L’hi-tech nel Sudest asiatico parla cinese. Con una popolazione di quasi 660 milioni di persone sparse per 11 paesi, occupanti una porzione geografica di mondo strategica non solo per il commercio internazionale, il Sud-est Asiatico è in continua crescita. Non solo in termini economici, ma anche, e soprattutto, in termini di innovazione digitale.

In questa cornice, Pechino continua ad esportare con enorme successo uno dei suoi principali prodotti hi-tech: le super app. Unanime è il parere degli esperti che dietro il rapido sviluppo del panorama delle startup della regione vi è la longa mano dei colossi tecnologici cinesi.

Non certo una sorpresa. Basti pensare che nei primi mesi del 2019 l’intero panorama hi-tech cinese ha investito una somma pari 1.8 miliardi di dollari nelle start-up di Vietnam, Thailandia, Indonesia e di altri paesi. Un trend che non sembra essersi arrestato neanche con la pandemia. Un dato di fatto reso possibile dalla ormai prossima saturazione della scena tech cinese e dalle enormi opportunità che la rampante scena tecnologica di questa regione ha da offrire.

Oggi i tech-giant cinesi puntano ad altro. Ossia esportare il loro modello di super app, investendo anche somme importanti di denaro, guadagnandoci non solo un cospicuo ritorno economico, ma soprattutto big data dei netizen locali. Il vero “oro” del mondo digitale di oggi.

Lampante l’esempio di Alibaba che nel 2016 acquisì Lazada, la principale piattaforma e-commerce di tutta la regione con sede in Malaysia. Ed anche le altre compagnie non sono rimaste ferme a guardare. Tencent ha investito sulla singaporiana Sea, mentre JD.com ha investito nel 2019 ben 19 milioni di dollari nella fashion-app thailandese Pomelo. ZhongAn Insurance, una controllata del colosso assicurativo cinese PingAn Doctor, ha stretto invece collaborazioni con le principali insurance app della regione. Nel frattempo, anche Qiming Ventures e GGV, due delle più grandi società di venture capital cinesi hanno aperto uffici a Singapore.

Startup come Grab (Singapore) o Gojek (Indonesia) stanno già seguendo l’esempio cinese di super app come Alpay, WeChat o Meituan-Dianping. Negli ultimi tre anni queste app, sebbene riferendosi ad un pubblico totalmente differente rispetto a quello cinese, hanno aggiunto anno dopo anno sempre più servizi al loro portfolio. Trovando quasi sempre ispirazione negli investimenti che colossi come JD o Tencent hanno portato nelle rispettive casse aziendali.

La domanda sorge tuttavia spontanea. Cosa ha reso il Sud-est asiatico un terreno così favorevole agli investimenti cinesi? Diversi i fattori. Uno studio congiunto di Temasek, Google e Bain & Company ha evidenziato come negli ultimi dieci anni il numero delle persone che hanno accesso ad internet nel Sud-est asiatico sia cresciuto del 90%. Una vera esplosione dell’internet mobile che ha amplificato non di poco la digitalizzazione della popolazione.

Parte di questa penetrazione tech cinese nell’area ricade anche sulle spalle di Donald Trump. La sua politica America First, ha sicuramente allontanato Washington da questa area di mondo, ma il bando della Casa Bianca agli investimenti cinesi in compagnie hi-tech americane, ha dirottato i soldi di Pechino direttamente nelle startup del Sud-est Asiatico. Infine, una ben più permissiva politica dei diversi paesi unita ad un pubblico di riferimento la cui distanza culturale è sicuramente inferiore rispetto agli States, hanno fatto il resto.

Tutto ciò è ben evidenziato dai dati, giacché i numeri degli investimenti cinesi nell’area sono più che raddoppiati. Secondo CB Insights, solo nel 2018 compagnie cinesi e compagnie locali hanno stretto ben 422 accordi per un totale di 6.3 miliardi di dollari. Una crescita esponenziale se paragonato ai 100 accordi per 300 milioni di dollari del 2012.

Stime ritengono che l’internet economy dell’area raggiungerà i 300 miliardi di dollari entro il 2025, e non è quindi difficile comprendere l’interesse dei big tech cinesi per quello che sarà a tutti gli effetti il uno dei poli internet più importanti al mondo, terzo dopo Cina ed India.

Ed ora Pechino guarda oltre le sue super app. Benché in sordina, paesi come Indonesia o Thailandia hanno riconosciuto al Dragone il ruolo di protagonista nel settore dell’Intelligenza Artificiale. E le aziende nazionali potrebbero trarre vantaggio dalla presenza cinese sul posto imparando dall’esperienza e dal know-how del Dragone.

Non è un mistero che il governo indonesiano ha più volte ribadito che l’applicazione del riconoscimento facciale basato sull’intelligenza artificiale in città cinesi come Pechino e Shanghai è un modello da prendere come esempio per affrontare i problemi di sicurezza pubblica nelle proprie città. E per quanto riguarda l’intelligenza artificiale, Jakarta sembra essersi mossa per prima. Qlue, un’app mobile indonesiana, sfrutta l’intelligenza artificiale per risolvere molti problemi urbani legati a mobilità, sicurezza ed addirittura igiene. Qlue fa parte del programma sperimentale “Smart City Jakarta”, un progetto che sulla carta vorrebbe catapultare la capitale indonesiana nel nuovo millennio, ma che sulla carta trova somiglianze importanti con le Smart City cinesi in tutto il paese.

Senza dubbio le compagnie cinesi stanno costruendo una forte presenza nel Sud-est asiatico. Ed i competitor americani? Per ora neanche l’ombra. Anzi, alcune voci di corridoio a Washington tendono a precisare che gli States stanno perdendo giorno dopo giorno tutte le opportunità che paesi come Vietnam, Indonesia, Thailandia stanno offrendo. Tutto lasciato alle tech-firms di Pechino.

Di Stefano Venza*

**Giornalista freelance con background in lingua e cultura cinese. Nuotatore professionista, nel tempo libero segue da vicino le vicende hi-tech del Dragone, viaggiando sempre a cavallo tra Oriente ed Occidente.