[Tratto dalla tesi “L’Umbrella Revolution e il futuro di Hong Kong”] 

La libertà di espressione e di stampa nell’ex colonia britannica è differente da quella cinese. La Hong Kong Basic Law, che garantisce una maggiore autonomia politica e culturale, tutela la libertà di stampa e di espressione tramite l’articolo 27.

Nell’ottica di Hong Kong, la carta costituzionale stabilisce una forma di governo nell’ex colonia britannica, attribuendo un alto grado di autonomia. Nella gerarchia delle fonti giuridiche cinesi, la Basic Law altro non è che la componente del sistema giuridico nazionale: la Cina, con la propria costituzione, difficilmente adotta un ordinamento parallelo. Pertanto, la Basic Law attribuisce maggiore autonomia ad Hong Kong rispetto alle altre regioni cinesi perché figura come Regione Amministrativa Speciale, ma non si pone come fonte giuridica superiore o pari alla Costituzione cinese. L’Assemblea Nazionale del Popolo è l’organo giuridico cui spetta l’interpretazione in ultima istanza della carta costituzionale di Hong Kong. Inoltre, la posizione autonoma ma non indipendente di Hong Kong è confermata dalla presenza sul territorio del Liaison Office of the Central People’s Government in the Hong Kong Special Administrative Region, l’organo di sorveglianza cinese nella città portuale.

Il potere dei  media di Hong Kong è quindi minato dalle influenze del Liaison Office e degli uomini d’affari con interessi attivi nella Cina continentale e vicini all’establishment di Pechino. I sistemi mediatici e informativi di Hong Kong producono una narrazione altamente professionale, concedendo ampio spazio al dibattito delle vicende politiche. I residenti dell’ex colonia britannica, giornalmente, possono informarsi leggendo numerosi quotidiani pubblicati sia in lingua cinese (cantonese) che in inglese, e accedere alla televisione satellitare e alle trasmissioni radio internazionali come la British Broadcasting Corporation (BBC), oscurata in Cina, e la Radio Television Hong Kong che funziona indipendentemente dal governo e raccoglie un grosso bacino di ascolti.

Una crescente pressione politica, seppur indiretta, si sta registrando nel corso dell’ultimo quinquennio, durante il quale Pechino ha cercato di limitare l’indipendenza della macchina mediatica di Hong Kong. L’Apple Daily, il tabloid che spesso pubblica editoriali e articoli contro il governo centrale e in favore delle proteste del movimento democratico, ha visto ridursi dal 2013 gli introiti pubblicitari: HSBC, Hang Seng, Standard Chartered, e altri istituti bancari hanno optato per un mancato rinnovo delle pubblicità sulle pagine della rivista per evitare di ledere i legami e gli interessi economici con il Dragone.

Hong Kong, come l’Italia, non dispone della normativa Freedom of Information che garantisce la trasparenza degli atti della pubblica amministrazione nei confronti del cittadino. Mentre è stata approvata una mozione che invita il governo di Hong Kong a salvaguardare la libertà di informazione, vari emendamenti, che chiedono nello specifico l’emanazione di una legislazione sulla libertà di cronaca e sulla trasparenza della pubblica amministrazione, sono stati bocciati. Il governo dell’ex colonia britannica ha dichiarato che è aperta la Law Reform Commission, una commissione che vaglia i fascicoli per la procedura di implementazione legislativa del Freedom of Information; il termine della valutazione e dell’approvazione della normativa sulla trasparenza della pubblica amministrazione era previsto prima del 2016, ma attualmente l’approvazione del disegno di legge è ancora lontana. Conseguentemente, quindi, Hong Kong cela ai giornalisti informazioni che potrebbero essere fondamentali per la comprensione dei rapporti con la Cina continentale.

La Hong Kong Journalists Association ha espresso le sue perplessità sull’iter legislativo del vaglio delle riforme, ritenuto un espediente del governo che si affida al processo di valutazione da parte di una commissione preliminare per ritardare l’applicazione delle riforme giuridiche. L’organizzazione no profit, tramite il report annuale del 2014, ha rilevato che lo studio e il vaglio dei disegni di legge spesso richiedono diversi anni, e non è poi certa l’approvazione governativa delle riforme.

