Nuovo weekend di proteste, nuovi scontri. Nel pomeriggio di domenica, dimostrazioni guidate dalla coalizione Civil Human Rights Front hanno animato la zona commerciale di Causeway Bay per chiedere un’indagine indipendente sull’operato della polizia nei giorni di protesta. La marcia pacifica tuttavia ha assunto connotazioni violente nella tarda serata quando alcuni dimostranti hanno sconfinato oltre la zona accordata con dalle autorità, raggiungendo la Central Police Station e la sede di rappresentanza del governo cinese in Sai Ying Pun. L’edifico dell’ufficio di collegamento è stato vandalizzato con il lancio di uova e vernice nera, compreso lo stemma nazionale con la porta Tian’anmen sovrastata da cinque stelle, mentre la polizia ha cercato di respingere i manifestanti con proiettili di gomma e fumogeni. Ulteriori scontri si sono verificati intorno alla 23,00 alla stazione di Yuen Long, dove un manipolo di criminali vestiti di bianco – probabilmente appartenenti alle triadi – ha preso di mira passanti e dimostranti, ferendo una quarantina di persone senza che la polizia sia intervenuta. Solo il giorno prima le forze dell’ordine avevano sequestrato un ingente quantitativo di esplosivi, arrestando alcuni membri dei gruppi indipendentisti. Il verificarsi di tafferugli – ormai una costante delle numerose manifestazioni anticinesi dell’ultimo mese – rischia non solo di inimicare parte della popolazione locale finora tollerante nei confronti dei disordini, ma persino di rafforzare la posizione di Pechino, che si presenta come garante dell’ordine sociale. Autorità e stampa di stato hanno definito l’escalation “una sfida al governo centrale” [fonte: NYT]

Taiwan accoglie i manifestanti in fuga da Hong Kong

Secondo fonti non governative, sarebbero circa 60 i manifestanti che sono arrivati da Hong Kong dall’inizio di luglio, la maggior parte dei quali attualmente si trova in centri di accoglienza. Sebbene la presidente Tsai Ing-wen abbia confermato che Taiwan “gestirà le loro situazioni in modo appropriato” e su “basi umanitarie”, il governo deve ancora accogliere ufficialmente la richiesta di asilo politico dei manifestanti. Infatti, secondo la legge taiwanese, il governo è obbligato a offrire assistenza solo ai residenti di Hong Kong o Macao “la cui sicurezza e libertà affrontano minacce immediate per motivi politici”.  Tuttavia, lo status dei richiedenti di asilo non è chiaro: non tutti sono ancora stati accusati di reati a Hong Kong e, in ogni caso, verificare la loro situazione giudiziaria con le autorità di Hong Kong rimane complicato. Pechino vede Taipei come un “rifugio” per trasgressori, cosa che potrebbe ulteriormente inasprire la già tesa relazione tra i due Paesi. Al momento, il Security Bureau di Hong Kong e la polizia non hanno rilasciato commenti [fonte: SCMP]

Funzionari anticorruzione cinesi nei paesi BRI

Gli investimenti di Pechino in Africa, Asia centrale e America Latina, dove la corruzione è diffusa, rischiano di subire gravi perdite legate a frodi e appropriazione indebita di fondi. La Commissione Centrale per l’Ispezione Disciplinare (CCID) del PCC, dopo anni di aggressiva politica domestica anticorruzione, ha deciso di dispiegare funzionari anticorruzione in tutti i maggiori progetti legati alla Belt and Road Initiative. Il programma consiste nell’ incorporare questi ispettori direttamente al progetto specifico, consentendo loro di lavorare a fianco dell’azienda locale incaricata dello sviluppo tecnico. Il progetto pilota era stato lanciato in Laos a fine 2017 per supervisionare un progetto ferroviario e si era rivelato un successo. I piani per espandere il controllo sui progetti nei paesi della Belt and Road sono un’estensione della campagna anticorruzione interna della Cina, affermano le autorità cinesi della CCID al Financial Times. Per aumentare l’efficacia della nuova campagna, la Cina lancerà una serie di seminari con oltre 30 paesi partner, al fine di favorire il networking tra gli ufficiali anticorruzione e le imprese locali [fonte: FT]

Quei 115 milioni di cinesi mai nati

Il sorpasso demografico dell’India sulla Cina potrebbe essere già avvenuto. E’ quanto rivela al SCMP Yi Fuxian della University of Wisconsin – Madison, secondo il quale la popolazione reale della Cina nel 2018 sarebbe stata di 1,280 miliardi, invece dei 1,4 miliardi ufficialmente annunciati. L’errore sarebbe il prodotto dell’Autorità di Pianificazione Familiare cinese, che per decenni avrebbe alterato alcuni indicatori demografici – tra tutti il tasso di natalità – per servire i suoi interessi. Secondo il censimento cinese, il tasso di natalità totale reale nel 2000 era di 1,22, ma il governo ha riportato un valore di 1,8. Di conseguenza, il paese ha avuto 14,1 milioni di nuove nascite effettive nel 2000, ma per il governo le nascite sono state 17,7 milioni. Anche i dati per i periodi successivi appaiono manipolati secondo lo stesso trend. Ma quali sono le motivazioni che hanno portato Pechino a gonfiare queste cifre? Anzitutto, una “popolazione in rapida crescita” è utile al PCC per giustificare le politiche di controllo famigliare della nazione e l’esistenza stessa dell’apparato di controllo delle nascite. Inoltre, posizione ufficiale di Pechino afferma che gli aggiustamenti servono ad allocare fondi per garantire l’istruzione primaria ogni bambino cinese, facilitando così il processo di censimento attraverso i dati relativi alle iscrizioni. Tuttavia, questi dati sono spesso gonfiati dalle scuole stesse, per incrementare i fondi per l’istruzione forniti dal governo centrale. I media cinesi riportano queste incongruenze sin dal 2012, anno in cui vengono alla luce numerosi scandali riguardanti scuole in cui gli alunni dichiarati erano molti di più quelli effettivi. La copertura mediatica cinese ha fatto emergere anche un’altra estremità della difficile demografia cinese, ovvero la tendenza a non denunciare morti al governo per continuare a ricevere assistenza sociale [fonte: Scmp]

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