Un film complesso che, come spesso accade per questo genere di mega produzioni, si presta a diversi piani di lettura. L’idea del film – girato nel 1987 tra la Città Proibita (eccezionalmente concessa a un regista non cinese) e brevi incursioni a Cinecittà – nacque sulla scia della serie televisiva Marco Polo, realizzata in Cina da Giuliano Montaldo per la Rai e si basò sulla biografia dello stesso Pu Yi. Nata come una produzione italo-inglese, rappresentò una sorta di riscossa europea contro la forza d’urto del cinema a stelle e strisce, e riuscì a conquistare l’America e il mondo con ben 9 Oscar nel 1988 e svariati premi e riconoscimenti.

Per l’Italia L’Ultimo Imperatore, segnò l’ingresso metaforico della Cina, della sua complessa storia e cultura, nelle case degli italiani. La Rai mandò in onda il film in prima visione televisiva (fu realizzata anche una versione cinematografica)  il 17 dicembre 1989 e il giorno successivo la seconda parte fu inserita all’interno dell’ultima puntata del programma “Terre lontane”, ideato e condotto da Enzo Biagi che riuscì a intervistare anche l’ultima moglie di Pu Yi.

Per prepararsi alla lavorazione Bertolucci si affidò anche a Moravia che aveva raccolto le sue corrispondenze cinesi nel volume intitolato “La rivoluzione culturale in Cina” e a Michelangelo Antonioni che nel 1972 aveva girato il celebre documentario Chung Kuo, Cina. Intervistato da Repubblica sul set Bertolucci dichiarava a proposito della Cina e dei Cinesi: “la cosa più difficile da fare è accettare la loro diversità, far tacere le mie categorie di interpretazione della realtà, accettare la diversità senza imporle le mie diversità, che pure esistono…”.

Temi ancor oggi attuali e a cui un polemico Tiziano Terzani rispondeva sempre sulle pagine di Repubblica con un infuocato commento intitolato “Quanta Ingenuità”. All’indomani dell’anteprima del film a cui aveva assistito in Giappone, Terzani accusava l’Ultimo Imperatore di essere “una grande – costosissima – occasione sprecata” e se la prendeva con l’immagine edulcorata della Cina che usciva dal kolossal, risultato, a suo parere, del ruolo svolto dei mediatori cinesi a cui il registra si era affidato per ragioni linguistiche e culturali. “Per quanto paradossale possa sembrare, le immagini – in astratto belle e suggestive – che Bertolucci mette con L’ ultimo imperatore sullo schermo servono la causa cinese, così come i commissari politici di oggi a Pechino la concepiscono” scriveva Terzani.