La sequenza genetica del coronavirus isolato allo Spallanzani è disponibile online già da lunedì. Permetterà agli epidemiologi di tutto il mondo di capire come sta evolvendo il virus. È uno dei frutti della condivisione dell’informazione tra i ricercatori di tutto il mondo, resa possibile dalle tecnologie della comunicazione che ai tempi della Sars ancora non esistevano.

UN’EPIDEMIA come quella di coronavirus mette alla prova le normali procedure con cui gli scienziati comunicano i loro risultati, dalle sequenze genetiche alle nuove terapie. Di norma, le ricerche sono pubblicate dalle riviste scientifiche dopo un processo di valutazione e revisione che può durare diversi mesi. Inoltre, il copyright sulle ricerche e sui dati non permette a tutti di accedere ai risultati, se non attraverso costosi abbonamenti. Si tratta di tempi e modalità chiaramente incompatibili con lo sviluppo esponenziale di un’epidemia. Scienziati, editori e autorità sanitarie hanno deciso dunque di cambiare marcia. Le riviste più autorevoli, come il New England Journal of Medicine o The Lancet oggi pubblicano ricerche sul coronavirus praticamente in tempo reale. E hanno assunto una grande rilevanza gli archivi online, su cui i ricercatori pubblicano il loro studi senza filtri particolari.

Secondo un’analisi della rivista Nature, nel solo mese di gennaio sono state pubblicati già 54 articoli scientifici sul coronavirus. «Durante un’epidemia da parte di un nuovo agente patogeno, la condivisione delle informazioni è fondamentale», spiega al manifesto Giovanni Maga, direttore dell’unità di virologia molecolare del CNR. «La condivisione in tempi brevissimi della sequenza genomica del virus ha permesso la rapida analisi delle caratteristiche principali del virus, la messa a punto di test diagnostici per la sua rilevazione nei pazienti e l’inizio dello studio sulle sue origini. Dato che il principale canale di comunicazione per la comunità scientifica sono le riviste, la divulgazione in tempi rapidi online e in open access (cioè senza barriere di abbonamenti e copyright, ndr) dei risultati da parte delle riviste è essenziale». Non è però facile conciliare la rapidità della circolazione dell’informazione con il necessario controllo dell’accuratezza. «Tutto quello che pubblichiamo viene valutato da esperti e passa attraverso un’attenta procedura di revisione», racconta Eric Rubin, direttore del New England Journal of Medicine.

«MA TUTTO è estremamente accelerato: un processo che richiede mesi ora si condensa in 48 ore». C’è il rischio che vengano pubblicate ricerche poco accurate? «Spesso l’interpretazione delle osservazioni cambia grazie a ulteriori analisi con nuove informazioni a disposizione. Fra qualche mese capiremo meglio ciò che osserviamo oggi. Ma medici, autorità sanitarie e decisori politici non hanno il tempo di aspettare. Tuttavia, non abbiamo abbassato il rigore dei nostri standard per il coronavirus».

NONOSTANTE GLI SFORZI, gli stessi ricercatori hanno messo in dubbio la qualità di alcune ricerche circolate in questi giorni. «Fa parte della ricerca scientifica, ma non inficia l’importanza di condividere le informazioni il prima possibile», secondo Maga. «Anche perché dà la possibilità a altri ricercatori di compiere una critica post-pubblicazione, come è successo per il lavoro che inizialmente identificava nei serpenti una possibile fonte del virus. In tempo breve l’analisi dello studio da parte di altri esperti ne ha evidenziato dei difetti facendo rigettare l’ipotesi.»

L’ultimo caso riguarda uno studio pubblicato sul sito BiorXiv da un gruppo di ricerca indiano che alludeva alla possibilità che il coronavirus fosse stato creato in laboratorio a partire dall’Hiv. Dopo molte critiche, il lavoro è stato cancellato dagli stessi autori. Su BiorXiv ogni biologo può divulgare le sue ricerche prima della pubblicazione (questi studi si chiamano infatti «preprint»). È uno strumento indispensabile per diffondere informazioni preziose ma può rivelarsi un’arma a doppio taglio. Paul Inglis, uno dei due fondatori di BiorXiv, è consapevole delle opportunità ma anche dei rischi. «Ai tempi della Sars, nelle scienze biomediche non si usavano i preprint. Da gennaio abbiamo visto come dati e idee sul coronavirus possono raggiungere la comunità scientifica più rapidamente rispetto alle riviste tradizionali. Dato che i preprint sono accessibili a tutti gli scienziati possono commentarli, suggerire miglioramenti per le ricerche o nuove interpretazioni. Ma un preprint deve essere letto con attenzione, sapendo che non è stato valutato da una rivista attraverso la peer review e quindi c’è il rischio che l’informazione sia sbagliata. Negli ultimi giorni abbiamo rafforzato gli avvisi sul sito per ricordare che il contenuto dei preprint non deve essere usato per stabilire protocolli clinici. Troppo spesso i media riportano i risultati scientifici dei preprint senza sufficiente cautela e senza segnalare al lettore che un preprint rappresenta una comunicazione preliminare da parte di un gruppo di ricerca, in cui altri scienziati potrebbero individuare errori».

Di Andrea Capocci

[Pubblicato su il manifesto]