La faraonica campagna acquisti dei club cinesi ha messo in allarme Pechino. La mania per il calcio che ha preso il via dopo i proclami del governo potrebbe far scoppiare una nuova bolla. Per questo si pensa a un tetto per ingaggi e acquisti. Se c’è una lezione che la Cina ha imparato dalla propria storia è che i grandi balzi in avanti non funzionano. Il progresso, pur con obiettivi ambiziosi, deve procedere in modo graduale. Diventare una potenza globale del pallone è un traguardo che non fa eccezione. Pechino punta a diventarlo entro il 2050. Per allora la Cina, che rivendica una sorta di primogenitura di questo sport, intende diventare un punto di riferimento capace di «dare il proprio contributo al mondo del calcio internazionale», come indica un documento governativo.

La campagna acquisti dei club cinesi e le cifre fuori controllo per strappare i campioni dei campionati europei e sudamericani rischia tuttavia di far deragliare i progetti calcistici della dirigenza cinese. A suonare l’allarme è stato a metà dicembre il Quotidiano del Popolo. Secondo l’organo ufficiale del Partito comunista, l’entusiasmo delle società ha tutte le caratteristiche di una bolla. «La costruzione dell’industria del calcio è un processo lungo e graduale», scrive il giornale nel ricordare agli addetti ai lavori che occorre pazienza e un sostegno «continuo e pianificato».

Il timore ai piani alti è che il settore si stia concentrando troppo sui guadagni a breve-medio termine. Il sostegno governativo ha fatto da volano, inizialmente anche in borsa, e spinto grandi gruppi a investire. A maggio 2015, quattordici mesi dopo i primi segnali dati dal presidente Xi Jinping sull’intenzione di puntare sul pallone, le nove società quotate che avevano investito in squadre di calcio avevano guadagnato il 158% (un mese dopo sarebbe arrivata la crisi che affossò i listini di Shanghai e Shenzhen).

La prova che il pallone cinese possa finire con il bucarsi è l’accordo sui diritti televisivi della China Super League per il quinquennio 2016-2020, ceduti alla pechinese Ti’ao Dongli per 8 miliardi di yuan, pari a oltre 1 miliardo di euro. Una cifra che non riflette il reale valore del campionato, sia in termini di presenza allo stadio (nella scorsa stagione gli spettatori sono stati 5,7 milioni) sia di merchandising. Tanto per dare un metro di paragone trasmettere la partite della sola stagione 2015 era costato 60 milioni di yuan.

Per aumentare l’appeal e il livello tecnico della competizione, i club stanno facendo incetta di calciatori strappandoli alla Premier League, alla Liga spagnola, alla Seria A e alla Bundesliga. Secondo i dati del Fifa Tms, tra il 2014 e il 2015 il numero di giocatori passati dai campionati europei alla Cina è salito da 19 a 38.

Nell’ultima finestra di calciomercato a gennaio, quella più importante perché il campionato inizia a marzo, sono stati spesi oltre 250 milioni di euro. Tra gli altri sono finiti oltre Muraglia il centrocampista brasiliano del Chelsea Oscar, passato allo Shanghai Spig per 63 milioni e 25 milioni di ingaggio a stagione e l’argentino Carlos Tevez cui il Greenland Shanghai ha garantito un triennale da 20 milioni. Infine il centrocampista belga Axel Witsel, passato dallo Zenit al Tianjin Quanjia, cui andranno 18 milioni l’anno. L’elenco di quanti hanno preso la via dell’Oriente non è però finito: l’argentino Ezequiel Lavezzi, si è trasferito dal Paris Saint-Germain all’Hebei China Fortune assieme all’ex romanista Gervinho, Jackson Martinez dall’Atletic Madrid al Guangzhou Evergrande; Fredy Guarin dall’Inter a Shanghai.

La politica dello spendi e spandi potrebbe però presto terminare. Dalle critiche della stampa si è passati alle regole dell’Amministrazione per lo sport. L’ente governativo ha annunciato la prossima imposizione di tetti agli ingaggi, agli acquisti e agli «investimenti irrazionali», oltre a rimarcare la lotta contro accordi sottobanco e comportamenti irregolari.

Quale sarà il limite posto a emolumenti e spese non è stato ancora deciso. Il tetto è stato comunque motivato con la «diffusa preoccupazione» per i troppi stranieri nelle rose. In realtà non si tratta neppure di qualcosa di particolarmente nuovo. Il programma di riforma dell’industria nazionale del calcio parla esplicitamente della necessità di bilanciare la presenza di calciatori stranieri con quella di giovani cinesi che in prospettiva dovranno formare l’ossatura della nazionale e che in futuro cresceranno nelle 20mila scuole calcio previste al 2020.
 

Ecco perché l’annuncio di un tetto agli stipendi è stato anticipato dalla proposta di ridurre il numero di stranieri da convocare. Attualmente si adotta lo schema 4+1: si possono convocare cinque stranieri e schierarne tre nell’undici iniziale. C’è anche la possibilità di schierare dall’inizio un quarto straniero (il cosiddetto +1), ma la sua nazionalità deve essere di uno dei Paesi della Confederazione calcistica asiatica. Infine un quinto può entrare dalla panchina, purché sostituisca un altro straniero. In futuro la nuova politica permetterà soltanto la combinazione 3+1, con il quinto calciatore che potrà essere in rosa, ma non potrà entrare.
 

Intanto l’11 gennaio Cina-Islanda aprirà la prima China Cup. Al torneo, riconosciuto dalla Fifa, parteciperanno anche Croazia e Cile. Per la Repubblica popolare, la cui nazionale continua a stentare a livello internazionale, sarà un modo per avanzare nel ranking mondiale, dove oggi è relegata in 82esima posizione. Ancora distante dalle ambizioni del presidente Xi Jinping.
 

[Scritto per Milano Finanza]