16 aprile 2013, 11:38 ora italiana, Update

La Corte Suprema indiana ha rinviato al 22 aprile la decisione su quale agenzia debba occuparsi delle indagini sul caso dei due fucilieri di Marina, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, accusati dell’omicidio di due pescatori del Kerala a febbraio dello scorso anno, scambiati per pirati.

La Corte dovrà stabilire se a indagare dovrà essere la National intelligence agency (Nia) , che si occupa tra gli altri campi di antiterrorismo e lotta contro la pirateria, o il Central Bureau of Investigation (Cbi), l’Fbi indiana.

Secondo quanti riferito dall’agenzia PTI, l’Italia ha contestato la tesi che la vicenda possa ricadere sotto la giurisdizione della Nia che potrebbe intervenire solo se contro i marò venisse applicata anche la Legge del 2002 per la repressione degli atti illeciti contro la sicurezza della navigazione e delle piattaforme fisse nella piattaforma continentale.

Le indagini, ha assicurato il procuratore generale, G.E. Vahanvati, nel respingere le obiezioni italiane saranno completate in 60 giorni.

25 marzo 2013, 14,25 ora di New Delhi

È iniziata oggi in India la costituzione della corte speciale che si dovrà esprimere sulla giurisdizione del caso che coinvolge i due marò italiani, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Secondo quanto riferisce l’agenzia di stampa indiana PTI a presiedere il tribunale sarà Amit Bansal, magistrato capo metropolitano del tribunale di Patiala, uno dei distretti giudiziari di Delhi.

21 marzo 2013, 20:30

Il sottosegretario agli Esteri italiano Staffan De Mistura ha annunciato che i due militari italiani partiranno già stasera per l’India e che sarà lui stesso ad accompagnarli. Latorre e Girone risiederanno nell’ambasciata italiana di Delhi e avranno “libertà di movimento”. De Mistura ha poi giustificato l’atteggiamento italiano dicendo che Roma era in attesa di “garanzie” sul trattamento dei due marò.

L’Ansa riporta le dichiarazioni del ministro degli Esteri di Delhi Salman Khurshid: il ritorno dei due marò in India è “un bene per entrambi i paesi”.

21 marzo 2013, 19:45 ora di Roma

Il governo italiano ha deciso oggi che i due marò torneranno domani in India. Di seguito il comunicato di Palazzo Chigi:

“Oggi il Presidente del Consiglio Mario Monti, insieme al Ministro della Difesa Giampaolo Di Paola e al Sottosegretario agli Esteri Steffan de Mistura, ha incontrato i fucilieri di Marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, per valutare congiuntamente la posizione italiana e i risultati delle discussioni avvenute tra le autorità italiane e quelle indiane.

La posizione del Governo era stata definita in mattinata in un’apposita riunione del CISR (Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica) presieduta dal Presidente Monti, alla quale hanno partecipato i Ministri degli Affari Esteri Giulio Terzi di Sant’Agata, dell’Interno Anna Maria Cancellieri, della Giustizia Paola Severino, della Difesa Giampaolo Di Paola, dell’Economia e Finanze Vittorio Grilli, dello Sviluppo Economico Corrado Passera, i Sottosegretari Antonio Catricalà e Gianni De Gennaro.

Sulla base delle decisioni assunte dal CISR, il Governo italiano ha richiesto e ottenuto dalle autorità indiane l’assicurazione scritta riguardo al trattamento che sarà riservato ai fucilieri di Marina e alla tutela dei loro diritti fondamentali. Alla luce delle ampie assicurazioni ricevute, il Governo ha ritenuto l’opportunità, anche nell’interesse dei Fucilieri di Marina, di mantenere l’impegno preso in occasione del permesso per partecipare al voto, del ritorno in India entro il 22 marzo. I Fucilieri di Marina hanno aderito a tale valutazione.

21 marzo 2013, 09:17 ora di New Delhi

Ieri sulla Stampa è uscito un prezioso editoriale di Roberto Toscano, che dice molte cose sensate che ci avrebbe fatto molto piacere leggere fin dal 16 febbraio 2012.

