Debito Usa. Verso l’acquisto diretto

In by Simone

(In collaborazione con AGIChina24) La Cina potrebbe comprare quote del debito americano direttamente dal Tesoro Usa, evitando di passare per Wall Street. Questa mossa manterrebbe gli acquisti cinesi al riparo da occhi indiscreti. Pechino, però, continua a voler diversificare i suoi investimenti. La Cina potrà comprare quote di debito americano direttamente dal Tesoro Usa, scavalcando Wall Street.

Una misura straordinaria: non era mai accaduto che il governo americano approvasse una procedura simile per nessun altro paese.

La notizia – non ancora ufficiale – è data in esclusiva dall’agenzia Reuters che rivela la presenza di un canale informatico diretto tra la People’s Bank of China (PBoC) e il sistema d’asta del Tesoro americano, usato la prima volta nel 2011 per l’acquisto da parte cinese di bond a stelle e strisce.

L’acquisto diretto dei bond Usa è una mossa senza precedenti: altre banche centrali, come ad esempio Bank of Japan, fanno shopping di titoli statunitensi passando attraverso gli intermediari finanziari di Wall Street.

La vendita dei buoni del tesoro resterà invece indiretta, anche per PBoC. “L’emissione diretta dei bond è aperta a una serie di investitori, ma per motivi di politica generale non siamo tenuti a rilasciare commenti sui singoli offerenti”, ha dichiarato il portavoce del Tesoro americano Matt Anderson.

Pechino non ha più appetito di titoli statunitensi di quanto ne abbia Washington nel piazzarli: il canale ‘preferenziale’ aperto –pare appositamente – per il gigante asiatico è inedito.

Del resto la vendita di quote di debito americano al Dragone ha acceso da qualche tempo il dibattito sul ruolo della Cina nel finanziare la ripresa americana mantenendo il doppio primato di maggior creditore e partner commerciale.

La Cina, infatti, con le sue riserve valutarie in dollari che ammontano a 1,17 trilioni, si conferma principale sostenitrice del debito a stelle e strisce.

Facendo rifornimento di bond direttamente ai distributori del Tesoro, la Cina si avvantaggia perché acquista i titoli a prezzi ‘scontati’.

Non si tratta di un grande risparmio: gli intermediari finanziari, infatti, non sono autorizzati ad addebitare i costi della transazione ai clienti nelle aste del Tesoro, e quindi è difficile credere che la prospettiva di tagliare le spese di commissione sia alla base dell’iniziativa.

La ragione sembra essere un’altra. Gli ordini svincolati dagli operatori primari sono meno esposti ai riflettori di Wall Street. La Cina può fare shopping di buoni del tesoro al riparo da occhi indiscreti.

Non solo: custodendo le informazioni sulla partecipazione alle aste, la Cina impedisce alle banche d’affari di sfruttare la sua presenza alzando i prezzi delle obbligazioni.

A Washington sta a cuore la felicità di Pechino? Concedere alla Cina lo ‘status di acquirente diretto’ non è la prima iniziativa americana tesa a salvaguardare i rapporti con l’azionista di maggioranza del suo debito, riferisce la Reuters

Nel 2009, ad esempio, quando alle orecchie dei funzionari del Tesoro giunse voce che la Cina stava utilizzando accordi speciali con gli intermediari per nascondere operazioni di acquisto di titoli, il Tesoro senza battere ciglio dichiarò illegali tali accordi attraverso un ritocco repentino dei regolamento.

Ma subito dopo il bastone, la carota: seguirono misure meno vincolanti per presentare i rapporti finanziari – un modo per indorare la pillola.

Il Tesoro mantenne il massimo riserbo sui motivi dell’emendamento, un segnale inequivocabile – secondo gli analisti – della ferma volontà di Washington di proteggere i rapporti finanziari con Pechino, improntati alla riservatezza.

La necessità bi-partisan di coprire informazioni sensibili spiegherebbe quindi l’ultima mossa del Tesoro, che consegna chiavi in mano alla Cina l’accesso al sistema delle aste. Una strategia, spiega la Reuters, messa in atto anche per creare uno scudo contro gli attacchi hacker.

Ma non tutto è oro quel che luccica, e questo è particolarmente vero nelle relazioni non sempre distese tra le due sponde del Pacifico.

Gli Usa, per esempio, accusano da tempo la Cina di mantenere sottostimato il tasso di cambio del Renminbi.

Se da un lato la Cina finanzia il debito americano contribuendo a mantenere basso il tasso d’interesse, con l’altra tiene il dito premuto sull’ossigeno del paziente macchiandosi di privilegi commerciali ritenuti ‘sleali’.

Tra l’economia americana in fase di stallo e i polmoni affaticati dell’economia cinese, la prudenza è d’obbligo. Ma non mancano neanche in questo caso funzionari Usa che puntano il dito contro la forza negoziale accumulata dai cinesi nei confronti del Tesoro, una posizione ritenuta pericolosa perché rischia di minacciare la sicurezza nazionale.

Giacché sempre secondo gli americani i peggiori attacchi cibernetici vengono sferrati proprio al di là della Grande muraglia.

Se i titoli denominati in dollari in possesso della Cina ammontano a 1,17 trilioni, confermando l’ex Impero di Mezzo maggiore creditore del debito Usa, secondo le analisi di Dow Jones del marzo scorso, la porzione di riserve in dollari detenute dal Dragone è scesa al 54 per cento dal 65 per cento del 2010, al minimo decennale.

Una cifra che era apparsa ancora più preoccupante a Washington se paragonata al 74 per cento del 2006.

Le stime di Dow Jones sembrano confermare la volontà del Dragone di diversificare il suo portafogli preferendo così più asset in euro al biglietto verde.

Una mossa già anticipata da Wen Jiabao al summit economico Cina-Ue di febbraio: “L’Europa è la prima destinazione per la Cina per diversificare le sue riserve in valuta estera”, aveva affermato il premier cinese.

[Foto Credits: yatzer.com]