Anche gli slogan sono nel mirino della legge sulla sicurezza nazionale di Hong Kong. Il giorno dopo l’entrata in vigore della contestata legge, l’amministrazione dell’ex colonia britannica ha bandito il motto più risonante delle proteste che hanno animato la città lo scorso anno. Con una nota, il governo locale ha dichiarato che lo slogan “Liberate Hong Kong” ha connotazioni separatiste e chiunque lo usi rischia di essere perseguito ai sensi della nuova legge. Anche un altro simbolo del movimento delle proteste ha conosciuto la repressione del Partito: i Lennon Wall, i muri di bigliettini e post-it con dichiarazioni a favore della democrazia e critiche verso le autorità, sono stati smantellati dai ristoratori e proprietari dei negozi, dopo gli avvertimenti della polizia secondo cui mostrare tale materiale è illegale. Ma la legge sulla sicurezza nazionale ha sollevato preoccupazioni anche tra gli esperti legali: l’articolo 38 della norma afferma il diritto a esercitare una giurisdizione extraterritoriale su chiunque offenda le autorità di Hong Kong e il Partito comunista cinese. La legge si applica ai residenti permanenti di Hong Kong, alle organizzazioni e alle società presenti nell’ex colonia britannica, anche quando un reato viene commesso fuori città; inoltre, sono perseguibili anche reati commessi su una nave o un aeromobile immatricolato a Hong Kong. La nuova norma, inoltre, colpisce il cuore del sistema giudiziario hongkonghese: i processi, anche se si svolgessero nei tribunali della città portuale, si terrebbero davanti a giudici speciali che si occupano esclusivamente di casi di sicurezza nazionale e scelti direttamente dal Chief Executive, il capo del governo. Ma a rassicurare gli abitanti di Hong Kong è il segretario della Giustizia, Geoffrey Ma, affermando che i giudici saranno nominati sulla base di qualità giudiziarie e professionali e non politiche. [Fonti: The Guardian, SCMP, Reuters]

Hong Kong: Congresso Usa approva all’unanimità la legge sulle sanzioni contro la Cina

Il Congresso americano ha dato il via libera a una legge che prevede sanzioni per i dirigenti cinesi che applicano le nuove regole di sicurezza a Hong Kong e per le banche e i funzionari degli istituti che hanno attività con loro. Il Senato ha approvato il provvedimento all’unanimità, dopo che l’aveva fatto anche la Camera. La norma ora approda sul tavolo del presidente Donald Trump, cui spetta la decisione finale.  Gli Stati Uniti determineranno quali istituzioni saranno soggetti a sanzioni. Sebbene riguardi principalmente le banche straniere, la legge si applicherebbe anche alle filiali estere delle istituzioni statunitensi. Il passaggio del disegno di legge arriva quando l’amministrazione ha già adottato una serie di misure punitive contro la Cina in risposta alla legge sulla sicurezza nazionale, tra cui le restrizioni sui visti per alcuni funzionari cinesi e le misure per smantellare i privilegi economici di Hong Kong. ça fima della norma potrebbe essere un’ottima occasione per l’inquilino della Casa Bianca per mandare avanti i colloqui sulla guerra commerciale, ormai fermi da gennaio. [Fonti: SCMP]

53 Paesi sostengono la legge sulla sicurezza nazionale di Hong Kong

La legge sulla sicurezza nazionale di Hong Kong ha portato numerosi Paesi a dover scegliere da che parte stare, prendendo una posizione contraria o favorevole alla norma. Il ministero degli Esteri cinese e i media statali hanno però dichiarato vittoria dopo che 53 diversi Paesi hanno aderito a una dichiarazione al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite a sostegno della nuova legge sulla sicurezza nazionale; sono solo 27, invece, le nazioni che hanno deciso di schierarsi contro Pechino. Secondo quanto riportato da Axios, il sostegno arriva principalmente da stati autocratici, tra cui Corea del Nord, Arabia Saudita, Siria e Zimbabwe; ad opporsi alla norma, invece, sono gli Stati europei, tra cui Francia, Germania e Svezia, ma anche l’Australia, gli Stati Uniti, Giappone e la Gran Bretagna. Grande assente è l’Italia. Il Governo Conte mantiene un silenzio assordante sulla questione e solo pochi esponenti dell’opposizione prendono una posizione contro la norma imposta da Pechino su Hong Kong. Ieri, il leader della Lega Matteo Salvini ha tenuto un flash mob con i parlamentari del Carroccio davanti all’ambasciata cinese per chiedere la libertà per Hong Kong. [Fonte: Axios]

L’anniversario di Vladivostok riaccende il nazionalisno cinese

Nel giorno del 160° anniversario della fondazione della città russa di Vladivostok, il cui nome significa “sovrano dell’est” in russo, l’ambasciata russa è finita nel mirino di diplomatici, giornalisti e utenti dei social cinesi, provocando una reazione nazionalista. A scatenare la rabbia dei netizens è un video che la sede diplomatica ha pubblicato su Weibo in cui si ricorda come la città sia passato sotto il controllo dell’impero zarista nel 1860, in seguito alla sconfitta della Cina per mano della Gran Bretagna e della Francia nella seconda guerra dell’oppio. Durante la dinastia Qing, la città era conosciuta con il nome cinese Haishenwai, ma è stata consegnata alla Russia con la firma di uno dei tre trattati “ineguali” che la Cina fu costretta a firmare con Russia, Francia e Gran Bretagna quell’anno. Le guerre dell’oppio e i trattati ineguali hanno segnato il cosiddetto periodo delle umiliazioni cinesi. [fonte: SCMP]

Un cantante troppo simile a Xi è vittima della censura cinese

“È lui o non è lui?”. È questa la domanda che Liu Keqing puntualmente sente bisbigliare da chi lo osserva mentre passeggia per la strada o prende un aereo. La sua unica ‘colpa’ è quella di assomigliare al leader cinese Xi Jinping. Liu, famoso cantante d’opera, è infatti vittima della macchina della censura del Partito. Il suo nome è stato più volte censurato, mente i suoi profili social sono stati ripetutamente oscurati; i censori hanno bloccato persino i commenti su alcuni dei suoi video didattici, in cui, seduto a casa in una felpa bianca, offre lezioni di canto. Le autorità sono particolarmente caute nelle discussioni che riguardano il presidente Xi. Il governo cinese controlla ossessivamente l’immagine del numero uno del Partito Comunista Cinese, incarcerando i netizen per averlo deriso, associandolo a un “panino al vapore” sui social media, e censurando meme in cui viene paragonato a Winnie the Pooh. [Fonte: NYT]

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