20 marzo 2013, 12:00 ora di New Delhi

The Hindu esce con un nuovo articolo per fare chiarezza sulla possibilità di mancato riconoscimento dell’immunità di Mancini.
Sciorinando una serie di precedenti e leggi indiane e internazionali, i due autori – assistente professore e studentessa all’ultimo anno presso la National Law University, Delhi – concludono dicendo:

Ponendo restrizioni all’Ambasciatore italiano e valutando una causa di oltraggio alla Corte, la Corte suprema e il Governo indiano stanno cercando delle soluzioni legali che non sono disponibili [nel sistema legale indiano].

19 marzo 2013, 15:20 ora di New Delhi

Stamattina Sonia Gandhi, la presidentessa del partito di governo Indian National Congress, di origini italiane, ha rotto il silenzio sulla questione dei due marò, dichiarando:

La sfida del governo italiano e il suo tradimento sulla questione dei marinai sono francamente inaccettabili. Nessun paese potrebbe o dovrebbe dare per scontati i suoi rapporti con l’India. Ogni mezzo deve essere perseguito perché il governo italiani onori l’impegno che ha preso con la Corte Suprema

19 marzo 2013, 15:00 ora di New Delhi

Su China Files analisi della strategia della Corte suprema e confronto tra le astuzie indiane e quelle (un po’ meno astute) della Farnesina.

18 marzo 2013, 12:40 ora di New Delhi

Come spiega bene Cnn-Ibn, la questione dell’immunità diplomatica di Mancini è molto fumosa.
L’articolo 29 della Convenzione di Vienna del 1961 recita:

La persona dell’agente diplomatico è inviolabile. Egli non può essere sottoposto ad alcuna forma di arresto o di detenzione. Lo Stato accreditatario lo tratta con il rispetto dovutogli e provvede adeguatamente a impedire ogni offesa alla persona, libertà e
dignità dello stesso.

In base a questo articolo le opzioni indiane, spiegano a Cnn-Ibn, sono limitate, poiché l’articolo 31 specifica:

  1. L’agente diplomatico gode dell’immunità dalla giurisdizione penale dello Stato accreditatario. Esso gode del pari dell’immunità dalla giurisdizione civile e amministrativa dello stesso, salvo si tratti di:
  2. azione reale circa un immobile privato situato sul territorio dello Stato accreditatario, purché l’agente diplomatico non lo possegga per conto dello Stato accreditante ai fini della missione;
  3. azione circa una successione cui l’agente diplomatico partecipi privatamente, e non in nome dello Stato accreditante, come esecutore testamentario, amministratore, erede o legatario;

c.azione circa un’attività professionale o commerciale qualsiasi, esercitata dall’agente diplomatico fuori delle sue funzioni ufficiali nello Stato accreditatario.

  1. L’agente diplomatico non è tenuto a prestare testimonianza.
  2. Contro l’agente diplomatico non può essere presa alcuna misura d’esecuzione, salvo nel casi di cui al paragrafo 1, capoversi a a c, purché non ne sia menomata l’inviolabilità della persona e della dimora.
  3. L’immunità giurisdizionale di un agente diplomatico nello Stato accreditatario non può esentarlo dalla giurisdizione dello Stato accreditante.

Mentre l’articolo 32, che chiarisce i casi in cui l’immunità diplomatica può essere revocata, spiega:

  1. Lo Stato accreditante può rinunciare all’immunità giurisdizionale degli agenti diplomatici e delle persone che ne godono in virtù dell’articolo 37.
  2. La rinuncia dev’essere sempre espressa.
  3. Un agente diplomatico o una persona fruente dell’immunità giurisdizionale in virtù dell’articolo 37, che promuova una procedura, non può invocare questa immunità per alcuna domanda riconvenzionale connessa con la domanda principale.
  4. La rinuncia all’immunità giurisdizionale per un’azione civile o amministrativa non implica una rinuncia quanto alle misure d’esecuzione dei giudizio, per la quale è necessario un atto distinto.

