Ancora una volta, rispondendo alle accuse dell’antitrust, Mark Zuckerberg è tornato a giocarsi la carta cinese. In apertura al processo sulla “posizione dominante” delle big tech, il fondatore di Facebook – convocato insieme a Jeff Bezos (Amazon), Tim Cook (Apple), e  Sundar Pichai (Google) – ha difeso l’azienda, descrivendola come un baluardo degli ideali americani (libertà di parola, inclusività e concorrenza) davanti alla minaccia di un internet plasmato sulla base di valori cinesi, quindi anti-democratici. Il destinatario dell’accusa non viene citato esplicitamente, ma non è difficile intuire si tratti di Tik Tok, l’app di microvideo su cui – come ammesso ieri per la prima volta dal segretario al Tesoro Steve Mnuchin – sta indagando il  CFIUS, la commissione che verifica le acquisizioni straniere. Da tempo l’amministrazione Trump ha al vaglio un possibile ban della piattaforma, la cui casa madre è il colosso cinese Bytedance. L’azienda ha più volte ribadito la propria autonomia dagli affari cinesi spiegando che i server di TikTok non sono in Cina, bensì a Singapore e negli Stati Uniti. Si è poi dotata di un Ceo americano:  Kevin Mayer, top manager già ai vertici della divisione streaming di Disney. Tutti questi sforzi sono stati vanificati ieri dal ministero degli Esteri cinese che in conferenza stampa, rispondendo a una domanda della Reuters, pare aver confermato quanto sospettano un po’ tutti: che Tik Tok è una società cinese, o almeno così la considera Pechino. [fonte Bloomberg, Bloomberg, Fmprc]

Hong Kong: primi arresti politici ai sensi della legge antisedizione

Tony Chung, l’ex leader del gruppo indipendentista Studentlocalism e altre tre persone sono stati arrestati con l’accusa di secessionismo ai sensi dell’articolo 20 della nuova legge sulla sicurezza nazionale. I ragazzi tra i 16 e i 21 anni sono stati presi in custodia dalla polizia nella serata di ieri per aver promosso online l’indipendenza di Hong Kong. E’ la prima volta che la controversa legge viene utilizzata contro figure impegnate politicamente, sebbene siano in tutto dieci gli arresti da quando è entrata in vigore il 1 luglio. Studentlocalism aveva annunciato la sospensione delle attività a Hong Kong e l’istituzione di una nuova divisione – Initiative Independence – negli Stati Uniti il 30 giugno. Solo il giorno prima Benny Tai, fondatore di Occupy e tra gli organizzatori delle recenti primarie dei democratici, è stato rimosso dall’incarico che ricopriva presso la University of Hong Kong per “cattiva condotta” in riferimento alla condanna a 16 mesi di reclusione comminata nell’aprile dello scorso anno. [fonte NYT, Guardian]

Huawei prima azienda al mondo per smartphone venduti

Huawei ha scavalcato Samsung per numero di smartphone venduti nel secondo trimestre dell’anno, diventando l’azienda numero uno al mondo. Tra aprile e giugno il colosso di Shenzhen ha distribuito 55,8 milioni di dispositivi rispetto ai 53,7 milioni della multinazionale sudcoreana. Due terzi sono stati venduti in Cina. Questo potrebbe implicare un difficile testa a testat nei prossimi mesi, quando l’epidemia allenterà la morsa sui mercati in cui Samsung è più presente, come Brasile ed Europa. [fonte Reuters]

Guai cinesi per il colosso dei chip Arm

Arm Ltd., rinomata impresa britannica di chip di proprietà della multinazionale giapponese SoftBank Group Corp., ha accusato Allen Wu – il della sua joint venture cinese – di boicottare i suoi affari in Cina. Le accuse su Allen Wu si sono tramutate nel giugno scorso in un licenziamento per violazioni di condotta, dopo che Wu aveva fondato una società di investimenti in competizione con le attività di Arm China. Wu, che avrebbe successivamente rifiutato di accettare le dimissioni, rimane tutt’ora in controllo della sede di Arm China a Shenzhen, che non solo opererebbe quasi indipendentemente dalla casa madre, ma che avrebbe inoltre pubblicato sui propri account social media una lettera in cui si dichiara l’unica entità autorizzata a vendere i prodotti di Arm sul mercato cinese. Mentre il conflitto sembra non avere tregua, entrambe le parti sostengono che la vera vittima sarà il mercato cinese dei chip. Arm vanta tra i propri clienti anche Huawei. Le due parti hanno sollecitato Pechino a mediare la disputa. Un rifiuto rischia di mettere in luce la reticenza delle autorità locali a difendere i diritti degli investitori stranieri. Nel frattempo, a pagare il prezzo del conflitto è principalmente SoftBank, che aveva recentemente annunciato di voler vendere Arm, acquistata nel 2016 per 32 miliardi di dollari. [fonte Bloomberg]

China Files propone alle aziende italiane interessati alla Cina servizi di comunicazione quali: newsletter, aggiornamenti su specifici settori, oltre a progetti formativi e approfondimenti ad hoc. Contattaci a info@china-files.com