In attesa di comprendere gli effetti del primo accordo che dovrebbe essere firmato il 15 gennaio, la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina ha avuto e continua ad avere effetti rilevanti a livello globale. Un fronte particolarmente esposto è quello dell’Asia orientale. Proprio lì dove il confronto sino-americano, non solo economico, risulta più accentuato. Una parte consistente delle economie regionali sta sperimentando effetti positivi. Un caso eclatante è quello del Vietnam che ha giovato del rallentamento delle esportazioni cinesi registrando nel 2019 il surplus commerciale record di 39 miliardi di dollari con gli Usa. Anche altre economie emergenti sono in crescita per le medesime dinamiche.

Il tema della guerra commerciale è però rilevante da analizzare anche sul versante dei Paesi asiatici più avanzati dal punto di vista economico e tecnologico. In vista delle elezioni dell’11 gennaio in cui i temi economici rappresentano l’altro grande pilastro del dibattito a fianco ai rapporti con la Cina, un punto di osservazione particolarmente emblematico è Taiwan.

L’Academia Sinica, il maggiore centro di ricerca taiwanese, stima che nel 2019 la crescita economica taiwanese su base annua sia stata di circa il 2,6 per cento. Positive anche le stime del recente rapporto globale della Conferenza Onu sul commercio e sullo sviluppo. Elementi trainanti: i consumi in crescita e l’aumento degli investimenti, soprattutto nel settore delle apparecchiature elettroniche e dei semiconduttori che vede Taiwan ai vertici mondiali.

Dal punto di vista di Taiwan la guerra commerciale ha avuto certo dei risvolti positivi. A spingere l’economia sono state infatti le esportazioni in crescita verso gli Usa: più 17,4 per cento nel primo semestre del 2019 su base annua. Oltre all’elettronica e alla relativa componentistica, ci sono state ottime performance per i macchinari industriali e per i prodotti agricoli e della pesca. Per l’immediato futuro le previsioni dell’Academia Sinica sono caute ma tendenzialmente incoraggianti: “Nel 2020 la domanda interna dovrebbe rimanere in costante aumento ma l’economia globale potrebbe rallentare la crescita”.

Questi dati oggettivamente positivi e la tradizionale capacità di Taiwan di saper cavalcare i nuovi trend produttivi (l’annuale classifica sull’innovazione del World Economic Forum la piazza al dodicesimo posto mondiale) non devono far dimenticare che a pesare sul paese vi è quella che finora è stata una delle ragioni del suo successo economico: il fortissimo legame finanziario e commerciale con l’altra sponda dello Stretto di Taiwan. Circa il 40 per cento dell’import-export taiwanese avviene con la Cina, che è di gran lunga la maggiore meta degli investimenti taiwanesi.

Dal 2019 è però in corso a Taiwan un programma di incentivi statali con l’obiettivo di far rientrare, per il timore degli effetti dei dazi Usa sui prodotti costruiti in territorio cinese con minori costi del lavoro, linee di produzione taiwanesi in precedenza trasferitesi in Cina. Finora circa 150 imprese sono state incluse nel programma gestito dal ministero degli Affari economici in cambio dell’impegno a investire in patria l’equivalente di 16 miliardi di dollari e a creare nuovi posti di lavoro. Una mossa certamente negativa per la Cina che, fa notare Jan Fell, ricercatore presso la National Tsing Hua University della città taiwanese di Hsinchu, “offre da tempo agli investitori provenienti da Taiwan un trattamento privilegiato rispetto a quello riservato agli investitori stranieri”. Non sembra casuale, quindi, che la Cina abbia appena semplificato le procedure di investimento per le società taiwanesi proprio in questo periodo. In vista delle elezioni taiwanesi la presidente uscente Tsai Ing-wen sta facendo del rientro delle aziende un punto di forza a sostegno della sua ricandidatura.

Il rischio dal punto di vista di Taiwan è che la forte interconnessione con la Cina, che oggi alla luce della guerra commerciale sta portando effetti positivi per l’economia interna taiwanese con più esportazioni verso gli Usa e con il rientro di investimenti e posti di lavoro prima delocalizzati, possa domani portare a un nuovo ciclo inverso in caso (anche nel medio periodo se non subito) di un accordo Usa-Cina di ampia portata. Come ci spiega Tsay Ching-lung, docente di relazioni internazionali alla Tamkang University di Nuova Taipei, “al di là delle contingenze dell’attuale fase bisogna riflettere sulle ragioni che hanno portato negli scorsi anni a una massiccia delocalizzazione di linee di produzione taiwanesi in Cina. In assenza di cambiamenti strutturali nel sistema produttivo, è plausibile che nel lungo periodo si possa assistere a una nuova fase di delocalizzazione, con la perdita degli effetti positivi che scorgiamo oggi”.

Di Raffaele Cazzola Hofmann*

**Raffaele Cazzola Hofmann, laureato in Scienze politiche all’Università di Roma La Sapienza, è dottore di ricerca in Sociologia dello sviluppo presso l’Università di Enna Kore. Ha svolto attività di ricerca a Taipei con il programma Taiwan Fellowship 2019. Giornalista pubblicista. Autore dei saggi “L’Asia sulla strada del futuro” (Pantheon), “Cina, il boom made in Africa” (Kore University Press) e “La pirateria del terzo millennio” (Mursia). E’ Senior Associate presso Strategic Advice, società dedicata alla consulenza nel campo delle relazioni istituzionali e della comunicazione strategica