    In virtù di tutto ciò, pare chiaro che senza un esplicito ritiro dell’immunità da parte dell’Italia, Mancini non rischi alcun pericolo. In particolare il paragrafo 4 dell’articolo 32 indica che la prima rinuncia implicita può valere per il giudizio – “sei colpevole”– mentre per l’applicazione del giudizio – “sei stato condannato e vai in prigione”– è necessario un secondo “atto distinto” che, ovviamente, non verrà mai accordato dal governo italiano.

    18 marzo 2013, 12:00 ora di New Delhi

La Corte suprema questa mattina ha rinviato l’udienza che coinvolge l’Ambasciatore Mancini al 2 aprile.

Le parole della massima Corte indiana sono durissime. Mancini, ha detto il capo della Corte suprema Altamas Kabir, ha “perso la fiducia della Corte” e firmando l’affidavit di garanzia del ritorno dei due marò in India si è appellato alla Corte “come individuo, non come Ambasciatore”: condizione che automaticamente, secondo quanto ha anticipato la Corte suprema, equivarrebbe alla rinuncia implicita dell’immunità diplomatica, per il principio di parità delle parti davanti alla legge che avevamo anticipato qui sotto il 14 marzo.

In sostanza: Mancini non poteva garantire per i marò e contemporaneamente proteggersi dietro lo scudo dell’immunità. Delle due l’una, altrimenti si sarebbe configurata una condizione di “impunità”.

La Corte ha reiterato l’ordine di non lasciare il Paese all’Ambasciatore che, eventualmente, dovrebbe richiedere permesso specifico alla Corte stessa.

“Non ci aspettavamo un Ambasciatore si comportasse in questo modo” ha dichiarato spiegato Kabir, chiedendo a Mancini – non presente in aula – quale considerazione avesse del potere giuridicio indiano.

Nonostante le parole della Corte suprema, la questione della rinuncia all’immunità sarà definitva il 2 aprile. Su questo punto gli esperti di diritto, anche in India, sono radicalmente divisi.

15 marzo 2013, 18:10 ora di New Delhi

L’agenzia di stampa PTI ha rivelato che l’India starebbe pensando ad un downgrade delle relazioni diplomatiche con l’Italia. L’attuale Ambasciatore indiano per Roma, Basant Kumar Gupta, era stato nominato alcune settimane fa e avrebbe dovuto raggiungere l’Italia per prendere l’incarico venerdì prossimo. Delhi ha temporaneamente sospeso il trasferimento di Gupta, palesando la volontà dell’India di mantenere rapporti diplomatici con l’Italia ad un livello inferiore di Ambasciatore.

15 marzo 2013, 11:09 ora di New Delhi

A chiarimento di quanto ipotizzato qui sotto, riceviamo e volentieri pubblichiamo da una delle nostre fonti:

Nel diritto internazionale valgono in primis le consuetudini generalmente condivise. Ci si può sottrarre ad una consuetudine generalmente condivisa se non la si è mai attuata, presentandosi alla comunità internazionale come una sorta di obiettore. Individuare quali siano le consuetudini non è cosa semplice: per capire se è una norma consuetudinaria serve uno studio certosino della prassi che praticamente solo gli Uffici giuridici dei ministeri degli Esteri possono fare in lungo lasso di tempo. 

Individuare chi è un “obiettore” a volte è semplice, a volte no, perchè l’occasione per dimostrare alla comunità internazionale una linea di condotta in controtendenza con una consuetudine condivisa potrebbe presentarsi raramente, come nel caso in questione che coinvolge il nostro Ambasciatore: il non mantenimento di impegni presi in via ufficiale a quel livello diplomatico in India è stato descritto come un “fatto inedito” nei rapporti bilaterali tra l’India e gli altri Stati nazionali.

Al di là delle considerazioni etiche e politiche del gesto dell’Unione Indiana, come spiega Giuseppe Paccione in Diritto.net la tesi della perdita dell’immunità non è da scartare, stante la lacuna normativa a tal riguardo. Anche Paolo Grossi, nell’Enciclopeia del Diritto vol.4 si spinge a non escludere una tesi simile citando la Convenzione di New York e quella di Basilea.
Certo loro parlano dell’immunità statale, ma la deposizione firmata dall’ambasciatore può essere considerato un atto di un organo dello Stato? 

