Giappone – Lo studente che voleva arruolarsi nell’Isis

In by Gabriele Battaglia

A distanza di quasi quarant’anni dalla scoperta di legami tra i movimenti di estrema sinistra giapponesi e i movimenti di liberazione palestinesi, un cittadino giapponese, trovato in possesso di un biglietto aereo per la Siria, viene associato all’Isis e sospettato di preparare un conflitto contro uno Stato estero. Ma gli esperti sollevano dubbi sulle tempistiche del provvedimento. Il 6 ottobre scorso, la polizia giapponese ha fermato uno studente 26enne dell’Università dell’Hokkaido, nel Nord del Paese-arcipelago, sospettato di “preparazione a un conflitto” e “complotto” contro uno stato estero. Secondo la polizia, l’uomo era pronto ad arruolarsi nelle fila dei combattenti per lo Stato islamico.

il giovane avrebbe dovuto raggiungere la Siria questa settimana e interrogato dagli inquirenti lo studente avrebbe confermato la sua intenzione di unirsi ai militanti dell’Isis. La spinta a questa decisione gli sarebbe arrivata da una delusione personale: “Ho fallito nella ricerca di un lavoro”, avrebbe spiegato il 26enne durante l’interrogatorio.

Dagli ultimi sviluppi delle indagini, sembrerebbe che il giovane avesse preso contatto con un ex professore universitario di diritto islamico. Quest’ultimo, secondo quanto rivelano fonti vicine alle indagini citate dal quotidiano Mainichi Shimbun, si sarebbe recato nelle zone controllate dall’Isis diverse volte negli ultimi tempi appena — l’ultima appena un mese fa — e avrebbe riportato in rete la propria esperienza.

La scorsa estate, il giovane, ricevuto un permesso dalla sua università, si è trasferito a Tokyo, dove ha iniziato a vivere in una casa condivisa con altre persone. Dopo aver visto un annuncio di lavoro in Siria in una libreria dell’usato, il 26enne aveva avuto un primo contatto con il professore. Ad agosto aveva quindi ottenuto un piano di volo per la Siria, senza però riuscire a raggiungere il paese mediorientale per problemi nell’organizzazione del viaggio.

Acquistato un nuovo biglietto aereo, il 6 ottobre scorso, la polizia metropolitana di Tokyo ha messo in stato di fermo il giovane e bloccato il suo espatrio. Il giorno seguente, l’abitazione del professore è stata perquisita.

Il codice penale giapponese punisce all’articolo 93 chi viene ingaggiato “a titolo privato” in un conflitto contro uno stato estero senza essere arruolato nelle forze nazionali con una pena fino a 5 anni di carcere.

Tuttavia, nella giurisprudenza sono rari i casi di fermi di persone “sospettate” per queste ragioni. “Si tratta di una fattispecie assai rara”, scrive sul suo blog l’ex pubblico ministero Yoshi Ochiai. “Più che il tentativo di reato, [l’articolo 93] sancisce il grado precedente: la preparazione (…) ma [a differenza di casi di omicidio, rapina, istigazione alla sommossa] nel caso della ‘preparazione privata alla guerra’ non c’è un vero reato alla base”. Sempre da altri siti specializzati in informazione giuridica, sono stati sollevati sospetti sulle tempistiche del provvedimento. “Bisognerà stare attenti ai prossimi sviluppi della vicenda”, si legge sul sito Bengoshi dotcom.

La storia arriva infatti a pochi giorni dalla risoluzione ONU (2170 del 15 agosto) che lega i paesi membri a prendere provvedimento per fermare l’arruolamento dei propri cittadini nello Stato islamico. La risoluzione richiama gli Stati membri a prendere misure su scala nazionale “per prevenire i viaggi dei combattenti” dai territori nazionali alle aree di combattimento, consolidando le precedenti misure adottate contro il finanziamento dei gruppi terroristici.

Per certi aspetti, la vicenda ricorda il caso di Fusako Shigenobu, che in estate ha attirato nuovamente l’attenzione dei media, in seguito all’uscita di un documentario sulla figlia Mei.

Dopo avere assunto un ruolo di spicco nelle proteste studentesche tra il 68 e il 69, il nome di Shigenobu si legò a quello dell’Armata rossa giapponese, un gruppo di attivisti di estrema sinistra, accusato di numerosi attentati e dirottamenti tra gli anni ’70 e la fine degli anni ’80.

Negli anni ’70 la donna si trasferì in Libano dove si legò ai movimenti radicali di liberazione palestinese. Arrestata nel 2000 in Giappone, fu condannata a scontare vent’anni in carcere. Tra i capi d’imputazione l’attentato con mitragliatrici e granate all’aeroporto Lod — oggi Ben Gurion — di Tel Aviv, dove rimasero uccise 28 persone e ferite altri 76.
 

[Scritto per Lettera43; foto credit: ibtimes.co.uk]