Lo storico dell’epoca Song Ouyang Xun (558-641) nella sua Nuova Storia dei Tang scriveva che l’esistenza delle fazioni all’interno di una organizzazione politica è inevitabile.

Lo sapeva bene Mao Zedong quando all’undicesimo Plenum dell’ottavo congresso del Pcc nel 1966, lanciò la Rivoluzione culturale; più in generale il partito comunista cinese ha visto la sua storia costellata da scontri tra fazioni, dalla campagna contro la destra, fino all’epurazione più recente di Bo Xilai.

Per certi versi, secondo alcuni storici, lo stesso potrebbe dirsi degli eventi che hanno portato alla repressione nel 1989 o alla messa al bando del Falun Gong nel 1999.

Nella storia più recente del Partito si è sempre sottolineata l’esistenza di due macro fazioni, i cosiddetti elitisti e i populisti. All’interno di questi due grandi gruppi esistono poi ulteriori ramificazioni: nel primo si è soliti considerare la base di potere del vecchio leader Jiang Zemin (ancorata geograficamente a Shanghai) e i cosiddetti «principini», i figli dell’aristocrazia politica cinese (come ad esempio l’attuale leader, Xi Jinping). Nel secondo si fanno rientrare i tuanpai, i membri della Lega della gioventù comunista.

TRA I DUE GRUPPI non sempre è corso buon sangue, anzi: quando Wikileaks rilasciò i cable delle ambasciate americane in giro per il mondo, si venne a conoscenza del nomignolo che i principini affibbiarono ai tuanpai, quello di «bottegai», un termine dispregiativo rispetto a chi si sente investito di un ruolo di guida storica del Partito.

All’interno del sistema politico cinese nel corso degli ultimi trent’anni abbiamo assistito a una sorta di alternanza tra questi diversi gruppi; e ogni volta che la leadership era nelle mani di una o dell’altra fazione si è proceduto a un generale ricambio, sebbene non si possa parlare di un vero e proprio «spoil system», perché ciascun gruppo resiste, accetta anche che qualche funzionario tra i più in vista venga epurato dagli avversari, ma, come si diceva un tempo, «tiene le posizioni». E quando arriva l’occasione giusta torna a sfoderare i propri artigli.

Le fazioni sotto il dominio incontrastato del presidente Xi Jinping si sono rimescolate, perché il numero uno ha finito per accompagnare al potere numerosi suoi sodali conosciuti durante la sua carriera politica (qualcosa di analogo in realtà è stato approntato da ogni leader cinese).

Un studio di Macropolo dimostra che «circa il 60 percento (15 membri) del 19° Politburo ha legami diretti con Xi, rispetto al 20 percento circa (cinque membri) del 18° Politburo».

Per la Lega spazio di agibilità politica praticamente annullata. Eppure, il premier Li Keqiang, attualmente il rappresentante della Lega con più potere all’interno del partito comunista, ha tenuto le posizioni e di recente sembra aver voluto sfidare lo strapotere di Xi.

LA FORMAZIONE DI UN TUANPAI. Solitamente i membri della Lega della gioventù comunista provengono da famiglie modeste e da regioni meno toccate dallo sviluppo economico cinese.

Un’ottima descrizione dell’approccio politico dei tuanpai è fornita dal professore (e direttore del John Thornton China Center del Brookings Institute) Cheng Li nel suo Chinese politics in the Xi Jinping Era (Brookings Institute Press, 2016): i tuanpai danno voce «ai gruppi sociali più vulnerabili come i lavoratori migranti, i contadini e la popolazione urbana più povera. Nella loro agenda politica c’è la volontà di eliminare la tasse per i contadini, supportare politiche di inclusione per i lavoratori migranti, dare priorità alle zone interne del paese, stabilire un sistema nazionale sanitario per tutti e promuovere un mercato delle case abbordabile anche per le categorie sociali più disagiate».

La China Socialist Youth League venne creata nel 1921, un anno dopo la nascita del partito comunista, per trasformarsi in Lega della gioventù comunista nel 1925. Formata da persone tra i 14 e i 28 anni ha fin da subito avuto lo scopo di essere fucina di futuri leader e del «nuovo sangue» della nomenklatura cinese.