Solo un nuovo accordo tra stati, un arbitrato o la Corte di Giustizia Europea potrebbe ora decidere sulla liceità o meno degli atti, non tanto dichiarandoli corretti o meno ma creando nuova giuriprudenza su un punto ancora oscuro per noi.

Questo non esclude che l’India in questo caso si stia palesando come un obiettore di una norma condivisa. Non tanto sull’immunità di un agente diplomatico, ma sulla perdita di tale immunità qualora l’agente abbia adito una Corte, quindi sulla possibilità di essere chiamato in causa a sua volta sula res controversa.

14 marzo 2013, 17:48 ora di New Delhi

Proviamo a interpretare le parole sibilline dell’avvocato e del vice procuratore generale citati qui sotto, tenendo a mente che il Diritto Internazionale è tutto una questione di interpretazioni.

L’Ambasciatore italiano in India Daniele Mancini, entrando come attore nella vicenda e firmando una deposizione scritta in cui garantiva il ritorno dei due marò, potrebbe aver perso la sua immunità diplomatica nel merito del caso e la Corte suprema avrebbe il diritto a chiamarlo in causa per il mancato rispetto della parola data.

Considerato che il personale diplomatico internazionale gode di immunità giurisdizionale, secondo alcune interpretazioni del diritto internazionale – in questo caso della Convenzione di Vienna del 1961, alla luce della Convenzione di New York del 2005 e di Basilea del 1972 – una volta che uno Stato decide di ricorrere alla Corte civile di un altro Paese, la suddetta Corte ha il diritto di rivalersi sullo Stato con una domanda riconvenzionale, non valendo più l’immunità se non è stata fatta valere esplicitamente fin dall’inizio.

In particolare la Convenzione di Basilea recita:

Art. 3

  1. Uno Stato Contraente non beneficia dell’immunità dalla giurisdizione dinnanzi a un tribunale di un altro Stato Contraente se, prima d’invocarla, entra nel merito della controversia. Nondimeno, se dimostra d’aver potuto prendere solo successivamente conoscenza dei fatti sui quali avrebbe potuto fondare l’immunità, può invocare quest’ultima qualora si avvalga di tali fatti non appena possibile.
  2. Non si considera che uno Stato Contraente abbia rinunciato all’immunità ove compaia dinnanzi a un tribunale di un altro Stato Contraente per invocarla.

In parole povere: quando Mancini firma e si impegna rappresentando l’Italia, qualora l’impegno non sia stato mantenuto la Corte suprema avrebbe secondo questa tesi il diritto di chiederne conto legalmente all’Italia, ovvero Mancini stesso, che garantendo per i due marò in un procedimento civile automaticamente avrebbe rinunciato all’immunità per soddisfare il requisito di parità delle parti, l’Equal treatment before the law (articolo 14 della Costituzione indiana).

C’è però il nodo della ratificazione. New York è ratificata solo dall’India, mentre Basilea da nessuno dei due Stati. Ma c’è da valutare se le Convenzioni siano considerate come norme consuetudinarie, ovvero se valgano in tutto il mondo al di là della singola ratificazione. E questa è un’operazione che noi non siamo in grado di svolgere.

14 marzo 2013, 15:40 ora di New Delhi

Cerchiamo di capire cosa può succedere ora. L’Ambasciatore, secondo la Convenzione di Vienna del 1961, gode di immunità diplomatica nei confronti della legge dello Stato in cui opera, nel nostro caso l’India. Ma considerando che Mancini ha firmato una deposizione scritta vincolante davanti alla Corte suprema, assicurando il ritorno dei marò e prendendosene “full responsibility”, a questo punto può essere accusato di qualche crimine da una Corte indiana?

Harish Salve, l’ex avvocato dei marò in India, ha dichiarato al Telegraph“Non sono sicuro che [Mancini] non possa essere accusato di oltraggio alla Corte, anche considerando l’immunità diplomatica. Il governo indiano è molto forte e deve assicurarsi che [l’Italia] mantenga la parola data”. Salve ha spiegato che ci troviamo di fronte a un caso “inedito”, siccome “nessuno Stato sovrano al mondo aveva mai disatteso una promessa fatta a una Corte straniera”.

