Secondo il ministero degli Affari civili cinese, 8,13 milioni di coppie hanno registrato i loro matrimoni nel 2020, un calo del 12% rispetto al 2019 che marca il settimo anno consecutivo in cui le cifre continuano a colare a picco. Secondo il Nikkei, è il valore più basso dal 1982. Le ragioni del calo sono principalmente economiche: nella maggior parte dei casi, i matrimoni costano da 500.000 a 600.000 yuan e, secondo l’agenzia di stampa Xinhua, possono arrivare fino a 1 milione di yuan. Il lavoratore cinese medio nel 2020 ha un reddito di 32.189 yuan, il che- viste le cifre esorbitanti delle cerimonie di nozze- spiega molto bene il persistente declino del numero dei matrimoni cinesi. La lenta crescita del reddito durante l’epidemia di Covid-19 si è inoltre aggiunta al già pesante onere finanziario di uno sposo: i redditi in Cina non stanno aumentando così velocemente come prima. Il reddito pro capite è cresciuto meno del 5% nel 2020, dal 9% circa in precedenza, portando le giovani coppie ad avere una certa riluttanza a sposarsi. Un altro motivo alla base di questa tendenza è che gli uomini sono più numerosi delle donne. Nel 2019, in Cina c’erano 104,46 uomini ogni 100 donne: la politica del figlio unico è da biasimare perché ci sono più “uomini in eccedenza” nelle fasce di età più giovani. Le famiglie, soprattutto quelle delle zone rurali, tendono a preferire i ragazzi, provocando un allargamento del disequilibrio di genere. Ma la pandemia ha avuto anche un lato positivo: infatti, anche il numero dei divorzi è diminuito lo scorso anno, quando hanno presentato istanza circa 3,73 milioni di coppie, un calo dell’8% rispetto al 2019. Ciò ha segnato il primo calo da quando i dati sono diventati disponibili nel 2007. Tra le cause del calo dei divorzi vi sarebbe l’incertezza del mercato del lavoro ed alcune nuove misure introdotte da Pechino che hanno permesso alle coppie non divorziate di acquistare più di un condominio o veicolo. [fonte Nikkei]

Covid-19: Pechino tende la mano a Nuova Delhi, snobbata da Washington

La Cina si è offerta di aiutare l’India a combattere l’epidemia di Covid-19 dopo che gli Stati Uniti hanno rifiutato la richiesta di revocare il divieto di esportazione di materie prime vaccinali. L’India sta attualmente combattendo il maggior numero di casi al mondo, con un record di 346.786 nuovi casi segnalati sabato, e il suo sistema ospedaliero è sull’orlo del collasso a causa della carenza di letti di terapia intensiva, forniture mediche e ossigeno. L’India è anche a corto di vaccini e ha chiesto agli Stati Uniti di revocare il divieto di esportazione delle materie prime necessarie per produrli, richiesta che Washington ha rifiutato dichiarando che aveva la responsabilità di occuparsi prima del popolo americano. L’offerta di pace da parte Pechino è arrivata venerdì scorso, quando il portavoce del ministero degli Esteri cinese Zhao Lijian ha dichiarato che la Cina sostiene fermamente il governo e il popolo indiano nella lotta contro il coronavirus, ed “è pronta a fornire supporto e aiuto in base alle esigenze dell’India”. Le dichiarazioni sono state accolte con sorpresa dalla comunità internazionale, specialmente a causa delle continue tensioni tra India e Cina lungo il loro confine conteso che hanno avuto scarsi progressi nonostante l’ultimo round di colloqui tra le forze armate dei due paesi. L’offerta di aiuto di Pechino è stata interpretata infatti come un’opportunità per estendere la sua influenza nella regione indiana e contrastare la strategia dei paesi del Quad, che hanno recentemente promesso di fornire un miliardo di dosi di Covid-19 in tutto l’Indo-Pacifico entro la fine del prossimo anno. Sebbene la Cina parrebbe non star usando deliberatamente la pandemia per scopi diplomatici, certo è che la cooperazione sanitaria aumenterebbe la sua influenza nelle negoziazioni con l’India, cosa che lascerebbe spazio -secondo alcuni esperti – ad un rilassamento delle tensioni tra i due paesi. I vaccini cinesi non sono attualmente approvati per la somministrazione in India, di conseguenza la nuova collaborazione tra Nuova Delhi e Pechino potrebbe incentrarsi principalmente sulla fornitura di materiale sanitario come i cilindri ad ossigeno, utilizzati nelle unità di terapia intensiva. [fonte SCMP]

