By / 6 Agosto 2021

Il nazionalismo culturale di Modi minaccia Bollywood

Veicolo di ribellione sociale, finestra sulla cultura globalizzata e peso internazionale: le sue caratteristiche ed espansione fanno finire l’industria cinematografica indiana nel mirino del governo nazionalista di Modi. Aprendo diverse incognite sul futuro

La nascita del fenomeno culturale di Bollywood, polo della produzione cinematografica popolare indiana si fa risalire al 1913, anno in cui venne proiettato a Mumbai il film Raja Harishchandra, popolare favola epica tratta dalla tradizione sanscrita. Si tratta di un lungometraggio muto che narrando le vicende di un leggendario sovrano proprio nel periodo storico nel quale il Congresso (allora guidato da un musulmano: Nawab Muhammad Bahadur) trattava un patto con la Lega musulmana di Mohammad Ali Jinnah per ristabilire un embrione di cooperazione ebbe un valore politico profondo. Anche se la diffusione del film fu relativa il suo valore per la coscienza nazionale indiana fu profondo.

Il nome Bollywood venne però introdotto molto più tardi: col fiorire, negli anni Settanta, della produzione che divenne imponente in termini quantitativi e superò quella della statunitense Hollywood. La cinematografia era però ormai molto differente e più attagliata agli anni di cambiamento che segnavano la vita del paese. I Settanta in India furono gli anni di Indira Gandhi, come leader del Congresso e Prima ministra (il suo primo mandato durò dal 1966 al 1977), il paese attraversò una crisi sociale e identitaria scatenata anche da motivazioni economiche. Indira Gandhi arrivò a sospendere le libertà costituzionali e i diritti generali previsti e a governare in maniera autocratica per risolvere la grave situazione di instabilità. I Settanta nel Subcontinente furono gli anni turbolenti della guerra del 1971 con il Pakistan, o terza guerra indo pakistana, che portò alla secessione del Bengala e alla conseguente tragedia umanitaria. Furono, per la politica interna, come per la politica estera, un periodo drammatico e di imponente contenstazione, una decade nella quale, forse per la prima volta, le certezze del Congresso Nazione Indiano vacillarono, così come furono scossi dalle fondamenta i binari all’interno dei quali le classi dominanti indiane avevano impostato il paradigma del mantenimento del potere e dell’influenza sociale. Ma trattare di classi in India vuol dire anche andare a toccare il sistema delle caste, sempre drammaticamente presente nel substrato culturale se non nel “senso comune” del paese.

Bollywood fu in prima fila nel cercare di interpretare gli scossoni che l’India subiva, anche ispirata dai modelli culturali e dagli stili di vita occidentali (essenzialmente britannici e statunitensi) e la ricaduta sugli strati popolari. Gli anni Settanta pertanto furono il periodo in cui eroi popolari come Amitabh Bachchan e Rajesh Khanna interpretarono i ruoli dei cittadini comuni, colti anch’essi dal cambiamento eppur protagonisti, in certi casi, di una rivincita dei ceti attivi più umili, pur inquadrata nel sistema religioso-culturale delle caste. Nel lungometraggio Anand due dottori (legati quindi, anche come figure professionali, nell’immaginario collettivo, al mondo occidentale) attuano due condotte molto differenti, seppur con l’intento di aiutare i più bisognosi fra i loro malati. Un giorno conoscono Anand (interpretato da Rajesh Khanna), un malato di linfosarcoma destinato a lasciare il mondo in pochi mesi che pur non dispererà ma manterrà viva la voglia di vivere sino all’ultimo giorno, indicando a chi lo circonda la strada della serenità e della gioia di vivere. Il messaggio del film è anche la messa in pratica dei comportamenti poco ortodossi dei due dottori per contrastare il destino dei malati e definisce un modo differente di vedere le cose e considerare il modo che lo slega da una visione conservatrice. I personaggi di Amitabh Bachchan e Rajesh Khanna sono quindi eroi ribelli che cercano di mostrare una nuova visione del mondo legata a valori meno tradizionali, e il fatto che Anand/Khanna giunga sino ad affrontare, da vincente, il tabù della morte pur non utilizzando esclusivamente il mezzo della religione fa riflettere sulla carica di rinnovamento che poteva avere la pellicola per l’epoca.

Con gli ani Novanta, nuovamente anni di grandi cambiamenti per l’India e per il suo popolo avvenne una seconda, importantissima, rivoluzione del mezzo cinematografico: un proliferare di produzione e di volti nuovi dovuti al maggior volume di affari legato al cinema che divenne realmente un fenomeno di massa. La liberalizzazione che vide alcuni progressi economici ma anche l’aggravamento della distanza economica fra le caste più agiate e i Dalit (esclusi dal sistema delle caste come marchio di una inferiorità molto più biologica che di pensiero o opinione) portò un generale benessere, escludendo classi e caste più emarginate, e questo si rifletté, naturalmente, su Bollywood. Il benessere portò dei modelli da seguire, in particolare, di nuovo, i modelli occidentali, e una nuova ondata di globalizzazione culturale.

Infine un ulteriore scossone si è avuto negli ultimi venti anni: Bollywood è divenuto fenomeno planetario e se non i nomi, quantomeno i visi di attrici e attori quali Tripti Dimri (che ha ottenuto con Bullbull un successo decisivo), Ranveer Singh e Deepika Padukone (protagonista di una storia d’amore cinematografica interreligiosa) sono divenuti ormai noti globalmente.

Ecco quindi che gli ingredienti per finire nei programmi del controllo culturale del governo di Modi ci sono tutti: veicolo di ribellione sociale, finestra sulla cultura globalizzata e peso internazionale ed infatti il governo di Nuova Delhi ha compiuto, direttamente o indirettamente vari atti di restrizione e/o tentativi di controllo sul cinema di produzione indiana. La strategia multiforme iniziata apertamente tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020 ha visto attacchi diretti sui mezzi di informazione e cospirazioni mirate a discreditare attori troppo innovativi come la citata Deepika Padukone, manovre economiche mirate a influenzare i contenuti della produzione di film made in India e tentativi di depistaggio, come i selfies del Primo ministro Modi con attori indiani. Ma, nonostante alcune piccole reazioni degli addetti ai lavori, lo scontro vero e proprio non sembra essere ancora giunto e la situazione vede il governo nazionalista che rosicchia lentamente margine di manovra all’industria cinematografica e quest’ultima che reagisce solo nel momento in cui la limitazione diviene troppo costrittiva. Per non soffocare e divenire vittima del nazionalismo culturale, perdendo di spessore e cedendo completamente la propria autonomia Bollywood dovrebbe reagire consistentemente ma nel momento attuale (stante la pandemia in corso) questo è quanto mai difficoltoso (viste anche la situazione economica): il futuro resta quindi una profonda incognita.

Di Francesco Valacchi

*Dottorato in Geopolitica presso l’Università di Pisa. Collabora con “Affarinternazionali”, “Geopolitica.info”, “Ispi-online”, “RISE” (del TWAI), “Pandora rivista”, “Dialoghi Mediterranei” e altre riviste


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