La foto che campeggiava la scorsa settimana sui media tailandesi non lascia dubbi: un lenzuolo bianco copre il cadavere di un uomo morto di Covid nelle strade di Bangkok. Ma i morti per strada sono almeno tre e tutti di Phra Nakhon, uno dei 50 distretti della capitale.

Il governo dell’ex militare Prayut Chan-o-cha è accusato di aver portato al collasso i servizi sanitari pubblici: una delle vittime è stata lasciata in mezzo alla strada per ore prima che arrivasse un’ambulanza.

Il deputato portavoce di Move Forward (opposizione) sostiene che Prayut non ha mai avuto un piano per gestire la crisi sanitaria. Fatto che gli rimproverano anche gli studenti che, domenica scorsa, si sono scontrati con la polizia mentre marciavano verso il suo ufficio.

Ma tutto il Sudest asiatico sta facendo i conti con una ripresa forte della pandemia. Sotto accusa sono finiti i vaccini cinesi (e la vaccine diplomacy di Pechino) e sia Bangkok sia Giacarta hanno iniziato a rivolgersi altrove. Molti loro vaccinati hanno contratto il virus.

L’Indonesia sembra intanto diventata il nuovo epicentro della pandemia in Asia: solo venerdì si registravano 1.566 casi in più rispetto al giorno precedente in un quadro che vede milioni di contagiati e oltre 77mila vittime. Dati che non tutti ritengono attendibili.

La curva dei contagi è salita costantemente da un anno a questa parte e il governo è corso ai ripari con le restrizioni di emergenza (PPKM Darurat) e l’invito del ministro degli affari religiosi Yaqut Cholil Quomas, alla viglia della festa di Eid al-Adha, perché la gente la festeggiasse a casa.

Il governo pensa però di ridurre l’emergenza a livello nazionale la prossima settimana se i numeri ufficiali dei casi scendessero nonostante – scrive la stampa locale – lo scetticismo tra gli epidemiologi sull’efficacia delle misure adottate dal presidente Joko Widodo che vorrebbe allentare il PPKM Darurat, in vigore in Giava e Bali dal 3 luglio e successivamente esteso ad altre 15 regioni.

Decisioni difficili mentre il quotidiano della capitale Jakarta Post si chiede se l’Indonesia riuscirà a raggiungere l’obiettivo di due milioni di vaccinazioni giornaliere. Attualmente in oltre 41 milioni hanno ricevuto la prima dose mentre 16,2 milioni sono stati completamente vaccinati. Ma il Paese di milioni ne conta 270.

Il fatto è che la nuova ondata nel Sudest asiatico preoccupa un po’ tutti quelli che vedono crescere contagi e vittime: dalle Filippine alla Malaysia, dalla Cambogia al virtuoso Vietnam. Per non parlare del buco nero del Myanmar dove il golpe nasconde una realtà che, oltre agli ospedali, riempie i cimiteri.

Tornando in Thailandia, Prayut ha riunito nei giorni scorsi una quarantina di amministratori delegati di importanti società nazionali per discutere della situazione imposta dal un pesante ritorno della pandemia e dal suo impatto economico sul Paese. Che la pandemia abbia aggravato la crisi di tutti i settori economici non è certo una novità.

Uno dei più colpiti è il tessile, segmento di punta delle economie asiatiche. A pagare però, secondo un rapporto della Clean Clothes Campaign, sarebbero solo i lavoratori: non solo la crisi è ben lontana dall’essere finita ma «lavoratrici e lavoratori dell’abbigliamento hanno accumulato da marzo 2020, inizio della pandemia, a marzo 2021 un credito di 11,85 miliardi di dollari (pari a 10 miliardi di euro) tra salari non corrisposti e indennità di licenziamento, mentre le violazioni dei diritti continuano a crescere».

La ricerca (nei sette principali Paesi asiatici di produzione: Bangladesh, Cambogia, India, Indonesia, Sri Lanka, Myanmar e Pakistan) è un aggiornamento del rapporto Un(der)paid in the Pandemic lanciato nell’agosto 2020, che stimava le perdite economiche per i lavoratori tessili nei primi tre mesi della pandemia tra i 3,2 e i 5,8 miliardi di dollari.

«Nonostante i marchi e i distributori siano tornati a guadagnare profitti, la situazione dei lavoratori è peggiorata ulteriormente: un anno di salari trattenuti o ridotti a causa di pratiche di acquisto sleali da parte dei grandi marchi e distributori, mancati pagamenti degli ordini, cancellazioni improvvise e riduzioni dei prezzi, hanno spinto i lavoratori ancora più a fondo. La crescita del numero di casi di infezione da Covid-19 inoltre peggiora ulteriormente il quadro».

Di Emanuele Giordana

[Pubblicato su il manifesto]