Caso marò – Con l’India meglio non metterla sul nazionalismo

In by Simone

La risoluzione comune adottata dal parlamento europeo di Strasburgo ha indispettito l’India. Reazione ampiamente prevedibile, immedesimandosi in un paese asiatico che interpreta la posizione dell’Ue come un’ingerenza nei propri affari legali. Il parlamento europeo la scorsa settimana ha votato "a larghissima maggioranza" e ad alzata di mano una risoluzione circa il caso dei due marò in cui, tra le altre, auspica che la giurisdizione del caso venga data all’Italia o a un arbitraggio internazionale. (Qui il testo del documento)

La notizia ha avuto ampia risonanza in Italia, testimoniando per la prima volta un interessamento concreto dell’Unione Europea per la vicenda.

Mentre la risoluzione è stata votata a larga maggioranza per alzata di mano nel primo pomeriggio del 15 gennaio, la discussione delle varie proposte avanzate dai gruppi parlamentari si è tenuta alle 23:30 del 14 gennaio, in un’aula "quasi vuota", come si legge in diversi interventi nel dibattito riportati sul sito del parlamento europeo.

In quell’occasione, alcuni delegati avevano paventato il rischio di adottare una risoluzione ufficiale che avrebbe indispettito la controparte indiana, andando a pronunciarsi su un caso che è prima di tutto giuridico: una posizione dell’assemblea parlamentare su temi che, per l’India, sono da considerarsi bilaterali, avrebbe potuto rappresentare un ostacolo alla soluzione della vicenda Enrica Lexie, non un aiuto. A maggior ragione dopo l’ennesima dimostrazione di clemenza della Corte suprema, che ha accordato altri tre mesi in Italia a Massimiliano Latorre a causa dei problemi di salute del fuciliere (operatosi al cuore la prima settimana di gennaio, in Italia).

E infatti, puntualmente, il 16 gennaio il portavoce del ministero degli Esteri indiano Syed Akbaruddin ha rilasciato un comunicato stringatissimo in cui però evidenzia alcuni aspetti importanti. Qui sotto il testo, come riportato dall’agenzia di stampa Ansa, alternato a mie spiegazioni in traduzione dal burocratese:

Il caso che riguarda i due Fucilieri di Marina italiani che hanno ucciso due pescatori indiani, è all’esame della giustizia, ed è in discussione fra India e Italia.

Due cose in chiaro: per l’India i fucilieri "hanno ucciso", si tratta di un fatto, non di un’ipotesi; la vicenda è bilaterale, l’Ue non dovrebbe immischiarsi.

La Corte Suprema Indiana nella sua ordinanza del 14 gennaio 2015, ha concesso tre mesi di estensione della permanenza di Massimiliano Latorre in Italia per motivi di salute, mentre l’altro Fuciliere, Salvatore Girone, risiede nell’ambasciata di Italia a New Delhi.

Quando ci dite che non rispettiamo i diritti umani, di cosa state parlando? I due imputati godono di misure restrittive eccezionalmente blande e la Corte a più riprese – l’ultima volta pochi giorni fa – ha mostrato segnali di apertura tangibili.

In queste circostanze sarebbe stato consigliabile che il Parlamento europeo non avesse adottato una Risoluzione.

Ovvero, che non si impicciasse di questioni giuridiche nostre, indiane, che non venisse a dire alla Corte suprema cosa deve o non deve fare: la giustizia indiana è indipendente dalla politica indiana, figurarsi da quella europea…

Giusto però notare che, dopo tre anni, la magistratura indiana non è stata in grado di formulare un’accusa. Non perché le prove non ci siano – hanno detto a più riprese dalla National Investigation Agency, la polizia federale indiana incaricata di occuparsi del caso marò – ma grazie alla perfetta strategia dilatoria messa in atto dagli avvocati di Latorre e Girone.

Lo ha rispiegato efficacemente Anam Sharma sull’Economic Times qualche giorno fa, in un pezzo che in Italia è stato interpretato – credo sbagliando – come una nuova apertura dell’India, mentre invece si tratta solo delle opinioni (si trova infatti nella sezione "opinions" del portale) di un redattore del quotidiano. Niente di ufficiale.

Nell’articolo si legge:

The goof-ups began in 2013 when then home secretary RK Singh sent the case to the National Investigation Agency (NIA) and not the Central Bureau of Investigation (CBI) after SC transferred the case to a "central agency". NIA invoked a little-known antipiracy law to give itself jurisdiction since it otherwise cannot probe simple murder cases unlike the CBI.

Italy immediately protested that the anti-piracy law carried a mandatory death sentence, which contradicted the assurance given by then foreign minister Salman Khurshid to Italy. But India dug its head into the sand, choosing to remain oblivious of what lay ahead. NIA completed its probe and asked the home ministry for approval to charge the marines. That was granted amidst Italy’s rising protests.

The attorney general then advised NIA to charge the marines under a different section of the anti-piracy law that only carried a 10-yearsentence. NIA agreed as it was still charging the marines for murder under the Indian Penal Code (IPC). A second sanction order was issued by the ministry. Italy was still not impressed.

Then law minister Kapil Sibal intervened after Italy made it clear that it did not want the anti-piracy law used at all. The home ministry issued a third sanction order saying the marines would only be tried under IPC. The trap was thus well and truly sprung. Italy told SC that without the anti-piracy law, NIA had no jurisdiction to charge the marines at all. Italy has since argued that while the anti-piracy law extends over India’s exclusive economic zone, IPC only covers territorial waters and the incident took place outside the latter. Italy can raise the jurisdictional issue only during a trial, the NIA contends.

In poche righe, Sharma sintetizza il pasticcio burocratico in cui l’India si è infilata da sola e dal quale ora sarà difficile districarsi. Gioco da ragazzi, per la difesa dei marò, porre l’accento sui cavilli tecnici che, per chi ha la pazienza di analizzare i vari passaggi del caso, sono dirimenti; per l’opinione pubblica italiana, invece, si appiattisce tutto a "l’India li tiene lì da tre anni senza uno straccio di prova, è gombloddo".

In questo modo, nella semplificazione forzata di un caso complicato a livello normativo e giuridico – leggi internazionali in conflitto con leggi nazionali indiane, India che vuole estendere la propria giurisdizione il più possibile per non indebolire gli strumenti a disposizione per lotta anti terrorismo dal Pakistan, contrabbando, immigrazione clandestina… – si butta benzina sul fuoco per farne una battaglia identitaria, di orgoglio patrio (come dimostrano i rivoltanti paragoni tra la liberazione delle cooperanti italiane in Siria e i marò ancora in India).

Se si continua di questo passo, e grazie a Dio la risoluzione Ue è mitigata da una serie di frasi tipo trovare una soluzione "condivisa e che soddisfi entrambe le parti", il rischio è di portare il dibattito tra India e Italia sul piano del nazionalismo: un terreno sul quale l’India mostra solitamente tutta la propria rigidità.

Ora siamo di fronte a un bivio: o si continua a nicchiare, rinunciando a solleticare gli istinti sciovinisti di un certo elettorato italiano, e si lavora seriamente – e in silenzio – a una soluzione politica con New Delhi, oppure si va allo scontro frontale con l’India, magari giocandosi anche la carta dell’arbitrato internazionale.

E a quel punto il governo nazionalista di Narendra Modi – tra i governi più sciovinisti che l’India indipendente abbia mai avuto – di certo non subirà le intemperanze italiane senza colpo ferire. Come questo possa aiutare i fucilieri Latorre e Girone fatico a immaginarlo.

[Scritto per East online; foto credit: ersupalermo.it]