Il vento spazzava la piana pietrosa di Orkhon. Duemila cavalieri delle tribù nomadi tributarie della Cina giunti al galoppo dalle rovine di Karakorum scortavano il corteo imperiale. Nel carro immediatamente successivo a quello dell’imperatore, io ero in preda alla dissenteria. Ci avvicinammo alle mura del monastero di Shavi Zasvarlakh. Su torrette di pietra regolarmente distanziate, erano incassati bianchi stupa. Non valeva la pena contarli, si sa che sono cento e otto, uno per ogni grano del rosario dei buddisti. Gli stupa erano abbastanza rovinati dopo la guerra che aveva infiammato la regione due anni prima e che aveva sfiorato quel luogo sacro.

Entrammo nella cinta rettangolare del monastero. All’interno si ergevano templi e padiglioni di architettura mista cinese e tibetana, sessantadue in tutto. Molti degli edifici erano da riparare: vedemmo tetti sfondati, colonne scrostate, la torre del tamburo e quella della campana devastate.

«Salutiamo il Figlio del Cielo! Diecimila anni al grande Kangxi!» urlarono come un solo uomo i monaci, schierati
con la fronte in terra.

Pressando le mani sulla pancia, scesi dal mio carro. L’imperatore era già stato fatto entrare nel tempio principale, dunque, con sollievo, ebbi la possibilità di appartarmi. Fu mentre uscivo dalle latrine che mi si avvicinò un vecchio lama. Rimasi colpito soprattutto dal suo volto su cui innumerevoli rughe scolpivano misteriosi continenti dai contorni frastagliati. Mi persi in quella carta geografica
umana che rappresentava un mondo sconosciuto e, quando cominciò a parlare, per un attimo ebbi la terrificante impressione di un grande sconvolgimento nel quale quelle terre che individuavo sulle sue gote, sui suoi zigomi, sulla sua fronte, sul suo mento, avevano preso a muoversi, a scontrarsi, a inabissarsi l’una sotto l’altra come scosse dal terremoto. Fu un attimo, i suoi occhi del colore dell’erba catturarono i miei. Un’onda di benessere sommerse i miei sensi provati a dismisura.

«Straniero, sono stato informato che adori il dio dei nestoriani» mi disse.
Già, gli eretici seguaci del vescovo Nestorio che più di mille anni fa fuggirono in Oriente, pensai. Erano perseguitati perché credevano che Cristo non fosse contemporaneamente umano e divino ma che in lui convivessero due persone distinte, e predicavano che Maria fosse la madre della sola persona umana. Arrivarono in Cina, convertirono, fondarono comunità, edificarono chiese, cimiteri… Eretici o non, comunque portarono a queste popolazioni Cristo o qualcosa che gli assomigliava. Portare Cristo è anche il mio compito. Con la misura del cielo, con i cannoni, o con qualunque cosa io sappia fare, la mia missione è portare Cristo agli altri. Ovunque.

Feci scorrere quei pensieri come acqua che cola. Poi chiesi: «Chi sei tu, vecchio lama, nei cui occhi si specchia l’oceano della saggezza?».
«Non domandare, seguimi».

Si avviò a passo svelto su uno stretto vialetto che passava accanto al tempio principale. Gli fui subito dietro, ma la mia andatura era ben più lenta, impacciato com’ero dai postumi dei flussi che avevano sconvolto il mio ventre. Arrivammo in un cortile laterale al centro del quale troneggiavano due betulle pluricentenarie che intrecciavano i loro rami come in un abbraccio. Sul fondo, un padiglione col tetto di tegole di ceramica poggiava sopra colonne di legno laccate in rosso.

