Nel giorno dell’inaugurazione del ponte che unisce le città di Hong Kong-Zhuhai-Macao in un’unica enorme area urbana, gli ambientalisti e gli attivisti per i diritti dei lavoratori sono tornati a farsi sentire. Da anni denunciano infatti le insufficienti misure di sicurezza per i lavoratori e i limiti delle valutazioni di impatto ambientale operate in vista del progetto con conseguenti misure di mitigazione e compensazione che si sarebbero dimostrate inefficaci nel proteggere l’ecosistema marino locale.

Agli sbalorditivi numeri del progetto: $20 miliardi di dollari costo complessivo, 55 km di lunghezza per cui sono state utilizzate 400,000 tonnellate di acciaio, abbastanza per costruire 60 Tour Eiffel, se ne aggiungono altri che vengono meno sbandierati.

Sono i costi umani. Dall’inizio dei lavori di costruzione nel 2011, il ponte è costato la vita ad almeno 20 operai, 11 morti dalla parte honkonghina e 9 da quella della terra ferma, e ha fatto più di 500 feriti. “Le misure di sicurezza messe in piedi dai vari appaltatori sono state vergognose”, lo ha affermato Chan Kam-hong, responsabile dell’Associazione per i diritti delle vittime di incidenti industriali, una NGOs basata a Hong Kong. E ha aggiunto “alcuni operai sono morti cadendo in mare e si è poi scoperto che i giubbotti salvagente che indossavano non erano a norma”.

Quanto agli impatti ambientali, già nel 2009 il WWF metteva in guardia dai rischi che un’infrastruttura del genere con piloni e isole artificiali, rappresentava per i branchi di delfini bianchi che abitano le acque antistanti Hong Kong. Per la loro preservazione si era chiesta l’istituzione di due parchi marini a Lantau e nelle isole Soko, di cui però si discute ancora oggi.

I timori del WWF si sono dimostrati fondati, secondo un rapporto del Dipartimento della pesca e agricoltura, la popolazione di delfini bianchi ha registrato un calo del 40% degli esemplari, passati da 80 nel 2012 a 47 nel 2017.

Nome scientifico “Sousa chinensis”, il delfino bianco cinese in realtà è rosa, colorazione che si deve all’abbondanza di vasi sanguigni sottocutanei che servono per la termoregolazione. E’ una specie diffusa nell’estuario del fiume delle Perle ma si ritrova anche in alcune zone del Sud Est Asiatico e in Australia. Già decimati dall’inquinamento marino che, oltre ad avvelenarli, provoca una riduzione dei pesci di cui si nutrono e dal forte traffico di imbarcazioni che varcano le acque della baia, erano già una specie in pericolo prima dell’avvio del progetto del ponte.

Per preservarli si è fatto ben poco, la Hong Kong Dolphin Conservation Society ha condannato senza mezzi termini la valutazione di impatto ambientale effettuata a monte del progetto. A nulla sono valse le misure di mitigazione messe in atto e che prevedevano tra le altre, il divieto di dragare in mare, misure di controllo acustico per i mezzi navali e rotte predefinite per le imbarcazioni da costruzione. Insufficiente anche la compensazione, che si è tradotta nella creazione di un parco marino nella zona di Brothers Island nel 2016, ad appena 150 mt dall’isola artificiale che fa parte dell’infrastruttura. Quindi fallimento su tutti i fronti se da ben tre anni non sia avvistano più delfini bianchi nella zona del ponte, dove gli esperti sostengono vivessero stabilmente due distinti gruppi.

Se i delfini dovessero scomparire come è stato per il baiji, il delfino bianco di acqua dolce che ha popolato le acque del fiume Azzurro fino al 2006 ed è stato dichiarato definitivamente estinto, “dovremo renderne conto alle generazioni future” ha affermato l’organizzazione di conservazione naturale.