I sostenitori della libertà di stampa continuano a elargire argomentazioni critiche sull’applicazione della Broadcasting Ordinance e sulla costituzionalità delle procedure esistenti per la concessione di licenze ai nuovi mezzi di comunicazione: il giudizio finale della concessione delle licenze ai mass media cade in capo al ramo esecutivo, benché sottoposto a una commissione preliminare indipendente, la Communications Authority. Nell’ottobre del 2013, il governo di Hong Kong ha rilasciato due licenze free to air alle società televisive della PCCW e della I-Cable Communications, ponendo fine al duopolio durato quarant’anni delle emittenti Television Broadcasts Limited (TVB) e Asia Television Limited (ATV). Fu solo la Hong Kong Television Network (HKTV) a vedersi negata la licenza televisiva, senza alcuna spiegazione immediata; anche se il governo ha negato l’esistenza di fattori politici nella concessione negata, molti critici hanno ipotizzato che tale giudizio sia stato applicato in favore della PCCW e della I-Cable Communications perché nelle mani di magnati molto vicini a Pechino.

Un quadro che fa comprendere i cambiamenti intercorsi avvenuti in questi ultimi anni, e che certamente prospetta una visione futura poco limpida e chiara. Infatti, nel 2013, i media nazionali hanno incontrato le restrizioni governative, ricevendo giornalmente fino a una dozzina di ordini restrittivi. I funzionari governativi hanno cercato di limitare gli incontri con la stampa nazionale ed internazionale, affidandosi ai comunicati stampi o ai social network, anziché presenziare le conferenze stampa; ovviamente, tale atteggiamento evasivo si traduce in una limitazione degli incontri tra giornalisti e rappresentanti del governo e nell’annullamento del confronto diretto.

Anche a Hong Kong, come in Cina, l’autocensura è l’espediente più comodo dei giornalisti per evitare di incorrere in accuse di diffamazione o altri provvedimenti giudiziari. In un sondaggio pubblicato dalla Università di Hong Kong nel gennaio 2015, circa il 50% degli intervistati ha espresso il suo timore sulla autocensura osservata dai media locali, in particolare per le notizie relative il governo cinese. Secondo il report annuale del 2013 della Hong Kong Journalists Association, il Liaison Office of the Central People’s Government ha intensificato i legami con i giornalisti locali e, nel monitorare la loro attività, li ammonisce qualora pubblicassero informazioni tabù per il Partito. L’autocensura, quindi, deriva principalmente dagli stretti legami che ci sono tra i proprietari dei media locali e le autorità del governo di Pechino. Diversi magnati dell’industria mediatica di Hong Kong siedono nell’Assemblea Nazionale del Popolo, oppure sono membri della Conferenza Politica Consultiva del Popolo Cinese, l’organo che viene utilizzato dal Partito per cooperare con l’élite della città.

Le accuse diffamatorie a capo dei giornalisti sono interpretate secondo i punti stilati nella Hong Kong’s Defamation Ordinance, che considera il reato di diffamazione un reato civile punibile con una multa e raramente discusso in sede giudiziaria.

In occasione di eventi ufficiali del Partito o di incontri internazionali, i giornalisti di Hong Kong sono soggetti a restrizioni burocratiche che limitano il libero esercizio della professione: le autorità cinesi chiedono ai reporters di ottenere il visto giornalistico tramite il Liaison Office prima di ogni visita sulla terra ferma. L’accredito non garantisce l’autonomia della professione ai giornalisti che, oltre a doversi destreggiare tra le insidie della macchina censoria, sono sottoposti a sorveglianza, minacce, percosse e detenzione carceraria. Pertanto, i giornalisti si trovano in crescente difficoltà nel riportare notizie della Cina continentale ai media locali.

Il fenomeno della violenza contro i giornalisti era raro nell’ex colonia britannica: dal 2013, si è registrato un picco di percosse fisiche sui reporter che portano avanti inchieste sul governo centrale o su argomenti considerati sensibili per il Partito Comunista Cinese. Gli autori e gli organizzatori degli attacchi vessatori contro i giornalisti sono rimasti impuniti in questi ultimi anni, creando un clima di immunità sempre più crescente.