Oggi conta circa nove milioni di aderenti e quasi 200mila funzionari impiegati a tempo pieno. La Lega ha anche propri mezzi di comunicazione (ha un quotidiano, lo Youth League Daily) e nel corso della sua storia è diventato uno dei centri propulsori del potere politico cinese.

SE CON HU JINTAO, presidente della Repubblica popolare e segretario del Pcc dal 2002 al 2012, l’organizzazione ha toccato il suo apice, con Xi Jinping tutto è cambiato e dal 2016, l’anno in cui venne epurato Ling Jinhua, uno dei politici più vicini all’ex presidente Hu Jintao, la situazione è peggiorata e non di poco.

L’arresto di Ling Jinhua è stato un messaggio chiarissimo al quale Li Keqiang per alcuni anni è parso attenersi, diventando una sorta di ombra all’interno della politica cinese, offuscata dalla potenza dimostrata da Xi Jinping.

Li Keqiang non ha dato segni di esasperazione, mai: è rimasto lì, in attesa di momenti migliori. E come spesso accade i «momenti migliori» per una fazione politica non corrispondono ai momenti migliori di un paese: la pandemia, infatti, sembra aver dato a Li una nuova chance di rinverdire la tradizione della Lega.

VENDITORI AMBULANTI E CENSURA. Li Keqiang, intanto, si è recato per primo a Wuhan nel momento peggiore della pandemia, confermando la tradizione che vuole i tuanpai vicino a chi soffre. La sua presenza rischiava di essere d’ingombro per Xi che, immediatamente, ha mandato nella città i suoi fedeli scudieri.

Ma Li Keqiang ha colto altre occasioni: nel suo discorso di chiusura dei lavori parlamentari cinesi ha ricordato l’arretratezza di molte regioni, ha evitato di fornire le previsioni sulla crescita, segnalando un problema non da poco.

Poi ha ricordato quelle 600 milioni di persone che in Cina vivrebbero al di sotto o appena sopra la soglia di povertà, smentendo la narrazione ottimistica di Xi e sostenendo che la ripresa dell’«economia delle bancarelle», ovvero i venditori di strada, avrebbe potuto ovviare alla straordinaria disoccupazione creata dal Covid.

Riproporre questo genere di intervento economico ha significato andare contro la politica che Xi pratica da molti anni, ovvero quella di svuotare le metropoli cinesi dai venditori di strada per dare al mondo esterno l’idea di città vetrine, pulite, sicure e senza troppa confusione.

I riferimenti di Li Keqiang, tanto alla povertà quanto all’economia delle bancarelle, sono state addirittura censurate dai media di stato a testimoniare se non uno scontro aperto, quanto meno una divergenza tra il presidente e il premier sulla strada da percorrere per superare le difficoltà economiche derivanti dalla pandemia.

Secondo Merics, un think tank tedesco, il più grande in Europa, focalizzato sulla Cina, «questo episodio alimenta un più ampio disaccordo tra Xi e Li su come rimettere in sesto l’economia cinese.

La discordia era già emersa durante il discorso finale di Xi all’Assemblea nazionale del popolo, quando Li per la prima volta non ha fissato un obiettivo di crescita per il prodotto interno lordo di quest’anno e ha espresso preoccupazione per le perdite di posti di lavoro – in netto contrasto con la narrazione più ottimistica spinta dal campo di Xi. Le piccole e medie imprese, comprese le bancarelle, rappresentano l’80 percento dei posti di lavoro e il 60 percento del Pil in Cina. La loro sopravvivenza è cruciale per la stabilità economica, sociale e politica della Cina».

LI KEQIANG SEMBRA aver voluto mandare un segnale a Xi Jinping in vista di futuri appuntamenti del Partito, ben conscio che gli spazi di manovra sono piuttosto stretti e che Xi Jinping ha in mano il Partito.

Ma più di tutto, quella di Li sembra voler essere una testimonianza per la futura classe dirigente che emergerà dalla Lega della gioventù, ricordando quali sono le caratteristiche storiche dell’approccio politico in stile tuanpai.

[Pubblicato su il manifesto]