Tra fantasia ed eventi storici effettivamente accaduti, personaggi reali e d’invenzione, “Il sipario di giada” – secondo romanzo della trilogia di Isaia Iannaccone dedicata ai missionari gesuiti nel Celeste Impero – ricostruisce il caso de La Cecchina in Cina, simbolo estremo del desiderio di dialogo fra civiltà, raffinato, onirico e poetico emblema di umanità, arte e diplomazia, dolente testimone di un tragico evento che si stava allora preparando contro i protagonisti di tale avventura: la soppressione della Compagnia di Gesù.

Pechino, 5 febbraio 1760

Il vino era stato riscaldato in un vaso he, un contenitore in bronzo dalla pancia gonfia come un sacco, retta da quattro piedi. In cima, il coperchio ostentava un drago in rilievo intento ad arrampicarsi, gli artigli pronti a ghermire, in segno di forza e potenza. Il corpo del vaso era decorato fittamente da motivi geometrici – prevalentemente bottoni circolari e linee angolate – e da maschere di bufali stilizzati. Su un lato del recipiente spiccava il carattere ni, ‘accogliere’ munifico nome del funzionario della dinastia Shang che circa duemila e novecento anni prima ne era stato il proprietario. Anche la coppa accanto al vaso era di bronzo. Un bicchiere gui spesso e pesante, pur tuttavia elegante e delicato. Sulla parete esterna si susseguiva un gran numero di sfere in rilievo, ordinate su quattro file; sulla base circolare si rincorrevano tre tigri dal corpo allungato. All’interno del bicchiere, sul fondo levigato e rilucente, erano incisi tre caratteri incolonnati l’uno sull’altro: men, ‘porta’ zu, ‘antenato’ e ding, il quarto numero dei Dieci Tronchi Celesti. L’intera scritta voleva significare che il clan dei Men, uno dei più potenti dell’epoca Shang, aveva fatto fondere il bicchiere per offrire libagioni sacrificali all’avo Ding.

«È pronto il vino?» chiese Xiaoyi.
Aveva gli occhi sbarrati, persi nel vuoto, senza più lacrime. Di lei si potevano scorgere soltanto un piede snello, dalla caviglia sottile ma solida, e il polpaccio dalla carnagione lattea. Il resto era celato dietro la tenda di seta rossa del suo letto, un grande mobile laccato, con sponde su tre lati, e quattro colonne d’angolo ornate per tutta l’altezza da un intrico di rami, frutti e fiori intagliati nel legno. Dall’alto del baldacchino si affacciava uno schermo rettan-
golare lungo quanto il letto stesso, su cui erano dipinti in oro i caratteri ai hai, ‘mare dell’amore’ che, per una fervente buddhista quale la giovane era, esprimeva la visione dell’attrazione amorosa, profonda e agitata come il mare.

La vecchia Madre Wei, intenta a versare il liquido caldo nel bicchiere gui, dava le spalle al letto. Non era la madre di Xiaoyi, ma l’aveva allattata quando era nata, e servita da sempre, ossia per ventidue anni. Ecco perché tutti le davano l’appellativo di «madre» che era ormai diventato parte del nome.

«Come hai comandato» bofonchiò, «il Grande Eunuco Wang ti ha mandato i bronzi propiziatori che furono forgiati dai nostri antichi progenitori quando la Cina viveva un’epoca di pace e di prosperità. Allora sì che si rispettavano i cinque rapporti! A cominciare da quello tra imperatore e sudditi, per continuare con quelli tra padre e figlio, tra marito e moglie, tra fratello maggiore e fratello minore, e tra amico e amico; tutti facevano il loro dovere…». Versò il vino fumante nella coppa. «Bevi lentamente, così potrà mescolarsi al tuo sangue e purificarlo». Si voltò e le porse il bicchiere.

