Complotti, soldi, etica: Google e Cina

In by Simone

Il 10 aprile Google lascerà la Cina. L’annuncio ufficiale verrà dato lunedì prossimo, ma non sembrano esserci dubbi: la diatriba iniziata mesi fa tra il colosso di Mountain View e Pechino è agli sgoccioli. La scorsa settimana era toccato al Financial Times raccogliere voci interne al motore di ricerca, secondo le quali al 99% Google avrebbe abbandonato la Cina. Ieri è stato il China Business Week a riportare la notizia semi ufficiale. Nessuna conferma dagli Usa, ma le voci si sono rincorse per tutta la giornata: secondo alcuni media, Google avrebbe tempo fino al 29 marzo per rinnovare o meno le licenze per operare sul territorio cinese.

Si è ricordato come Eric Schmidt, il Ceo di Google, tempo addietro avesse ribadito che una decisione sarebbe stata comunicata a breve. Qualche giorno fa 27 società cinesi di advertising, partner di Google, avrebbero scritto una lettera in cui si dicevano «ansiose e preoccupate» per un’eventuale dipartita di Google. Il web cinese aspetta di conoscere l’ufficialità dei fatti, ma di sicuro se ne discuterà a lungo.

Intanto bisognerà capire cosa si spegnerà di Google in Cina: di sicuro il motore di ricerca .cn, mentre sembra che altre attività – uffici pubblicitari, telefonia mobile, Google answer e ricerche musicali – rimarranno in funzione. C’è da chiedersi però come funzionerà quanto resta, viste le possibili ripercussioni all’interno dei filtri cinesi. Tutti quelli che in Cina usano gmail capiranno a breve se sarà necessario cambiare il proprio account di posta elettronica.

Contemporaneamente alla ripercussioni in Cina su tutte le funzionalità di Google, ci sarà poi da capire le ragioni e le speculazioni che hanno portato a questa decisione: Google, l’azienda leader dei motori di ricerca (e ormai non solo) lascia il mercato internet, quello di riferimento quindi, più grande del pianeta. Si dirà di un segnale di debolezza di Google superato da Facebook, ma ormai queste classifiche sui media hanno fatto il loro tempo. Google con Internet, al contrario di Facebook ad esempio, fa una montagna di soldi e soprattutto ha creato una sua ontologia on line, in cui il fruire internet significa passare – da tempo – attraverso i suoi servizi: dalle mappe, alla posta, dal tracking dei siti, ai calendari, dalle suite di scrittura, ai video. Perché abbandonare un mercato così vasto e stimolante come quello cinese?

Per molti cinesi, non quelli più impegnati sul web, le ragioni sono semplici: Google in Cina non aveva mercato, tanto vale criticare la Cina per la censura e abbandonare la nave. Il paradosso infatti sta in alcuni dati: la parola Google è stata una delle più ricercate negli ultimi tempi nel motore di ricerca cinese Baidu, il principale competitor dell’azienda Usa. In molte zone della Cina Google è stato scoperto per gli articoli dei quotidiani locali che parlavano del suo strappo. Un segnale che le autorità locali non hanno ignorato: ai cinesi, la maggior parte, di Google non interessa un granché. Non lo usano e non si lamenteranno di una sua dipartita dal mercato cinese.

Secondo altre opinioni, Google avrebbe deciso di andarsene dalla Cina per dare un segnale forte riguardo i temi di libertà della Rete: non sottostare ai dettami della censura cinese significa anche potersi porre in una posizione di forza, da un punto di vista etico, qualora dovessero sorgere problematiche anche in altri paesi (come ad esempio è accaduto in Italia con la recente sentenza su Youtube, in cui i dirigenti di Google sono stati condannati per violazione della privacy). Non solo, perché il nazionalismo cinese sembra intenzionato a dominare il proprio mercato internet con strumenti cinesi: ecco quindi il complotto anti Google e pro Baidu, con la complicità di Microsoft, da sempre prona alle decisioni di Pechino e con un motore di ricerca, Bing, cui potrebbe giovare, e non poco, l’assenza dell’acerrimo rivale di sempre. In questo caso l’annuncio di Google, tempo fa, di togliere i filtri, venne visto semplicemente come l’ultimo tassello di un percorso lineare: prima l’accusa di veicolare materiale pornografico, poi gli strali del Quotidiano del Popolo, organo del partito comunista, di boicottare la sua edizione nelle ricerche, infine la denuncia contro Google degli scrittori cinesi. L’attacco informatico proveniente dalla Cina ai server mail di Google, sarebbe stato l’ultimo e risolutivo sgarbo all’azienda made in Usa.

C’è infine chi, come Kai Pan, opinionista di Chinadivide.com rispondendo alle accuse rivolte alla Cina, prima critica gli americani – «sembra che una internet non dominata da un sistema di proprietà americano, diventi una internet parallela» – poi, ricordando casi di censura anche in paesi democratici, riconduce il tema ad un ambito più globale, e condivisibile. Ovvero la pericolosa piega che stanno prendendo molti governi nella propria volontà di regolare internet, finendo per limitarne la libertà. Né più, né meno dei terribili censori cinesi.

[Pubblicato su Il Manifesto il 20 marzo 2010]