promette sostegno all’economia dell’ex colonia inglese, colpita duramente dalle perduranti turbolenze di piazza. Malgrado il rinnovato impegno a trasformare Shenzhen la vera locomotiva della preannunciata Greater Bay Area – un mega-hub ultratecnologico nel delta del fiume delle Perle – Hong Kong conserva ancora un’esclusività economico-finanziaria senza pari nella Cina continentale. E la leadership comunista lo sa bene. [fonte: Reuters]

I giganti delle sigarette elettroniche pronti a trasferirsi dagli USA alla Cina

Il produttore statunitense di sigarette elettroniche Juul Labs Inc. per il 35% proprietà del colosso del tabacco Altria Group, è entrato in Cina, con vetrine online sui più grandi siti di e-commerce, tra cui Alibaba Group e JD. Il colosso del tabacco è dunque pronto a lanciarsi nel più grande mercato al mondo di fumatori, la Cina, nella speranza di evitare gravi perdite finanziarie dovute all’intenzione del governo degli Stati Uniti di rimuovere tutte le sigarette elettroniche aromatizzate dagli scaffali dei negozi. Con oltre 300 milioni di fumatori, la Cina rappresenta un mercato con molte opportunità ma anche grandi rischi per le aziende straniere, che devono confrontarsi con concorrenti cinesi tra i quali Relx, Yooz e SNOW +, tutte spalleggiate da investitori di alto profilo. Inoltre, il governo cinese all’inizio di quest’anno ha inasprito la sua campagna contro il tabacco, assoggettando l’industria del tabacco cinese al monopolio di China Tobacco, che mantiene una completa supervisione sulla vendita, produzione e distribuzione dei prodotti. Per Pechino le vendite di tabacco rappresentano una percentuale considerevole delle entrate fiscali complessive del paese e le aziende straniere nel settore dovranno attenersi alle regole cinesi per preservare la propria competitività [fonte: Reuters]

Pechino non sarà più tra le 200 città più inquinate del mondo

Pechino potrebbe uscire dalla lista delle 200 città più inquinate del mondo già da quest’anno. Lo dimostrano i dati pubblicati giovedì dalla società svizzera QAir AirVisual, stando ai quali quest’anno Pechino ha ridotto i livelli di particolato inquinante, noto come PM2,5, di quasi il 20% rispetto al 2018, e di quasi un terzo dal 2017, raggiungendo ad agosto il minimo storico con una lettura media di 42,6 microgrammi. La capitale cinese è stata in prima linea in una guerra contro l’inquinamento sin dal 2014, lavorando per chiudere e ricollocare le industrie inquinanti, migliorare gli standard di carburante ed emissioni e ridurre il consumo di carbone sia in città che nelle regioni circostanti. I dati e gli sforzi del governo cinese per aumentare la qualità dell’aria potrebbero far uscire Pechino dalla lista delle 200 città più inquinate del mondo, ma molto resta ancora da fare. Infatti, la quantità di PM2,5 della città nel 2019 sarà probabilmente ancora più di quattro volte superiore sia alle linee guida pubblicate dall’OMS sia allo standard nazionale provvisorio adottato dalla Cina. Pechino ha affermato che adotterà misure più efficienti e mirate nel futuro, tra cui la limitazione delle vendite di carburanti e di fuochi d’artificio questo mese, durante le celebrazioni del 70 ° anniversario della fondazione della Repubblica Popolare il 1° ottobre [fonte: Reuters]

La trade war arriva in soccorso della rust belt

Una recente analisi dell’Università Tsinghua ha identificato 180 città del nord-est della Cina in continuo spopolamento e che potrebbero rappresentare un grave problema per l’economia del paese. Infatti, se nel 1990 il PIL della Cina nordorientale rappresentava circa il 11% del totale, ad oggi ne rappresenta appena il 6%. Ciò è stato in gran parte guidato dalla modernizzazione dell’economia cinese, che si è spostata dall’industria pesante verso i servizi. Infatti, mentre fino agli anni ’90 il governo investiva nelle industrie pesanti create sotto l’egida di Mao, ora il governo sta dirottando i finanziamenti nella propria Silicon Valley, le città costiere come Shenzhen e Hangzhou che ospitano Tencent e Alibaba. Mentre i sociologi cinesi sono preoccupati dalla condizione demografica della Cina nordorientale, che se fosse un paese a sé avrebbe il tasso di natalità più basso del mondo, c’è chi vede nella guerra commerciale con gli USA una soluzione al problema. Infatti, le pesanti tariffe sui germogli di soia imposte dagli Stati Uniti stanno obbligando i cinesi a preferire i germogli autoctoni, coltivati perlopiù nella Cina nordorientale, aprendo prospettive di recupero per la regione [fonte: Axios]

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