Èuno strano destino quello che lega l’enorme Cina alla minuscola Corea del Nord, cui, almeno in apparenza, spetta sempre la parte del moscerino petulante che importuna il paziente elefante. La Cina già da tempo ha scelto di fare dello scomodo e imprevedibile Kim il proprio uomo con la scelta, compiuta tra il 2012 e il 2013, di abbandonare i «filocinesi» della vecchia guardia e puntare sul nuovo e giovane leader del Partito del Lavoro.

LA TRAME CHE SI DIPANANO dietro a questa scelta sono ampiamente degne di un romanzo di Le Carré. Scegliendo Kim, la Cina lasciava senza troppi complimenti al suo destino Jang Song-thaek, che — secondo la Nikkei Asia Review e molta altra stampa autorevole — si era recato in Cina alla fine del 2012 a proporre un colpo di stato per sostituire Kim con il fratellastro Kim Jong-nam.

Ci sono legami evidenti e occulti che tengono Kim legato alla attuale dirigenza cinese, che non poteva e non voleva lasciarlo al suo destino anche quando la sua condotta si faceva imbarazzante.

È ampiamente noto che nell’area si muovano con interessi diversi e solo a tratti strumentalmente coincidenti Cina, Russia, Usa, Giappone e Corea del Sud. E la Cina si ritrova, per alcuni aspetti, in una situazione che ricorda il 1950–51. L’inizio della guerra di Corea vide una Cina riluttante a entrare in campo e ferma a guardare, quando, nel giugno del 1950, la Corea del Nord, che aveva alle spalle l’Urss, attaccò la parte meridionale del paese, dove si erano installati gli Usa.

ALLO SCOPPIO DEL CONFLITTO la nuova Repubblica popolare cinese aveva pochi mesi di vita, il paese era stremato dalla guerra civile e dalla lotta all’invasore giapponese: era tempo di pace e di ricostruzione, e questo avrebbe voluto il governo di Pechino.

Ma, quando gli Usa entrarono in guerra direttamente, il «fratello maggiore sovietico» chiese alla Cina di ergersi a garante dell’ordine e la Cina non poté rifiutarsi. Sono interessanti, a questo proposito, le strategie con cui, nel 1950–1951, la propaganda cinese chiamò alle armi il suo popolo stanco ed è estremamente interessante confrontarle con il linguaggio con cui la Corea rinfocolava lo spirito patriottico e l’ostilità verso gli Usa fino a pochi mesi prima del summit di Singapore.

Le modalità della «narrazione politica» cinese declinata nel linguaggio della propaganda dei primi anni ’50, ma anche dei decenni successivi, fino agli anni ’70, ha straordinari punti in comune con la propaganda interna ancora attuale e attuata nella Corea del Nord.

Senza dubbio all’inizio degli anni ’50, l’America era un obiettivo della propaganda tanto per i cinesi quanto per i coreani. Dalla fine della guerra in poi, per la Corea del Nord, l’anti-americanismo unito a un atteggiamento aggressivo e militarista sono stati una costante. Il linguaggio iconografico guarda sempre a Pechino, ma — soprattutto dagli anni ’80 in poi — i messaggi sono assai meno pacifici di quelli del grande vicino. Non scandalizzerà troppo, allora, il manifesto che secondo la Reuters — e prontamente ripresa da varie agenzie nipponiche — avrebbe raggiunto con un aerostato Seul, lanciato dal terribile nemico settentrionale.

IL MANIFESTO, assai brutto, recita: «Decapitiamo quel cane folle di Trump in nome di un mondo e di una umanità futuri pacifici e senza conflitti» e mostra un inquietante quadrupede ghermito per le zampe, con la testa leonina dalle sembianze vagamente trumpiane e con gli occhi fuori dalle orbite, sul collo del quale si sta abbattendo una scure insanguinata. Orribile, di nessuna forza mediatica e, francamente, assai lontano nello stile anche dalla pur discutibile retorica militarista dei sudditi di Kim.

