I social network occidentali? Pazzi per la Cina, nonostante la pandemia. Dalle vedute mozzafiato di Guilin, ad un giro tra lo street food della città vecchia di Chengdu, per passare alla moda di strada delle metropoli cinesi, la presenza social di account che propongono una Cina quantomeno diversa dall’immaginario collettivo si sono moltiplicati anno dopo anno. Con una crescita esponenziale negli ultimi mesi del 2020. Instagram è la testa di ponte di questo nuovo soft power cinese, finalmente scevro dalla dialettica della propaganda ufficiale di stato.

Dietro questi profili che stanno conquistando il pubblico occidentale, vi sono ragazzi, cinesi e non, che si sono fatti finalmente portatori di quella società civile totalmente quasi sempre assente dalla dialettica dei grandi media statali. La loro missione? Raccontare quella Cina autentica e sconosciuta dalle mille sfaccettature sconosciute ai più. Ed il risultato è vincente, dato che i netizen al di fuori dei confini del Dragone stanno rispondendo con grande interesse.

INSTAGRAM VETRINA PREFERITA – L’offerta per il pubblico è ampia e variegata, ma ai primi posti troviamo account di paesaggi, viaggi ed architettura. Si va dai profili privati di fotografi di professione alle community di instagramers sulla falsa riga di @insta_china, per passare all’account di @thechinatrips, quest’ultima una realtà da sempre dedita alla promozione della cultura cinese all’estero. Non mancano neanche agenzie stampa indipendenti come @Chinainsider, un vero “calderone” che raccoglie foto e video di TikTok che vanno dalla Chinese street fashion a vedute mozzafiato per passare a post irriverenti e divertenti. Seguitissima anche @chinese_architecture, la pagina creata da cinque giovani ragazzi cinesi che, passando in rassegna ogni angolo del Dragone, propone un giusto mix di nuove ed antiche architetture. Geniale anche @chinesegraffitihub, una pagina che raccoglie unicamente graffiti in mandarino sparsi ovunque per il mondo.

 Ma è proprio sull’irriverenza che Instagram sorprende, motivo per il questa il social americano è ad oggi una delle vetrine preferite. Questo è il caso della community @dongbeicantbefuckedwith, pagina creata da Li Mingdong e che ad oggi conta oltre 90mila follower. La particolarità? Il raccogliere ogni assurdità dello sconfinato universo del web cinese. Dai meme di Xi Jinping che chiama Putin e Kim Jong Un a Bernie Sanders che gioca a mahjong – nella sua iconica posa catturata durante l’inauguration day – questa pagina non lesina frecciatine alla leadership cinese, né tantomeno ad alcuni degli stereotipi più con cui gli occidentali ancora oggi dipingono i cinesi. Anche in pieno picco pandemico gli admin sono riusciti a creare un’atmosfera che benché non celasse la gravità della situazione, è stata capace di strappare più di un sorriso.

Ma si sa, il web è bello perché vario ed è possibile postare di tutto. Anche gli amanti del vintage non rimarranno delusi. Per loro c’è il progetto fotografico del fotografo francese Thomas Sauvin. La sua pagina @beijng_silvermine, raccoglie tutte vecchie foto comprese tra gli anni ’70 e ’90 recuperate un pò ovunque in Cina negli archivi da smaltire. I suoi oltre 114mila follower possono infatti godere di scatti unici, testimonianze di una Cina che fu prima del Grande Balzo economico moderno. Stesso dicasi di @proletchina, una community sicuramente minore rispetto a quella creata da Sauvin, ma la bio “dreams from a socialist inland empire” la dice lunga sul messaggio della pagina.

MENO UFFICIALITA’, PIU’ SOCIETA’ CIVILE – Profili sulla falsariga di quelli sopracitati sono pressoché ovunque sui social. Non solo su Instagram. Anche Youtube e TikTok, il “gemello” occidentale del social cinese Douyin, hanno profili simili da centinaia di migliaia di visualizzazioni. Interessante è invece soffermarsi sui creatori di queste pagine. Tra loro possiamo trovare stranieri che risiedono in Cina che da “ponti culturali” vogliono creare un veicolo di dialogo tra la cultura da dove provengono a quella del paese che li ospita. Tuttavia per molti ragazzi cinesi è invece la necessità di raccontare una Cina autentica e genuina. Ne è convinto Li Mingdong, admin di @dongbeicantbefuckedwith. “Vivendo all’estero mi sono accorto della strana visione che gli occidentali hanno della Cina. Sicuramente la Cina non è un paese perfetto, ma possiamo raccontare l’anima dei cinesi, le loro differenze e contraddizioni, con o senza ironia, ma l’importante è presentare un qualcosa di vero e non patinato o artificiale”.

L’anno pandemico appena passato ha messo in luce uno dei gravi problemi del soft power cinese: una mancanza di credibilità nel pubblico occidentale. Con le informazioni veicolate prettamente dai media di stato, il pubblico oltre la Grande Muraglia non percepisce le informazioni come genuine. Ad esempio, l’iniziale empatia per le drammatiche immagini provenienti da Wuhan, hanno lasciato il posto a duri attacchi lasciati in pasto ai leoni di tastiera. Se da una parte la promozione del nazionalismo tout court cinese può creare un certo conflitto di interessi in un pubblico totalmente digiuno di cultura cinese, dall’altra è la mancanza di fonti provenienti dalla società civile a creare un vero problema.

