Il depotenziamento dell’assetto democratico di Hong Kong sembra essere determinante per l’efficacia della legge sulla sicurezza nazionale imposta da Pechino. A confermarlo è la serie di arresti che ha animato la giornata di ieri nell’ex colonia britannica: attivisti politici, giornalisti e un magnate dell’informazione sono finiti nel mirino della polizia con l’accusa di aver violato la controversa norma entrata in vigore il 1° luglio scorso.

Il primo fermo è stato quello di Jimmy Lai, editore della testata Apple Daily sotto la holding Next Digital. Considerato il ‘Rupert Murdoch’ d’Asia, attraverso il suo giornale Lai ha sempre denunciato l’erosione della democrazia portata avanti da Pechino, raccontando le vicende del governo centrale e dei legislatori filo-cinesi. Insieme a lui, sono stati fermati anche i suoi due figli e altre quattro persone ai vertici dell’azienda giornalistica con l’accusa di collusione con forze straniere e cospirazione per commettere frodi.

Il tycoon sapeva di essere una voce scomoda: nei vari incontri con gli esponenti dell’amministrazione americana, tra cui il Segretario di Stato Mike Pompeo, chiedeva da tempo un intervento concreto per fermare la repressione cinese.

L’attività editoriale, avviata poco prima che la Cina riprendesse il controllo di Hong Kong nel 1997, ha superato anche i boicottaggi pubblicitari e le pressioni esercitate dai politici vicini a Pechino. Lai, con la linea graffiante del suo tabloid, aveva attirato le antipatie del Partito comunista, soprattutto per alcuni report che avrebbero mostrato le sue presunte donazioni ai gruppi pro-democratici impegnati nelle proteste del 2014.

Il messaggio che ieri il governo ha voluto mandare agli organi di informazione di Hong Kong è stato chiaro quando 200 poliziotti hanno perquisito la redazione dell’Apple Daily alla ricerca di documenti non specificati. Un’azione che è stata fortemente criticata a livello internazionale, a cui si è aggiunta la voce di Bruxelles.

Ma gli agenti del Dipartimento per la sicurezza nazionale, nel pomeriggio, sono stati occupati con l’arresto di Wilson Li, giornalista freelance dell’emittente ITV ed ex esponente del gruppo pro-democratico Scholarism, e dell’attivista Andy Li. In serata, è seguito l’arresto di Agnes Chow, il volto più noto dell’ormai smantellato gruppo politico Demosisto. La giovane attivista, il giorno prima, aveva denunciato su Facebook di essere stata pedinata da sconosciuti.

Gli abitanti di Hong Kong, che attendono ancora di conoscere l’esito dell’attuale legislatura – in standby dopo la decisione della governatrice Carrie Lam di posticipare le elezioni – hanno il timore di perdere il sostegno internazionale. Il ministero degli Esteri cinese ieri ha sanzionato 11 cittadini americani, tra cui i senatori Marco Rubio e Ted Cruz, il direttore esecutivo di Human Rights Watch, Kenneth Roth, e il presidente di Freedom House, Michael Abramowitz. L’azione cinese arriva dopo le sanzioni inflitte venerdì dagli Stati uniti alla leader di Hong Kong e ad altri dieci funzionari della città, per il loro ruolo nella repressione delle libertà.

Ancora non si sa cosa comporti realmente la controversa norma voluta da Pechino, ma le vicende di ieri diranno se gli arrestati saranno estradati in Cina.

Se tutto questo fosse successo qualche anno fa, gli hongkonghesi sarebbero scesi in strada per protestare contro il colpo inferto alla democrazia e alla libertà di stampa. Ma con la nuova legge sulla sicurezza nazionale, i cittadini dell’ex colonia britannica sono costretti a silenziare qualsiasi voce di dissenso.

[il manifesto]