Anche in tempi recentissimi, i poster con cui la Corea del Nord risponde alle sanzioni decise dagli Usa mettono in campo orgoglio nazionale e minaccia militare, ma vale la pena di sottolineare come non sia solo il linguaggio iconografico a rimandare a un immaginario collettivo che non prescinde affatto dalla Cina. Anche la retorica verbale della politica interna ha attinto e attinge a piene mani alle modalità di comunicazione cinesi

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BASTI PENSARE ad alcuni degli slogan con cui il paese ha celebrato, l’11 febbraio 2015, il settantesimo anniversario della nascita del paese e del Partito dei Lavoratori, come «Incarniamo il patriottismo di Kim Jong-un, promuoviamo la crescita di una patria prospera e forte».

C’è l’intero palafernalia cui la Cina ci ha abituati, pure se in momenti diversi della sua storia, che credevamo superato nell’Impero di Mezzo e che invece sta ricomparendo anche lì: l’amore di patria e il culto del leader, la missione rivoluzionaria e il richiamo all’unità, il sogno di un paese prospero e ricco, la memoria di momenti eroici della storia recente e dei luoghi topici del paese come collante dell’orgoglio nazionale.

LA PROPAGANDA è una semplificazione, senza dubbio, ma consente di spiare i motivi di fondo di un discorso politico prima che esso si carichi degli orpelli dell’«opportunità». Questo linguaggio non esprime solo una visione del mondo, ma mostra anche quali siano le leve emotive sulle quali gioca il mantenimento del consenso. Vero è, e la Cina lo ha ben dimostrato, che le trasformazioni economiche spazzano via consuetudini iconografiche e parole d’ordine politiche (anche se poi — spesso — tornano) ma se il linguaggio rappresenta il modo per entrare in contatto col mondo, di presentare le proprie istanze e tentare un dialogo, quello coreano — tanto nella politica interna che, nella sostanza, in quella internazionale — è fortemente modellato su quello cinese. Difficile che ciò non giochi un ruolo, al di là, al di sopra e al di fuori delle strategie politiche ed economiche in senso stretto.

E FORSE, A QUESTO PUNTO, non è privo di significato il fatto che, quando qualcuno, in occidente o comunque per farsi intendere dall’Occidente, ha voluto prendersi gioco del leader coreano attraverso la rete, abbia fatto il verso all’abusato refrain del «sogno cinese»: un Kim che pare vestito dalla Adidas — sneakers comprese — accovacciato in posizione poco marziale, fuma una sigaretta mentre un missile che punta lontano gli passa sopra la testa e una frase in inglese, in alto sulla sinistra, recita ironica: «All day I dream about socialism!»

NEL FRATTEMPO, I SOGNI CINESI ci appaiono più permeati di pragmatismo, com’è nella tradizione, e tra le due sponde di quel fiume Yalu che fermò per un soffio l’avanzata degli americani corre un ponte modernissimo, realizzato dai cinesi, che attende solo di potere aprirsi agli scambi, mentre Nikkei Asia Review, il 21 giugno già informava che Dandong, la città cinese dove il ponte è situato, ha già visto il mercato immobiliare aumentare il suo valore del 40% in pochi mesi.

INSOMMA, KIM non si fida di Trump più di quanto Trump si fidi di lui, e le scaramucce diplomatiche di questi giorni sono a dimostrarlo; per parte sua, la Cina non si agita troppo e sta vigile, ma non immobile, attendendo gli eventi. Trattasi, si sa, di paese paziente che condivide innegabilmente una serie di valori con l’indisciplinato protetto e, se vogliamo, ne conosce bene le tecniche di mistificazione. Inoltre — e questo, alla fine, nella geografia delle simpatie di pancia e di cuore, finirà per contare — a suo tempo ha accettato di immolare un numero spaventoso di uomini (150.000 secondo le fonti cinesi, quasi 400.000 secondo altre fonti) per l’indipendenza della piccola Corea comunista. Che tra questi ci fossero assai probabilmente molti prigionieri di guerra del Guomindang è fatto che interessa gli storici e poco agisce sul sentire comune. Quello spirito di eroismo collettivo e di resistenza non è scomparso dalla memoria collettiva, e l’iconografia e il linguaggio della propaganda di Pyonyang sono lì a dimostrarlo.

di Stefani Stafutti, Professoressa di Lingua e Letteratura cinese, Università di Torino

[Pubblicato su il manifesto]