Asia-Files: Thaipusam, la processione dei devoti masochisti

In by Simone

In una città industrializzata e all’avanguardia come Penang capita solo una volta all’anno di vedere le mucche parcheggiate al distributore di benzina come se il proprio padrone le volesse riempire di carburante prima di affrontare un lungo viaggio.

Allo stesso modo, capita una sola volta che lo spartitraffico dell’arteria principale Datuk Keramat Road venga ricoperto di noci di cocco, centinaia di piccole sfere pelose sulle quali gli incensi votivi vengono attaccati con cera e lasciati bruciare nel sole cocente di una tropicalissima fine gennaio. Partendo dal tempio indiano nel cuore di Georgetwon, la Sedia d’Argento risale lentamente il centro città  preceduta da canti e inni bollywoodiani. Sono sparati a mille da enormi altoparlanti situati agli angoli di alcuni punti di ristoro che elargiscono bibite e cibo gratis, salvando i presenti dalla furia del sole. Ed é solo quando il pesante carro inizia a intravedersi tentennando all’orizzonte che qualcuno, in fremente eccitazione votiva, ordina l’inizio del lancio dei cocchi.

Partecipano tutti, in un’orgia di mani roteanti: donne, bambini, uomini dalle gambe magre avvolti da sarong bianchi, turisti sparuti e curiosi. Le noci schiocchiano al suolo e si rompono come crani di neonati, schizzando succo ovunque. É così che la strada va lavata e purificata prima dell’arrivo della Sedia d’Argento. E che maniera graficamente esaltante per scaldare le atmosfere di questa festa di delirante masochismo votivo!

Il Thaipusam é la festa di celebrazione della prima luna del mese Thai nella cultura sud indiana Tamil, e letteralmente prende il nome del mese Thai, e della stella Pusam, che raggiunge il suo apice di luminosità durante il periodo della festa. Ispirata dalla mitologia indiana, la celebrazione commemora il momento in cui Parvati donò a Murugan, dio Tamil della guerra, la lancia con la quale sconfiggere il demone Soorapadman.

Più generalmente, gli indiani malesi usano questa festività per ripagare con il proprio supplizio i favori ingraziatisi da Murugan durante l’anno precedente. C’é chi ha chiesto e ottenuto un figlio, un lavoro o la guarigione di un parente prossimo, e chi il tanto atteso diploma o la concretizzazione di un amore: per tutti, é giunto il momento di ripagare e di espiare. I devoti danzano e portano i kavadi (fardelli) partendo da uno dei vari templi indiani cittadini e compiendo il pellegrinaggio di alcuni chilometri sino al tempio Nattukottai Chettiar a piedi nudi. I kavadi partono da una semplice e innocua giara piena di latte che viene trasportata sopra la testa, a impalcature metalliche semicircolari supportate da travi di legno e trasportate sulle spalle, sino ad arrivare a vere e proprie mortificazioni della carne.

La pelle della schiena, della fronte e del viso, la lingua e le guance vengono perforate con spilloni che ricordano la forma della lancia donata da Parvati a Murugan. Avendo uno spillone conficcato nella lingua o da una guancia all’altra, il penitente avrà sempre in mente l’immagine del dio e non potrà mai parlare per tutto il percorso sino a raggiungere il tempio. E ancora, tramite grossi uncini conficcati nella schiena e tirati con forza da un assistente di penitenza che segue il pellegrino alle spalle, il livello di dolore e cruenza dei kavadi sale. Una volta raggiunto il tempio, i kavadi verrano tolti e le ferite lavate col latte e tamponate con le ceneri votive. La divinità sarà ingraziata, e il supplizio terminato.

Thaipusam é una delle celebrazioni religiose più cruente ancora vive nel mondo di oggi, e assistere alla processione dei kavadi può mettere alla prova gli stomaci più deboli. Il silenzio e l’espiazione, il masochismo sofferto per un sadismo divino che premia il dolore più forte in maniera maggiore, quasi in un’etica cristiana, sono le regole di questo gioco di carne e credenza religiosa che non ha eguali. Al grido di “Vel! Vel!” (il nome della lancia sacra) gli amici e parenti del suppliziante lo esortano a essere forte e continuare la propria avventura di espiazione. C’é chi piange, chi impreca, chi balla e chi circonda il malcapitato con tamburi e percussioni che risuonano ritmicamente come a scandire i ritmi di una antica, arcana profezia. Se non fossi sicuro di essere in Malesia, tra questo caldo che picchia e la brezza che scuote le frasche delle palme non esiterei a pensare di essere capitato nel bel mezzo di un rito voodoo ad Haiti.

Bisogna ovviamente notare che, come in ogni circo che si rispetti, c’é chi la prende meno sul serio o pensa al business. Quello che probabilmente un tempo era un rito ad alto livello di sacralità, oggi ne mantiene sicuramente la base, ma vi unisce una componenete festaiola quasi esagerata. É il momento per gli indiani di scendere in strada e fare tutto il baccano possibile, ballando al ritmo degli altoparlanti che scandiscono i passi dei penitenti, bevendo e non mancando di coinvolgere nelle danze qualunque passante.

É  per loro motivo di grande onore ed eccitazione il poter danzare assieme a un bianco, o almeno così pare dalle strette di mano e gli abbracci che calorosamente sanciscono ogni dipartita.  Il Thaipusam diventa quindi una sorta di grande fiera di paese nella quale le maggiori industrie e attività locali investono parecchio per offrire punti di ristoro che servono drink e cibi vegetariano gratuiti, e si fanno ovviamente una ottima pubblicità. Alla faccia di Murugan e della sua affilata lancia mortale!

Il Thaipusam non é l’unica testimonianza di una primitiva cultura religiosa indiana che sopravvive fuori dal Tamil Nadu in paesi come la Malesia, Singapore e le isole Mauritius: stando attenti ai calendari lunari, é possibile osservare i devoti indiani camminare sul fuoco, espiare i peccati tramite la possessione demoniaca e, nuovamente, coi kavadi tra le guance. Una vestigia che sopravvive e configura la minoranza indiana in Malesia come la più tribale, la più etnicamente interessante e spettacolare nella sua selvaggia credenza. E non sono gli unici: é interessante osservare come tra la moltitudine indiana, molti Cinesi si uniscano al carrozzone del dolore. Per i musulmani Malay, impossibile pensare di partecipare a un cotale disperdio di energie religiose.

Non se ne vede uno nelle strade gremite di Penang o Kuala Lumpur, facendo presagire anche in questo aspetto come la Malesia sia una terra di convivenza razziale effettiva solo sulla carta e nel suo caleidoscopio culinario. Nel frattempo lasciamo agli indiani, l’etnia più bistrattata dalla struttura societaria malese, il pieno diritto di animare le strade coi propri canti e   balli in onore del loro meraviglioso e letteralmente coloratissimo pantheon divino, e lasciamo i pensieri politici e razziali per il resto dell’anno. Vel Vel! Vel Vel! É un ritmo contagioso e irresistibile, al quale é difficile non lasciarsi andare, anche solo per una breve, sgraziata danza.

*Marco Ferrarese vive, scrive e lavora a Penang, Malesia. Per il momento. Inesauribile viaggiatore e musicista, cerca di catturare le impressioni dei paesi in cui vive. Il suo sito è www.monkeyrockworld.com