Salve ha inoltre escluso una sentenza di colpevolezza in contumacia per i due marò, azione che “non avrebbe alcun senso”.

Nello stesso articolo il vice procuratore generale Mohan Parasaran ha spiegato: “L’Ambasciatore italiano aveva assicurato categoricamente il loro [dei due marò] ritorno. Aveva anche firmato una deposizione scritta giurata davanti alla Corte suprema, rinunciando quindi alla sua immunità. Può assolutamente essere processato per oltraggio alla Corte”.

Ma l’articolo 32 della Convenzione di Vienna, che riguarda la rinuncia all’immunità, dice:

Art. 32

  1. Lo Stato accreditante può rinunciare all’immunità giurisdizionale degli agenti diplomatici e delle persone che ne godono in virtù dell’articolo 37.
  2. La rinuncia dev’essere sempre espressa.
  3. Un agente diplomatico o una persona fruente dell’immunità giurisdizionale in virtù dell’articolo 37, che promuova una procedura, non può invocare questa immunità per alcuna domanda riconvenzionale connessa con la domanda principale.
  4. La rinuncia all’immunità giurisdizionale per un’azione civile o amministrativa non implica una rinuncia quanto alle misure d’esecuzione dei giudizio, per la quale è necessario un atto distinto.

L’India ha adottato la Convenzione di Vienna senza alcuna riserva. Insomma, la faccenda come solito è complicata. Cerchiamo di capirla mano a mano.

14 marzo 2013, 12:37 ora di New Delhi

Una nota di colore, diciamo: Daniele Mancini, che si trova ora con una gigantesca patata bollente per le mani, ha preso l’incarico di Ambasciatore d’Italia a New Delhi il 2 gennaio 2013, poco più di due mesi fa.

14 marzo 2013, 11:10 ora di New Delhi

La Corte suprema ha comunicato che l’Ambasciatore d’Italia a New Delhi, Daniele Mancini, non potrà lasciare il Paese, conseguenza del mancato ritorno dei marò in India. Inoltre la Corte ha chiesto a Mancini, che rappresentando l’Italia aveva firmato il documento che accordava a Latorre e Girone un permesso di un mese prendendosi ogni eventuale responsabilità del caso, “full responsibility”, di inoltrare entro il 18 marzo una spiegazione scritta delle motivazioni che hanno portato l’Italia a non mantenere la propria parola.

13 marzo 2013, 17:31 ora di New Delhi

L’Ambasciatore italiano a New Delhi, Daniele Mancini, oggi ha dichiarato:
“Sono convinto che due democrazie moderne come le nostre possano superare queste difficoltà. Stiamo lavorando con le istituzioni indiane e col governo per fare del nostro meglio per superare questi momenti difficili. […] Non ci sottrarremo a questo compito. Lo teniamo in grande considerazione”.

13 marzo 2013, 12:56 ora di New Delhi

Harish Salve, stimato avvocato indiano che fino a ieri rappresentava i due marò nelle aule di tribunale indiane, in un lungo comunicato in cui si è detto shockato della decisione della Farnesina di non riconsegnare Latorre e Girone alle autorità indiane, ha informato l’Ambasciatore italiano in India che “non sarà più possibile per me apparire in aula o essere associato al caso”.

13 marzo 2013, 12:44 ora di New Delhi

Il primo ministro indiano Manmohan Singh, in linea con la posizione del Ministero degli Esteri indiano, ha dichiarato alla stampa che “se non mantengono la propria parola ci saranno conseguenze nelle nostre relazioni con l’Italia”.

12 marzo 2013, 19:32 ora di New Delhi

Al termine dell’incontro con l’ambasciatore italiano a Delhi, il sottosegretario agli Esteri indiano, Ranjan Mathai ha ribadito che l’Italia è obbligata a rispettare gli impegni presi con la Corte Suprema e ha definito inaccettabile la nota inviata ieri dalla Farnesina con cui si annunciava che i due marò non sarebbero tornati in India.