Il lama salì i pochi gradini che portavano all’ingresso. Le due ante del portone dell’edificio erano socchiuse. Con la mano, ne spinse una verso l’interno. La mossa fu lenta e solenne, accompagnata da un enigmatico sorriso che m’indirizzò assieme a un cenno del capo. Un invito a entrare. Sentii un brivido serpeggiare tra le mie scapole. L’interno era in penombra. Tra le mani del lama si materializzò una scintilla come innescata dal nulla, ed egli accese alcune torce e un certo numero di candele. Come in un salone degli specchi, tutto prese a riflettere, le luci si moltiplicarono per mille e, contemporaneamente, sentii, fortissimo, l’aroma degli incensi penetrarmi nelle narici.

Sembrò il gioco delle meraviglie: l’interno del padiglione apparve luccicante, fantasmagorico, rutilante di riflessi imprevisti,
dardeggianti, come avviene quando si guarda attraverso i prismi di Venezia. Sulla parete di fronte all’ingresso, ognuna su un altare,
vidi tre grandi statue di legno dipinto in oro che si ergevano per molti piedi di altezza. Nel guardarle, mi sentii avvampare, e sono sicuro che arrossii. Intimidito, abbassai il capo.

«Ecco l’unità primordiale, la fusione della polarità maschile con quella femminile» esclamò il lama. «Il desiderio non va combattuto ma servito, non va controllato ma lasciato libero. L’ardore, il piacere, il raggiungimento dell’estasi permettono all’uomo e alla donna di abbandonare – almeno per un attimo – le illusioni terrene. Abbandonare le illusioni è un passo importante sulla strada dell’illuminazione». Mi feci coraggio, rialzai lo sguardo. Come se fossero piazzate non in un tempio sacro ma sul palcoscenico di un teatro, le statue sembravano danzare nell’aria. Ognuna di esse rappresentava un maschio e una femmina nell’atto dell’accoppiamento: il maschio seduto con le ginocchia incrociate, e la donna accovacciata sul suo grembo, faccia a faccia. Gambe, braccia e dita si annodavano in volute conturbanti che sprigionavano eleganza e grazia. Ognuno dei personaggi raffigurati portava un copricapo dorato, una specie di corona che cerchiava in parte il volto, per poi terminare a punta sul capo.

Mi avvicinai alle sculture. Ogni dettaglio anatomico era rappresentato nei minimi dettagli, e nulla era lasciato all’immaginazione, ma l’atto della penetrazione tra quei due esseri non mi stimolò il disgusto, come più volte mi era successo da giovane quando, nel noviziato di Bruges, alcuni compagni si divertivano a scandalizzarmi con disegni licenziosi.

No, no! Le tre coppie allacciate in quell’atto che sono stato educato a ritenere immondo, quelle tre coppie in cui la donna e l’uomo si specchiavano l’una nell’altro con la bocca atteggiata a un sorriso angelico, la cui visione trasmetteva al mio ventre sconquassato un languore mai provato prima di allora, quelle coppie avevano qualcosa di divino, la ieraticità di Dio, l’ingenuità di Cristo, la leggerezza dello Spirito Santo. I miei occhi si velarono di lacrime. Basta con i ricordi. Qui, fra i Tartari, succedono cose. […]

*Isaia Iannaccone, nato a Napoli, chimico e sinologo, vive a Bruxelles. Membro dell’International Academy of History of Science, è specialista di storia della scienza e della tecnica in Cina, e dei rapporti Europa-Cina tra i secoli XVI e XIX. È autore di numerosi articoli scientifici, di trattati accademici (“Misurare il cielo: l’antica astronomia cinese”, 1991; “Johann Schreck Terrentius: la scienza rinascimentale e lo spirito dell’Accademia dei Lincei nella Cina dei Ming”, 1998; “Storia e Civiltà della Cina: cinque lezioni”,1999), di due guide della Cina per il Touring Club Italiano e di lavori per il teatro e l’opera. Ha esordito nella narrativa con il romanzo storico “L’amico di Galileo” (2006), best seller internazionale assieme al successivo “Il sipario di giada” (2007, 2018), seguiti da “Lo studente e l’ambasciatore” (2015), “Il dio dell’I-Ching” (2017) e “Il quaderno di Verbiest” (2019)