Diversa invece appare la condizione dell’accesso a internet, libero e privo di restrizione rispetto alle modalità censorie architettate da Pechino. Hong Kong, infatti, gode del più alto grado di autonomia nella navigazione di internet in tutto il continente asiatico, con una penetrazione nella popolazione pari al 85% nel 2015. La condizione è mutata durante il 2014, anno della Occupy Central, dove i siti di informazione più letti hanno ricevuto pesanti attacchi informatici e le pubblicità sono state ritirate dai portali con maggiori visualizzazioni. I blog, i forum e i siti web informativi che coprivano la protesta filo democratica hanno subito pesanti critiche dagli oppositori: questi, nel corso dei 79 giorni di occupazioni, hanno accusato i giornalisti di costruire notizie utili a caricare il sentimento di protesta nei manifestanti.

Il sito web della testata Apple Daily è stato vittima di importanti attacchi informatici per tutto il 2014. Nel febbraio dello stesso anno, l’organo di stampa critico del regime di Pechino, ha dichiarato di aver avuto un malfunzionamento dei portali della testata a causa di un attacco informatico. Il culmine di una situazione già critica si è presentato nel bel mezzo del referendum non ufficiale sulla riforma elettorale organizzato dai pan democratici nel mese di giugno: secondo quanto riferito dal direttore Jimmy Lai, il 18 giugno, la testata online è stata il bersaglio di un potente attacco hacker, con un traffico di informazioni che ha raggiunto i 500 gigabytes causando un crollo totale del sito web. Gli attacchi sono continuati per tutto il periodo della protesta e Lai decise di lasciare il suo incarico, dopo aver subito minacce ed esser stato imprigionato perché prese parte al movimento.

Come vedremo in seguito, gli episodi verificatisi nel corso della protesta sono stati coperti e celati da un uso democratico improprio dei media, conferendo al 2014 il titolo dell’anno peggiore per la libertà di stampa e di espressione a Hong Kong.

La Hong Kong Journalists Association ha registrato più di una dozzina di attacchi ai giornalisti e reporter che coprivano la Rivoluzione degli Ombrelli: i casi di violenza sono stati perpetrati per mano delle autorità o di semplici oppositori. Due giornalisti sono stati arrestati con l’accusa di aggressione verso il pubblico ufficiale, ma in realtà registravano la repressione fisica di poliziotti per disperdere i manifestanti. Infatti, a molti cameraman, provenienti soprattutto da testate internazionali, sono stati sequestrate le registrazioni che contenevano i filmati delle operazioni della polizia.

Durante l’ottobre 2014, mese caldo della protesta Occupy Center, la Television Broadcaster Limited (TVB) ha trasmesso vari filmati che catturano i pestaggi e le violenze dei poliziotti ai danni dei manifestanti; la messa in onda è durata poche ore ed è stato prontamente trasmesso un video in cui si sono minimizzate le violenze per mano delle autorità. I dipendenti che hanno trasmesso il filmato iniziale sono stati allontanati dall’azienda.

Nel crescente contesto di oppressione della libertà di espressione e di stampa, sono nati due organi di informazione indipendenti tramite crowdfunding: la Hong Kong Free Press, una fonte di notizie in lingua inglese, e la FactWire, un’agenzia di giornalismo investigativo guidata Ng Hiu – tung.

In questo panorama convulso di vita degli organi di informazione, è doveroso ricordare il passaggio della testata South China Morning Post nelle mani del tycoon di Alibaba, Jack Ma, avvenuto nel dicembre 2015. L’acquisto da parte del magnate cinese ha fatto storcere il naso all’opinione pubblica hongkonghese, perché intimorita da una copertura mediatica più vicina alle linee del Partito e da una scarsa indipendenza della testata.

di Serena Console

Dopo una laurea in Lingua e Cultura orientale (cinese e giapponese) all’Orientale di Napoli, nel 2012 Serena ha frequentato un corso intensivo di cinese presso la Nanjing Daxue. Ritornata in Italia, ha avviato il suo percorso nel mondo del giornalismo e della comunicazione. Attualmente collabora con Radio Bullets, dove si occupa di approfondimenti sulla cultura e società cinese nella rubrica in formato podcast Cina, e ogni domenica cura il Notiziario Orientale con tutte le notizie dall’Estremo Oriente