Lo strano mix è frutto di un evidente gap generazionale: mentre i giovani cinesi sempre più di frequente sperimentano l’uso di siti di incontri alla ricerca di esperienze più o meno romantiche o durature, i loro genitori li “vendono” nei parchi delle principali città. La speranza è trovare per loro un marito o una moglie adatti a portare avanti il nome di famiglia.

La domenica, al parco del Popolo di Shanghai tutto funziona come un vero e proprio mercato: i profili dei candidati sono appesi a corde come panni stesi al sole, o esposti su ombrelli aperti. I potenziali acquirenti passeggiano e si fermano quando uno di questi attrae la loro attenzione. Tra le informazioni essenziali età, occupazione, proprietà e hukou – il severo sistema di certificati di residenza rende quasi impossibile per i residenti rurali ottenere il domicilio permanente nei centri urbani senza legami familiari.

Stupisce, invece, che solo di rado le descrizioni siano accompagnate da fotografie. In realtà, il motivo è semplice: “stiamo cercando la migliore partner per nostro figlio, educazione e carriera sono più importanti del suo aspetto fisico” mi spiega una coppia di genitori, invitandomi poi a considerare seriamente l’idea di incontrare il figlio visto che parla un ottimo inglese e i miei 23 anni sono “l’età perfetta per sposarsi”.

Questa affermazione è un’altra implicita risposta alla mia domanda: nella cultura cinese, dove anche 28-30 anni cominciano ad essere scomodi quando si tratta di matrimonio, per chi viene esposto al parco – i cosidetti “leftover” o “avanzi”, termine che indica chi è single e non più nel fiore degli anni – è più conveniente puntare sugli attributi materiali che su quelli fisici. Anche perché il target di chi pubblicizza i propri figli non sono i potenziali partner, ma altri genitori, sicuramente più interessati a ciò che rende il candidato un buon partito che al suo aspetto fisico.

Curiosando qua e là, le dinamiche del mercato matrimoniale si rivelano più complesse del previsto. Un gruppetto che sembra più nutrito degli altri si accalca di fronte ad un ombrello che pubblicizza una ragazza di 26 anni, studentessa di Master alla London School of Economics di Londra, residente all’estero ormai da sei anni tra Canada e Regno Unito. Mi risulta difficile pensare che sia rimasta completamente immune al mondo del dating occidentale, nell’attesa che i genitori le trovino marito. I miei dubbi trovano conferma nell’opinione di alcuni giovani passanti: non tutti coloro che sono esposti al mercato ne sono a conoscenza. Concordano nell’affermare che spesso i genitori nascondono ai figli le loro attività domenicali, specialmente quando questi vivono all’estero, per evitargli imbarazzo e risparmiarsi rimproveri.

Proprio per questo, però, sarebbe riduttivo pensare alle dinamiche del mercato matrimoniale cinese come a quelle dei matrimoni combinati. Si tratta, in effetti, più di opportunità che di accordi definitivi. Tutti i genitori concordano sul fatto che i figli non siano obbligati ad uscire con la persona indicatagli se non vogliono. “Esattamente come succede sui siti di incontri, i candidati papabili sono molti, e molte le opportunità, il che non significa che tutte debbano essere perseguite” spiega Rex Simmons, laureato all’Università di Pechino in un’intervista al The Dipolmat dello scorso anno, “la differenza sta solo nel fatto che in un caso i match avvengono online e nell’altro offline, e in chi compie la selezione”.

Lo scopo degli incontri, però, è a sua volta innegabilmente diverso. Dare alla famiglia la possibilità di scegliere il proprio potenziale partner si inserisce nella consolidata tradizione cinese di dare primaria importanza alle relazioni familiari. D’altra parte, quando l’obbiettivo è il matrimonio, come spesso è ancora il caso nella società cinese, i giovani adulti potrebbero effettivamente avere più successo affidandosi alle proprie madri che al dating online.

Di Silvia Frosina*

**Silvia Frosina, nata a Genova nel 1996. Già laureata in Scienze Internazionali, dello Sviluppo e della Cooperazione all’Università di Torino, sta completando un Master in China Studies tra la SOAS di Londra e la Zhejiang University. Ha collaborato con Il Manifesto e con il capitolo londinese di NüVoices, un collettivo editoriale che investiga questioni relative a identità e parità di genere in Cina e Asia.