Dalla tenda fuoriuscì dapprima una mano candida, le dita lunghe, tutte ornate da anelli di giada che andavano dal bianco al verde. Poi il polso messo in evidenza da un bracciale di legno liscio e argento cesellato, e il braccio esile. Quando la tenda si mosse s’intravidero anche la spalla nuda e il seno piccolo e sodo. Nel tempo necessario a far sparire la coppa dietro la cortina, fece capolino il capezzolo roseo. Madre Wei diede una lenta occhiata attorno. Nella penombra guizzavano le luci fiammeggianti di due lanterne, e della stanza, ampia e larga, s’intravedevano soltanto i contorni. Alte sedie dallo schienale imponente erano disposte un po’ ovunque, così come sgabelli e poggiapiedi. Di un grande armadio annegato nel buio si scorgeva soltanto il medaglione centrale d’oro intarsiato, che rifletteva gli scatti nervosi delle lampade. L’aria era appesantita dal fumo degli incensi che bruciavano in due bracieri posti davanti alla statua di Avalokiteshvara, come lo chiamavano a Occidente, dea Guanyin secondo i cinesi. Un santo dalle fattezze femminili, un bodhisattva che ha rinunciato a gioire del nirvana per assistere gli infelici esseri umani. Finalmente Madre Wei scorse su un tavolo quello che cercava.

Un pettine d’avorio dai denti fitti. «Padroncina, è ora che ti sistemi i capelli. Se stasera il Figlio del Cielo ti manda a chiamare, devi essere pronta». Sembrò che la voce di Xiaoyi provenisse da mille li di distanza, invece che da dietro la tenda del letto: «L’imperatore non mi vuole più. Da quando ha scelto le nuove concubine, non ha occhi che per loro».

«Sei sempre la sua huanghou, la prima moglie, e rimani ancora la più bella delle sue donne».
«Ma non la più giovane. Le ultime che ha preso sono ancora delle bambine».
«Non hai nulla da invidiare a quelle piccole streghe indecenti.

Ho massaggiato la tua Collina dei Mille Fremiti con polvere del tubero shan yao, la droga della montagna, e prima di depilarti ho strofinato la lama d’oro del rasoio tra i petali del crisantemo selvaggio, il crisantemo dell’immortalità. Dopo che ti avrò pettinato, ti ungerò i nove orifizi, e allora non avrai rivali. La tua Porta di Giada è ancora la più fresca e profumata di tutto l’impero.

«Gli sciamani tibetani dello Yonghe Gong, il Palazzo dell’Armonia e della Pace dove il nostro signore è nato, e che ha fatto trasformare in tempio, l’hanno convinto che gli anni sono andati troppo veloci, per lui. A furia di ascoltare quei lama, gli è presa come una smania… Ha cinquant’anni e vuole potenziare il suo Soffio Vitale qi giocando alla pioggia e alle nuvole con quelle ragazzine per carpire loro la giovinezza.

«Se ne stancherà presto, sono troppo piccole e inesperte… La nüshi, la Dama Attendente che registra col pennello color cinabro l’ospite mensile di tutte le concubine, mi ha riferito che non hanno ancora avuto il sangue…».

Un fruscio, e la tenda del letto lasciò passare la testa e il dorso nudo di Xiaoyi. Con un movimento del capo i capelli scesero a cascata sino ai fianchi, mettendo in evidenza le due fossette del
fondoschiena.

La vecchia nutrice si chinò e prese a pettinare i lunghi fili neri che sembravano di seta, tanto erano soffici e lucenti. Dava vigorosi colpi col pettine, dall’alto verso il basso, e a ogni colpo la ragazza emetteva un mugolio.

«Per essere belli si deve soffrire un po’» borbottò Madre Wei.
«Chi ha chiamato, ieri sera, l’imperatore?»
«Padroncina, non ti sfinire con queste domande. E poi non lo so, gli eunuchi tengono bene i loro segreti».

Il tono della ragazza s’indurì: «Ti ordino di rispondermi con sincerità!».

«Ha voluto nel suo letto una delle nuove. Il suo nome è Iparham, ma qui le hanno dato il nome di Xiangfei, la Concubina Profumata» rispose paziente la vecchia. «Da due mesi manda a prendere soltanto lei. Il mio augusto
marito non ha più il senso del ridicolo. È vero che il corpo di quella concubina emette naturalmente un profumo inebriante?».

«Così dicono. Ma per quanto mi risulta, è soltanto una bambinetta capricciosa…».

«La farò assassinare».

«Non ti conviene, è una Uighur, appartiene al potente clan degli Hui, che praticano la religione musulmana. L’ha donata all’imperatore il padre, Apak Khoja, capo della regione di Kashgar, nel lontano Xinjiang conquistato da poco. È un uomo autorevole, potente e ricco, e se la figlia morisse, tu saresti la prima a essere
sospettata».

«La storia della Cina è costellata di suicidi di concubine imperiali. Uno più, uno meno…».