Negli ultimi 25 anni la Cina è stata la più grande importatrice di plastica e rifiuti al mondo. Dal 1992 ha assorbito circa 106 milioni di tonnellate metriche, circa il 45% della plastica riciclabile prodotta dall’intero pianeta. Dal 2018, tuttavia, è entrata in vigore una nuova regolamentazione, a tutela dell’ambiente e con l’obiettivo di ridurre l’ingresso nel paese di “rifiuti sporchi o contenenti sostanze pericolose”. La cosiddetta “National Sword policy” ha bloccato l’importazione di 24 tipologie di rifiuti riciclabili, per un business che ha permesso a decine di migliaia di cinesi di arricchirsi ma che ha contribuito notevolmente al degrado ambientale vissuto oggi dal paese.

Basti pensare che la sola città di Pechino produce circa 9 milioni di tonnellate di rifiuti l’anno, circa un terzo di quelle prodotte dall’intero Bel paese, non riuscendo inoltre a smaltirne circa il 40%, il quale spesso finisce per accumularsi sui terreni creando immense discariche a cielo aperto. Questo nonostante gli enormi sforzi del governo cinese per contrastare il fenomeno, dai più grandi investimenti al mondo per la sostenibilità ambientale alla riconversione energetica di una città ancora prevalentemente alimentata a carbone e che ospita uno dei più grandi inceneritori e impianti a biomasse esistenti al mondo, capace di smaltire 3000 tonnellate di rifiuti al giorno per alimentare la città, circa un ottavo di tutta la spazzatura prodotta dal paese.

La nuova regolamentazione si rivela dunque una necessità non più procrastinabile per il governo mandarino, nonostante vada ad impattare negativamente parte del proprio business domestico e crei enormi problemi ai paesi esportatori. “Abbiamo sentito di report che parlano di accumuli di rifiuti nei paesi che dipendevano dalla Cina” afferma Amy Brooks, dottoranda all’Università della Georgia e autrice dello studio pubblicato per Scientific Advances. Molti paesi stanno infatti accumulando gli scarti plastici nei terreni, i prezzi di smaltimento salgono vertiginosamente, l’incenerimento si rafforza accrescendo notevolmente le emissioni. Un processo che ha portato a cambiare destinazione d’export verso paesi che “non hanno le infrastrutture adatte per gestirli”, finendo per accrescere l’inquinamento di terre coltivabili e mari. Non a caso oggi negli oceani vaga un isola di plastica in continua espansione e più grande della Francia.

Dal 2030, si prevede che circa 111 milioni di tonnellate metriche di plastica saranno dislocate. Per paesi come gli Usa per esempio, economicamente conviene più esportare la plastica piuttosto che riciclarla, afferma Jenna Jambeck, professoressa associata anch’essa autrice dello studio. Gli Usa ne esportano 26,7 milioni di tonnellate e insieme a Giappone e Germania sono i paesi leader in questo tipo di business. I paesi invece che stanno cercando di rimpiazzare a fatica il ruolo cinese sono principalmente Vietnam, Malesia e Tailandia, i quali ancora non dispongono della capacità di gestione necessaria a sostituire il gigante asiatico . Il Vietnam ha infatti già superato la sua capienza massima, bloccando le importazioni di plastica fino ad ottobre.

Non solo la Germania, l’intera Europa si trova di fronte ad un problema di gestione che sta intasando gli impianti e creando accumuli nelle discariche. Ogni anno gli europei producono circa 25milioni di tonnellate di rifiuti plastici, ma solo il 30% è destinato al riciclo. Dopo la nuova legge cinese, l’Ue ha dunque deciso di puntare maggiormente sulla modernizzazione degli impianti di produzione e smaltimento di plastiche, con un investimento di 350 milioni di euro in ricerca, e con l’obiettivo di recuperare il 55% entro il 2030. Il problema europeo riguarda anche la carta, dato che la Cina assorbiva il 76% del suo export di macero.

Anche l’Italia soffre l’accumulo, nonostante sia uno dei paesi più virtuosi, capace di recuperare circa il 71% del vetro e l’83% della plastica immessi nel consumo, e nonostante raccolga più carta straccia di quanta ne impieghi l’industria cartaria, esportandone un terzo.

“Nessun paese ha la capacità di recuperare quello che recuperava la Cina” continua Jambeck “Quello di cui abbiamo bisogno è assicurarci che i rifiuti siano gestiti in maniera responsabile ambientalmente e socialmente”.

Il blocco della Cina sta dunque creando numerosi problemi all’occidente, ma sembra essere l’ennesimo segnale inequivocabile della necessità del pianeta di un cambiamento nella produzione e gestione degli scarti plastici e dei rifiuti recuperabili. Azioni come l’introduzione italiana dei sacchetti biodegradabili, o la messa al bando francese delle plastiche usa e getta, sono solo il primo passo verso questo traguardo. “Invece di trovare nuovi posti dove spedire la spazzatura” interviene GreenPeace “governi e industria dovrebbero trovare un modo più semplice per ridurne la quantità”.

di Gianluca Atzori

[Scritto per Il Fatto quotidiano online]