Negli anni che hanno visto una crescita continua e costante da parte della Cina, è emersa una sorta di letteratura sul sistema cinese, finalizzata a comprendere se il «modello» produttivo e industriale sarebbe potuto risultare vincente o meno anche una volta ottenuto una crescita impressionante.

In particolare, numerosi analisti, professori e sinologi si sono cimentati nel tentativo di capire se la crescita cinese e il suo riferimento produttivo e industriale può considerarsi immune da rischi di crollo. Ben presto sono apparsi numerosi paper, studi e libri sulla fallibilità o meno del processo cinese; gli esperti si sono divisi, dunque, tra chi riteneva prossimo il crollo della Cina e chi invece riteneva che, malgrado le difficoltà, il sistema avrebbe retto.

Dopo il lancio della Nuova via della Seta e l’immediato entusiasmo scaturito in tutto il mondo e non solo in Cina per l’avventura voluta da Xi Jinping, e suffragata dagli sforzi mediatici impressionanti di Pechino, è arrivato anche per la Bri (o Obor) il momento di andare a verifica: da qualche tempo, infatti, cominciano ad affiorare dubbi sulla tenuta del progetto voluto da Xi, considerando che il mondo e l’ambiente economico nel quale è scaturita l’idea della Nuova via della Seta (lanciata nel 2013) è cambiato e non di poco. Nel corso degli ultimi tempi gli intoppi del progetto non sono stati pochi e hanno tutti a che vedere con le situazioni politiche di alcuni paesi che – da entusiasti per il progetto – hanno finito per minare la base di alcuni accordi prestabiliti. I casi più eclatanti sono quelli della Malaysia, del Pakistan, del Myanmar, dello Sri Lanka e delle Maldive.

In questi paesi il cambiamento al vertice politico, o il mutare di equilibri politici dati, ha portato alla messa in discussione dei progetti cinesi, precedentemente approvati. Secondo alcuni analisti questi sono tutti segnali negativi.

Secondo altri, queste variazioni sarebbero state previste dalla stessa Pechino (in Pakistan il Pcc aveva previsto la possibilità di buttare ben l’80% dei propri investimenti). Secondo altri ancora, questi segnali non comportano un rigetto completo dei progetti (infrastrutture, pipeline, porti, ferrovie, ponti) quanto una sua ridefinizione, come dimostrerebbe il caso malesiano che, dopo un ripensamento è stato ratificato anche dal nuovo governo.

Chi di recente ha inserito queste problematiche all’interno di uno scenario particolarmente negativo per la Cina è Minxin Pei, professore al Claremont McKenna College, autore di recente di un articolo dal titolo molto significativo – Will China let Belt and Road die quietly? – pubblicato da «Asia Nikkei Review».

Secondo il professore, al di là dei segnali geopolitici che arrivano da alcuni degli «snodi» più importanti della nuova via della seta (su cui si innerva tutta una riflessione relativa alla necessità da parte di Pechino di proteggerli), ci sarebbero altri segnali preoccupanti, circa una sorta di futuro e progressivo disimpegno della Cina dal mega progetto di Xi: «La macchina della propaganda ufficiale, a pieno regime per diffondere i risultati della Bri non molto tempo fa, di recente ha abbassato il volume. Nel gennaio 2018, il People’s Daily, organo portavoce del Partito Comunista, ha proposto solo 20 storie sulla Bri. A gennaio di quest’anno, solo sette.

Se teniamo traccia delle storie dei Bri nei media ufficiali cinesi nel 2019 e confrontiamo la copertura con gli anni precedenti, dovremmo avere un quadro più chiaro su dove è diretta la Bri. Con ogni probabilità, assisteremo a un significativo declino delle pubblicità ufficiali dei media cinesi a favore della Bri. È anche una scommessa sicura che il finanziamento di Pechino per i Bri diminuirà in modo misurabile quest’anno e nei prossimi anni».

Secondo Minxin Pei, dunque, la Cina sebbene in sordina procederà in modo più cauto a causa di svariati fattori: le difficoltà geopolitiche e la crescita che diminuisce insieme alle riserve monetarie del paese.

Non si tratterebbe – in realtà e su questo Minxin Pei è molto chiaro – di uno stop definitivo quanto di una ridefinizione del progetto su scale più abbordabili per la Cina del 2019 rispetto alla Cina del 2013.

Si tratta di critiche corrette, che identificano gli attuali problemi cinesi, ma che sottovalutano una sorta di sforzo globale, complessivo della Cina rispetto alla nuova via della seta. La posizione di Xi Jinping, che ha voluto fortemente il progetto, è infatti al momento più che solida, non ci sono all’orizzonte prospettive problematiche per la sua leadership anzi. E non solo, perché la nuova via della seta è stata inserita all’interno dello statuto del partito comunista e per questo segnerà la vita cinese nel futuro prossimo.

