[Martin] Mi chiede come sta andando la scrittura del libro. Male, va male, il mio libro sulla Birmania.

Perché mi rendo conto che non ho maturato una visione d’insieme. Anzi, forse non ho proprio capito.

E come avresti potuto?

Mi guarda interrogativo, Martin, e con questa domanda mi assolve. Come avrei potuto? La Birmania, per lui come per me, è stato un giro troppo veloce sulle montagne russe, siamo riusciti quasi miracolosamente a non vomitare, ma capire e identificare il paesaggio attorno a noi, ecco, quello forse sarebbe stato un po’ troppo.

E allora mi chiedo se lo posso scrivere, un libro su qualcosa di cui non ho capito niente.

Con questo prologo inizia Myanmar Swing di Carla Vitantonio, il secondo  libro dopo Pyongyang Blues che racconta i due anni trascorsi nel paese oggi (di nuovo) al centro delle cronache internazionali.

Ci arriva nel settembre del 2016 dopo quattro anni di Corea del Nord e mesi di tira e molla con la sua Ong per capire dove l’avrebbero trasferita. Da qui inizia il suo personale percorso in un paese che è al tempo stesso “l’ombelico del mondo della cooperazione” e “l’amico più sporco della Corea del Nord”. Non c’è Ong che non voglia prenotarsi un posto alla tavola di quelli che cambieranno la storia, ma rimane la consapevolezza di un processo complesso e macchiato con il sangue di 70 anni di guerra civile.

Carla Vitantonio entra nel mondo della cooperazione dopo un passato nell’editoria, nel teatro, nell’attivismo. È nata in Molise e oggi vive a Cuba, da dove ha seguito le vicende del colpo di stato in Myanmar. Gli eventi degli ultimi mesi l’hanno riportata su alcuni passaggi del libro che stava finendo di scrivere. Davanti alla sanguinosa risposta del Tatmadaw contro il movimento di disobbedienza civile nato dopo il golpe, riemergono alcune immagini e riflessioni: il lettore riesce allora a vedere alcuni aspetti delle vicende di oggi con maggiore consapevolezza, venendo a conoscenzadel preludio rappresentato dall’apparente equilibrio degli anni dell’apertura democratica.

 

Memorie e storie

Myanmar swing è il secondo libro dell’autrice – il più difficile, aggiunge lei – dopo Pyongyang Blues, sempre pubblicato per Add Editore. È un memoir dove le vicende personali dell’autrice si intrecciano con gli eventi di un sistema che sta cambiando, o che forse non è mai cambiato nella sostanza. Con la sua Ong Carla si sposta in tutto il paese e ci racconta le difficoltà del lavoro dei cooperanti tra l’indifferenza dei potenti e il cinismo della diplomazia. Il suo compito è di occuparsi del problema delle mine antiuomo, organizzare le operazioni, aprire nuove strade di collaborazione con le aree più marginali e i potenti.

È un gioco quello che Carla recupera per mettere ordine in questo caos: il gioco dell’oca diventa “il gioco del pavone” (animale tradizionale del Myanmar), dove il karma tira i dadi e, mese dopo mese, trascina gli eventi e le persone nella vita dell’autrice. Questo destino che sembra senza logica si scontra con le tante contraddizioni dell’Asia, con i piccoli incidenti lungo la strada, le gioie, le frustrazioni, l’amicizia, l’amore. Come, per esempio, fa sorridere lo scontro tra gli obbiettivi in agenda con quel misto di condiscendenza e omertà dei birmani (che viene difficile inserire sotto un unico profilo) – l’armonia che fa inceppare i meccanismi della cooperazione allo sviluppo nel sudest asiatico.

Carla trova pian piano il suo equilibrio in questa giostra e con il suo libro ci offre uno sguardo unico e umano su un paese che, spesso, abbiamo troppa fretta di capire. Il linguaggio è diretto, ironico ma anche poetico: il talento dell’autrice è di riuscire a rendere sulla carta odori, sapori, sensazioni che accompagnano il lettore come il racconto di una cara amica. Non ci sono censure: Carla chiama le cose con il loro nome e non nasconde i momenti di sconforto, frustrazione e preoccupazione, gli antidepressivi e la solitudine.

