Cina – La ragazza senza hukou

In by Simone

Heihu, i sans papier cinesi. Sono 13 milioni di incredibili e sofferte storie individuali. Questa è la storia di Li Xue, una ragazza che da 22 anni è in lotta per l’hukou, il certificato che (forse) un giorno le permetterà di esistere. Lei, da autodidatta, sta facendo causa allo stato cinese. E ha ragione: non è colpa sua se i genitori l’hanno fatta nascere violando la politica del figlio unico.
“Possiamo pubblicare il tuo vero nome?”.
“Sì, dovete. È tutto quello che ho”.

Li Xue ci dà appuntamento al ristorante dove da un po’ di tempo lavora in nero come cameriera. “Andiamo fuori, non voglio che le mie colleghe ci sentano, loro non sanno nulla, non capirebbero”. Ci sediamo all’aperto, non c’è nessuno. In questo pomeriggio di inizio novembre l’aria di Pechino è particolarmente inquinata, e comincia a fare freddo. Ci scaldiamo le mani con una tazza di acqua calda.

Da quando ho cominciato a lavorare, ho una vita normale. Esco di casa al mattino e torno la sera. E qualche volta accompagno le mie colleghe a fare shopping. Però la metro evito di prenderla, e quando vedo passare la polizia non sono mai tranquilla”.

Avevamo incontrato Li per la prima volta nell’aprile del 2014 a casa sua, una baracca in fondo a un vicolo cieco in un quartiere non lontano da piazza Tian’anmen. Allora condivideva una stanza con i genitori: un letto matrimoniale, un lavandino e un angolo cottura. Nessun mobile. “Non ho l’hukou (il certificato di residenza), non ho documenti e quindi non sono potuta andare a scuola”, ci aveva spiegato.

Li Xue è la seconda di due figlie: è una di quei 13 milioni di cinesi “invisibili” che, essendo nati violando gli schemi della pianificazione familiare imposta fino a oggi dal governo di Pechino, non hanno il certificato di residenza assegnato a ogni cittadino cinese al momento della nascita.

Un documento indispensabile per ottenere la carta d’identità, usufruire dei diritti di base come l’istruzione o l’assistenza sanitaria, aprire un conto in banca, lavorare, viaggiare, sposarsi o avere dei figli. È una delle ricadute della politica del figlio unico adottata nel 1979 che adesso la Cina ha deciso di abbandonare per tentare di contrastare la bassa natalità e il rapido invecchiamento della popolazione.

Li Xue è nata nell’agosto del 1993 in un ospedale di Pechino, poco lontano dal Tempio del Cielo, ma ufficialmente non esiste. Prima che nascesse, entrambi i suoi genitori lavoravano: il padre in un cotonificio, la madre come operaia in una fabbrica. I salari erano modesti, in due arrivavano a malapena a 100 yuan al mese (meno di 15 euro).

Difficile tirar su una figlia, figuriamoci due. Ma quando la madre scoprì di essere rimasta incinta per la seconda volta, la gravidanza era già a uno stadio avanzato e, temendo per la sua vita, non se la sentì di abortire. Così decise di infrangere la legge sulla pianificazione familiare, che obbligava le coppie a non avere più di un figlio.

Subito dopo il parto perse il lavoro: in Cina allora c’era lavoro per tutti, ma non per chi trasgrediva le leggi. Inoltre, per far assegnare l’hukou a Xue, i suoi avrebbero dovuto pagare una multa di cinquemila yuan: quattro volte le entrate annuali della famiglia, rimasta oltretutto con uno stipendio solo. Era una spesa impensabile.

In un modo o nell’altro la questione si sarebbe risolta: la bambina esisteva, e lo stato prima o poi avrebbe dovuto prenderne atto.

… continua a leggere su Internazionale


La gallery fotografica di Alessandro Digaetano