Del resto, se è condivisibile la sottolineatura di Minxin Pei riguardo la diminuzione della propaganda sul progetto, è anche vero che ormai tutto il paese è orientato a questa nuova postura globale, tanto che, secondo fonti provenienti dalle università cinesi, si registra un graduale abbassamento di ogni dibattito, proprio perché schiacciato dalla predominanza della Nuova via della Seta.

Questo non significa che i dubbi sulla natura del progetto non siano legittimi. Anzi, ce ne sono altri e hanno a che vedere con il cosiddetto «modello delle oche volanti» – nato in Giappone nel momento di massima espressione delle «tigri asiatiche» – e l’automazione nel mondo del lavoro, secondo il quale si ritiene che un paese sviluppato possa diffondere i propri skill a paesi meno sviluppati che diventano poi una propria area di mercato. A questo proposito di recente è uscito un articolo sul sito BeltandRoad.ventures, dal titolo Automation is the biggest challenge to the Belt and Road Initiative.

Nell’articolo si legge che «Il fenomeno delle oche volanti ha costituito la strategia di sviluppo di maggior successo dalla seconda guerra mondiale in avanti. Non sorprende quindi che molti paesi in via di sviluppo oggi desiderino impegnarsi con la Belt’s Road Initiative (Bri) della Cina nella speranza che la Nuova via della Seta possa aiutarli a finanziare l’infrastruttura necessaria per attrarre investimenti diretti esteri e sviluppare la loro capacità produttiva. Molti di questi paesi stanno ottenendo prestiti ingenti e stanno facendo grandi scommesse sull’infrastruttura, partendo dal presupposto che alla fine si ripagheranno, catalizzando lo sviluppo della produzione orientata all’esportazione».

Ma l’uso di questi primi esempi ignora il fatto che la decisione di trasferire la produzione è fondamentalmente diversa rispetto ai precedenti episodi di «trasferimento». Quando la manifattura «si spostò dal Giappone alla Corea a Taiwan, Singapore, Hong Kong e, infine, alla Cina continentale, i salari furono il fattore chiave». Tuttavia, oggi, pur essendo ancora importanti, i salari non sono così determinanti nell’ubicazione della produzione, «dato il progresso delle tecnologie di automazione e intelligenza artificiale che stanno rivoluzionando la produzione». Secondo gli autori dell’articolo ci sarebbe ormai un numero crescente di esempi «che suggeriscono che la produzione sta diventando meno dipendente dalla manodopera a basso costo. Recentemente Adidas ha deciso di produrre in Germania per la prima volta in due decenni, poiché il paese offre fabbriche automatizzate ad alta efficienza. Foxconn ha reso ridondanti 60.000 persone nella sua fabbrica di Zhengzhou e le ha sostituite con processi automatizzati».

Questi esempi sono anche supportati da una ricerca accademica più completa; un sondaggio condotto da ricercatori dell’Università cinese di Pechino ha messo in luce che di oltre 600 aziende manifatturiere in Cina, solo il 6% di loro ha preferito trasferire le operazioni all’estero in risposta all’aumento degli stipendi nel paese. «La ricerca di McKinsey mostra che l’87% delle attività produttive sono automatizzabili».

Ovviamente si tratta di una media e «la probabilità dell’automazione è diversa nei vari settori. Quelli con le più basse probabilità di essere automatizzati, ad esempio la produzione di scarpe in pelle, hanno ancora buone possibilità di essere trasferiti in paesi con bassi costi salariali».

Da un punto di vista generale, quindi, sta diventando sempre più chiaro che «la produzione sta diventando meno dipendente dal lavoro». A questo proposito ci si chiede in che modo questa tendenza globale possa ricadere sul progetto di Xi Jinping.

Con i progressi dell’automazione, «gli investitori stranieri nel settore manifatturiero hanno meno incentivi a spostare la propria produzione all’estero. Tuttavia, molti paesi stanno ancora investendo in infrastrutture e si stanno impegnando con la Nuova via della Seta a condizione che possano essere i beneficiari del fenomeno delle oche volanti e attrarre investitori manifatturieri attraverso una combinazione di buone infrastrutture e bassi salari. Qui sta il paradosso e forse il più grande rischio per la Nuova via della Seta di cui nessuno parla». In pratica: «se gli investitori stranieri delle aree di produzione scelgono di non continuare a spostare le operazioni di produzione o non le spostano nella misura in cui hanno fatto precedenti ondate di trasferimento di settore, è improbabile che la Nuova via della Seta possa stimolare lo sviluppo di una produzione orientata all’esportazione».

Si tratta di elementi che vanno a mischiarsi con le recenti preoccupazioni sul debito che creerebbero i prestiti cinesi con il rischio che la Bri finisca di «portare a livelli di indebitamento che molti paesi faranno fatica a pagare».

L’automazione cinese dunque, potrebbe finire per sfavorire uno degli asset del progetto, ovvero aprire nuovi mercati e «dirigere» le aziende cinesi e straniere che operano in Cina a produrre anche all’estero, per fare sì che le infrastrutture non siano viste come mere «armi del debito» in mano a Pechino.

[Pubblicato su il manifesto]