Cina: parte la corsa all’idrogeno per ridurre le emissioni

La Cina starebbe elaborando un piano per sviluppare la sua industria dell’idrogeno mentre cerca di ridurre le emissioni inquinanti. Secondo Bloomberg, il piano, in fase di sviluppo da parte della Commissione nazionale per lo sviluppo e la riforma (NDRC), si concentrerà sulla forma più pulita del gas, o idrogeno verde, che viene prodotto dall’acqua utilizzando energia rinnovabile, e incoraggerà la costruzione di più stazioni di idrogeno per alimentare i veicoli, ha detto una fonte vicina al progetto, chiedendo di non essere identificata per questioni di riservatezza. La data di rilascio del piano è ancora incerta poiché mancherebbero le decisioni finali su obiettivi e standard tecnologici. Il piano della NDRC aiuterà a stabilire la portata delle ambizioni cinesi in materia di idrogeno, comparandole ad alcuni degli obiettivi più solidi già fissati da altre nazioni. L’Unione Europea ha affermato che il suo investimento nell’idrogeno potrebbe raggiungere i 470 miliardi di euro (565 miliardi di dollari) entro il 2030. Nel frattempo, l’imperativo globale di ridurre le emissioni ha ricevuto un enorme impulso dall’impegno del presidente degli Stati Uniti Joe Biden, culminato nel vertice della scorsa settimana a cui hanno partecipato i massimi leader mondiali, incluso il presidente cinese Xi Jinping. La Cina è di gran lunga il più grande contributore di gas serra nell’atmosfera e ha dovuto affrontare la pressione della comunità internazionale per accelerare il suo percorso verso il picco delle emissioni e per definire in modo più dettagliato come intende raggiungere lo zero netto. Mentre la NDRC non ha rilasciato alcun dettaglio riguardo alla portata del nuovo piano, la China Hydrogen Alliance ha affermato che l’idrogeno potrebbe rappresentare il 20% del mix energetico della nazione entro il 2060, la scadenza che Xi Jinping ha fissato affinché la Cina diventi un paese a emissioni zero. [fonte Bloomberg]

Myanmar: il vertice ASEAN delude le aspettative

Non ci sarà alcun compromesso tra il neonato Governo di Unità Nazionale del Myanmar (NUG) e la giunta militare. È quanto affermato da Sasa, portavoce del Governo di Unità Nazionale, in seguito alla dichiarazione rilasciata dalla presidenza del vertice ASEAN, tenutosi lo scorso 24 aprile ed al quale il generale Min Aung Hlaing ha partecipato – tra le proteste della popolazione birmana – in qualità di rappresentante de Myanmar. Nei suoi cinque punti, la presidenza ASEAN del Brunei ha sollecitato un’immediata cessazione della violenza, una pacifica risoluzione del conflitto, un costruttivo dialogo tra le parti negli interessi della popolazione, la creazione di una delegazione della presidenza ASEAN per iniziare il dialogo e l’invio da parte dell’ASEAN di assistenza umanitaria per i civili della regione. Personalità vicina ad Aung San Suu Kyi, Sasa ha sottolineato inoltre che la dichiarazione dell’ASEAN ha mancato di menzionare alcuni punti fondamentali come il rilascio dei prigionieri politici e la restaurazione democratica in Myanmar, permettendo ai leader eletti di riprendere le proprie funzioni. Qualora non ci saranno stati progressi sulle condizioni di dialogo del NUG, il governo parallelo continuerebbe a lavorare con quella che Sasa ha definito una “alleanza” di paesi che, secondo lui, erano emersi per ottenere riconoscimento e sostegno. Tra i paesi alleati vi sarebbero il Regno Unito, gli Stati Uniti, l’UE e i paesi asiatici tra cui Giappone, India e Corea del Sud.  Sasa ha inoltre ribadito all’ASEAN e ad altri paesi alleati di agire contro gli interessi commerciali del Tatmadaw: paesi come Singapore, ad esempio, noto per essere un centro offshore di primaria importanza per i membri di alto livello della giunta, dovrebbero seguire lo spirito del consenso dell’ASEAN e congelare i conti bancari e le imprese nei paesi dell’ASEAN che investono in Myanmar, in particolare le imprese di Singapore e Thailandia, dovrebbero trattenere tutti i pagamenti alla giunta. Sebbene non vi siano ancora state proteste legate all’esito del vertice ASEAN, la dichiarazione ha suscitato lo sdegno della popolazione birmana, che ha affidato ai social network il proprio dissenso. Tra le rivendicazioni principali dei cittadini vi è il rilascio dei prigionieri e detenuti, la necessità di rendere responsabile la giunta per gli oltre 700 civili morti durante le proteste e di rispettare i risultati delle elezioni e ripristinare un governo civile democratico.  [fonte Nikkei,Nikkei,ST]