Per anni la Cina ha seguito la linea promossa da Deng Xiaoping chiamata taoguang yanghui 韬光养晦 (“nascondere le proprie capacità e restare in attesa”), mantenendo di fatto un basso profilo a livello internazionale. Ad oggi con la rinnovata potenza del Dragone, Pechino ha cambiato decisamente approccio. Da tempo la Cina cerca di esercitare un proprio soft power culturale nel mondo, un’aspirazione che ha avuto una decisiva accelerazione con la salita alla presidenza di Xi Jinping. Ponendo l’accento sul “sogno cinese”, la nuova epica cinese vuole presentare il Dragone cone una potenza responsabile, una civiltà in grado di fornire una valida alternativa alla guida statunitense del mondo. Gli obiettivi cinesi a livello internazionale sono quelli di diventare un Paese più influente politicamente, più competitivo economicamente, con un’immagine più accattivante e degna di maggior rispetto a livello morale e di contrastare, perché no, certe visioni eurocentriche. Di cui si è andata a creare una sorta di nuova epica cinese che ha visto negli account ufficiali sui social occidentali di membri del governo, testate giornalistiche e sedi diplomatiche l’ariete di questo soft power di stato.

I risultati sino ad ora ottenuti sono stati più che altalenanti. Sicuramente ad oggi il soft power ufficiale cinese non gode di ottima salute. La percezione dei disordini di Hong Kong prima e lo scoppio della pandemia dopo, hanno inflitto un duro colpo alla narrativa ufficiale della leadership cinese. Nell’anno pandemico appena passato abbiamo assistito a numerose scorribande di account ufficiali cinesi sui social occidentali, Twitter in testa, e nonostante il fine ultimo sia ovviamente diffondere la politica di Pechino (nonché rispondere alle accuse del virus uscito da un laboratorio e molto altro), il risultato ottenuto non è stato dei migliori. Anzi, molti esperti di comunicazione hanno parlato di vero effetto boomerang. Ne è convinto Gong Chengong, ricercatore della Fudan University ed esperto della comunicazione sui social media. Secondo il ricercatore cinese “allo stato attuale il soft power cinese di matrice ufficiale non cattura la curiosità del pubblico come vorrebbe, specialmente se occidentale”, ma come abbiamo visto qualcosa è cambiato.

LA CINA CAVALCA L’ONDA DI UN GENERALE INTERESSE PER L’ASIA? – E’ possibile sostenere che il soft power cinese sta viaggiando per ora su due binari ben separati tra loro? Questa la tesi di Yu Haiqing, Associate Professor della School of Media and Communication presso la Royal Melbourne Institute of Technology. Secondo il ricercatore “da una parte abbiamo un soft power totalmente alimentato dalla propaganda di stato che ruota intorno alla nuova dialettica del sogno cinese; dall’altra una nuova generazione di giovani cinesi che, consci dei limiti dei media statali, stanno affrontando di petto la questione con iniziative private”. Il ricercatore si aspetta inoltre che “questo trend non diminuirà in un futuro prossimo”. Inoltre secondo Yu Haiqing il filo rosso “è sicuramente la rinnovata potenza economica cinese e delle grandi opportunità del suo mercato, ma la Cina sta cavalcando l’onda di un generale interesse per l’Asia”.

A confermare questa teoria anche Jo Kim, ricercatore della Fudan University nel campo della comunicazione. Per l’esperto “stiamo assistendo ad una riscoperta della cultura asiatica da parte del pubblico occidentale e tutto è partito dall’enorme successo nel mondo delle boy band coreane”. Secondo Kim “è vero che la presidenza Xi Jinping ha posto l’accento sull’enfasi di una narrativa nazionale, così come è vero che sin dagli anni 2000 che la Cina sta lavorando sul suo soft power, tuttavia ultimamente è stato anche trovato un terreno favorevole. Se guardassimo indietro i dati, a partire dal 2017 abbiamo avuto suoi social occidentali, specialmente su Instagram, un forte interesse per le fonti di intrattenuto provenienti dalla Corea del Sud. Possiamo affermare che in qualche modo il K-pop è stato un fattore importante? Per quanto assurdo possa sembrare si”. Ed i dati parlano chiaro. Dei vari account Instagram o TikTok che pubblicano materiale provenienti dalla Cina, “in una prima fase a subentrare sono stati proprio dei generici ‘asian culture lovers’ tout court”, sostiene Jo Kim, “il più delle volte questo pubblico non ha idea se davanti hanno dei ragazzi cinesi, coreani o giapponesi. Ma ora la percezione è cambiata”. Con il tempo si è finalmente creato un distinguo, nato anche dalla necessità dei netizen cinesi di creare delle proprie pagine che descrivano la loro realtà, la loro cultura ed il loro paese.

Per ora la macchina dell’informazione cinese sembra aver imparato la lezione. Sebbene Twitter rimanga il megafono degli attacchi dialettici mirati da parte delle istituzioni del Dragone, su Instagram e Facebook si è assistito ad un repentino cambiamento del modo di affrontare l’informazione. La vera sfida per il soft power ufficiale cinese è trovare un giusto bilanciamento tra creatività e controllo dei contenuti o quantomeno utilizzare una “comunicazione con caratteristiche occidentali”, afferma ironicamente Yu Haiqing.

Di Stefano Venza*

*Giornalista freelance con background in lingua e cultura cinese. Nuotatore professionista, nel tempo libero segue da vicino le vicende hi-tech del Dragone, viaggiando sempre a cavallo tra Oriente ed Occidente.

[photo credit: @Sam Balye]