La diplomazia indiana ha inoltre ricordato di aver ricevuto il 6 marzo la richiesta italiana per una soluzione alla controversia, richiesta ancora sotto esame. “La Corte suprema concesse ai due fucilieri di viaggiare e restare in Italia per un quattro settimane e di tornare in India sotto la tutela,la supervisione e il controllo della Repubblica italiana”, si legge nella nota di Delhi, “è stato comunicato all’ambasciatore che il governo italiano è stato vincolato a garantire il rientro in India entro i termini stabiliti dall’ordine della Corte Suprema”.

12 marzo 2013, 16:42 ora di New Delhi

Al canale televisivo NDTV spiegano che una delle opzioni potrebbe essere continuare il processo in India e, in caso di sentenza di colpevolezza, spiccare un mandato di cattura internazionale tramite l’Interpol.

12 marzo 2013, 16:00 ora di New Delhi

Trapelano indiscrezioni: l’Ambasciatore italiano in India verrà convocato in giornata dal Ministero degli Esteri indiano per il caso dei due marò.

La storia

Nella serata di ieri la diplomazia italiana ha inviato una nota shock alla controparte indiana, annunciando che Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, i due marò accusati dell’omicidio di due pescatori indiani, non faranno ritorno in India al termine della licenza (in scadenza tra una settimana) accordata dalla Corte suprema indiana in occasione delle ultime elezioni nazionali.

L’atto unilaterale, si legge nel comunicato diramato dalla Farnesina, è stato giustificato sostenendo che “la condotta delle Autorità indiane violasse gli obblighi di diritto internazionale gravanti sull’India in virtù del diritto consuetudinario e pattizio, in particolare il principio dell’immunità dalla giurisdizione degli organi dello Stato straniero e le regole della Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNCLOS) del 1982.”

In sostanza, il dimissionario governo dei tecnici ha ufficializzato la totale sfiducia nel sistema legale indiano, optando per un atto di forza diplomatico molto chiaro: l’Italia vuole scavalcare la giustizia indiana e trovare una soluzione politica, cercando un accordo con l’esecutivo di New Delhi fuori dal consesso legale della Corte suprema, la massima Corte indiana che – consultandosi col governo – stava nominando i giudici della Corte speciale chiamata a dirimere il contenzioso circa la giurisdizione del caso.

Il ministro Terzi ha spiegato che l’Italia è disponibile a risolvere il caso ricorrendo a un arbitrato internazionale o una risoluzione giudiziaria, alzando lo scontro diplomatico a livello internazionale.

La diplomazia italiana ha lamentato la reticenza degli indiani ad attivare un dialogo bilaterale per chiudere il caso. Pressioni in questo senso erano state fatte il mese scorso, chiedendo all’esecutivo di Delhi di “intervenire”.

Come ha avuto modo di chiarire il ministro degli Esteri Khurshid, l’India si è detta impossibilitata ad agire in questo senso – sarebbe stata un’ingerenza della politica ai danni del potere giuridico del Paese – tracciando tra l’altro la situazione speculare che, recentemente, ha visto l’Italia negare all’India il fascicolo dello scandalo Finmeccanica.

I marò, che si sono dichiarati “felici di poter tornare a lavoro”, da oggi sono uomini liberi. L’indagine aperta dalla procura di Roma nel febbraio 2012, infatti, è ferma ai blocchi di partenza: non avendo ricevuto la documentazione del caso dalle autorità indiane, la procura italiana non è in grado di istruire nessun processo.

Cosa succederà ora è difficile da prevedere con precisione. Khurshid ha spiegato che, al momento, un team di legali del governo stanno analizzando il contenuto del comunicato italiano – arrivato qui in India nella notte di ieri – e in base all’interpretazione che ne verrà data l’esecutivo deciderà quali provvedimenti prendere.

Il governo indiano potrebbe raggiungere un’intesa con l’Italia per sedersi al tavolo delle trattative, ovvero ricorrere all’arbitrato internazionale, siglando una sorta di trattato bilaterale per risolvere una querelle che ormai si protrae da oltre un anno.