In Myanmar ritrova dei pezzi di sé che l’austerità di Pyongyang aveva messo in pausa. Yangon è una città piena di vita, sede di una vivacissima comunità queer come poche ne esistono nel continente asiatico. Il teatro ritorna nella sua vita e, in confronto alla Corea del Nord, le estati  sembrano non finire mai. In 300 pagine cerca di rendere la complessità di un paese che non è mai stato unito, dove continuano i conflitti tra governo centrale e zone occupate dalle diverse milizie etniche, lo sfruttamento delle risorse, il profitto delle grandi corporations, i compromessi più difficili da accettare.

Carla si sofferma sulla questione dei Rohingya, avendo assistito in prima persona ai fatti del 2017 che hanno, tra le tante cose, fatto cadere in disgrazia agli occhi dell’Occidente Aung San Suu-Kyi. Alla violenza dell’esercito birmano di ieri e di oggi si alternano i ricordi, soprattutto di quel G8 di Genova nel 2001, un filo rosso su cui corre il senso di giustizia che accompagna l’autrice in ogni paese, in ogni situazione.

 

Ecco qui un breve estratto del libro (pubblicato da China Files per gentile concessione di Add editore):

Della Birmania sapevo qualcosa in più perché era una delle destinazioni top per i cooperanti, avevo letto un libro di Orwell, visto un recente film di Besson ed ero in grado di collocarla sulla cartina geografica. In più sapevo che un tempo il Paese era stato famoso per la sua università all’avanguardia e le sue infrastrutture, oggigiorno decadute. Ex colonia inglese, grazie a cinquant’anni di dittatura militare e guerra civile si era collocato tra i quarantasei Paesi che, secondo le Nazioni Unite, avevano il più basso Indice di Sviluppo Umano (noto a livello internazionale come Human Development Index, o hdi).

Era il luogo dove aveva vissuto reclusa o semireclusa Aung San Suu Kyi, la figlia di quel generale Aung San che aveva guidato la Birmania nella liberazione dal dominio coloniale inglese prima e dall’occupazione militare giapponese poi, e che era stato assassinato dai suoi stessi collaboratori, dando con la sua morte inizio a un periodo di instabilità di cui non sapevo praticamente nulla, e in seguito alla dittatura con annessa lunga serie di guerre civili.

Era il luogo dove tra il 2007 e il 2008 i militari avevano massacrato chiunque non fosse d’accordo con loro, studenti disarmati e persino monaci buddhisti. Questi ultimi, esasperati dalle politiche repressive, durante la quotidiana camminata per la questua si unirono alle proteste marciando con le ciotole per l’elemosina rivolte verso il basso, per indicare che non avrebbero accettato offerte dai militari, che non avrebbero concesso loro alcun escamotage per redimersi, nessuna donazione per migliorare il karma dopo le ingiustizie che stavano commettendo.

Era il luogo dove si perpetrava la lenta e sistematica distruzione di una minoranza etnica musulmana chiamata Rohingya, distruzione nella quale l’estremismo buddhista aveva giocato un ruolo molto rilevante. Mioddio ma sti buddhisti erano buoni o cattivi? Quelli che si facevano massacrare dai militari erano gli stessi che ammazzavano i bambini musulmani?

Che casino sta Birmania.

Due cose sapevo di certo: la prima, che la Birmania era l’ombelico del mio mondo, ovvero della cooperazione. Era il luogo dove ogni cooperante voleva andare, il centro delle dinamiche umanitarie e di sviluppo, il Paese dove ogni Ong sgomitava per avere un ufficio, e ogni organizzazione internazionale voleva essere chiamata in causa. Insomma, la Birmania era il posto dove andavano quelli veramente bravi, un luogo estremamente complesso e per questo non per tutti.

La seconda, che la Birmania era l’amico piu sporco della Corea del Nord. L’amico di cui non si parlava mai quando si menzionava l’elusione delle sanzioni. L’amico che probabilmente ordinava armi nucleari e simili prodotti d’intrattenimento. L’amico che aveva chiesto ai nordcoreani assistenza tecnica per costruire la nuova, inespugnabile capitale Naypyidaw.  Insomma, un filo diretto correva tra Pyongyang e Naypyidaw, e su quel sottile ma solido filo mi vedevo camminare trionfalmente, io, la sopravvissuta.