Ma la Corte suprema, spiegano gli esperti indiani, ha ancora in mano il documento firmato dal nostro Ambasciatore, nel quale l’Italia si impegnava a far tornare i due fucilieri del reggimento San Marco. Un documento ufficiale che, seppur disatteso dalla diplomazia italiana, può esser “fatto valere” dalle autorità indiane.

Ma rimane il fatto che l’iter legale in atto in India potrebbe non fermarsi e arrivare addirittura a una sentenza di colpevolezza in contumacia. Il che aprirebbe scenari inediti.

La Corte suprema non ha ancora rilasciato dichiarazioni, mentre il governo indiano ha sostanzialmente invitato alla calma, prendendosi il tempo per analizzare le carte e studiare una contromossa diplomatica.

Il primo ministro Manmohan Singh, che ha appreso la notizia dai giornali stamattina, ha dichiarato che “la situazione è inaccettabile”, mentre il chief minister del Kerala Ooman Chandy, su tutte le furie, è in arrivo a Delhi per ribadire ancora una volta la posizione dello stato dell’India meridionale: i marò devono essere processati in India secondo le leggi indiane.

L’opposizione e l’opinione pubblica denunciano la beffa italiana, urlando allo scandalo ed evocando un complotto criminale internazionale che, come al solito, vedrebbe nell’”italiana” Sonia Gandhi – presidentessa dell’Indian National Congress, partito di governo – la burattinaia suprema. Accuse cicliche che, oggettivamente, lasciano il tempo che trovano, ma che sono comprensibili rilevando l’anomalia della licenza con la quale i due marò sono potuti tornare in Italia lo scorso febbraio.

A differenza della licenza natalizia, accordata dall’Alta corte del Kerala dietro una cauzione di 826mila euro per tutelarsi dall’evenienza del mancato ritorno dei due accusati, questa volta l’India non ha preteso nessun versamento precauzionale, accontentandosi di una lettera firmata dall’Ambasciatore. Una fiducia evidentemente malriposta.

In queste ore l’India sta però seguendo gli sviluppi dello stupro di gruppo di Delhi: due giorni fa uno dei 5 accusati, Ram Singh, è stato trovato impiccato nella sua cella, mentre la tanto agognata legge antistupro ha incontrato una battuta d’arresto proprio nella giornata di oggi: in mancanza di un parere unanime nella commissione appuntata per stilare il decreto, la formulazione di una legge fortemente voluta dall’opinione pubblica è stata rimandata a data da destinarsi. Fatto che ha concentrato l’indignazione popolare e politica, facendo passare lievemente in secondo piano il grande affronto dell’Italia.

Alla luce delle notizie pubblicate in Italia, siamo costretti a ribadire con forza che, nonostante ormai questa versione faccia parte della vulgata nazionale, lo scontro a fuoco tra l’Enrica Lexie e il peschereccio St. Antony non è avvenuto in acque internazionali, bensì entro la zona contigua, un tratto di mare dove l’India avoca a sé il diritto a far valere le proprie leggi.

La crisi diplomatica attualmente in atto, che nei prossimi giorni coi provvedimenti indiani è destinata certamente a peggiorare, si basa infatti su una interpretazione del diritto internazionale da parte dell’Italia che non coincide con l’interpretazione indiana. La Corte speciale doveva proprio regolare questa discrepanza e la scelta di trattenere i marò in patria ha voluto evitare una sentenza che era ancora aperta, specie sul nodo dell’immunità, come specificato esplicitamente dai giudici della Corte suprema il 18 gennaio.

L’Italia, in definitiva, approfittando di un vuoto legislativo internazionale ha forzato la mano cercando di imporre all’India la sua interpretazione del diritto. Una prova di forza scellerata, poiché crea un pericoloso precedente nei rapporti tra Stati, e che mette a repentaglio i rapporti bilaterali col gigante asiatico, specie quelli commerciali.

La reputazione invece non corre rischi. Quella l’Italia se l’è già giocata ieri.