Asia-Files: Bersih 2.0 scuote la Malaysia

In by Simone

Il movimento Bersih 2.0 chiede riforme politiche e la fine della corruzione in Malesia. Il cartello di organizzazioni non governative sabato ha sfidato i divieti del governo e ha portato in piazza decine di migliaia di cittadini. L’esecutivo guidato dal premier Najib Razak ha risposto con il pugno di ferro. Il bilancio della repressione è stato di un morto e oltre mille arresti. La protesta è una sfida per il partito Umno, al potere dal 1957, che sta vedendo erosa la propria base elettorale e messa in discussione la politica di discriminazione positiva per la maggioranza malay.

Nella catalogazione floreale che contraddistingue le proteste e le sollevazioni popolari che si stanno diffondendo un po’ in tutto il mondo, quella Malesiana, andata in scena nel fine settimana, si è guadagnata il nome di rivoluzione dell’ibisco, il fiore nazionale. Sabato il raduno convocato dalla coalizione Bersih 2.0 ha portato nella capitale Kuala Lumpur decine di migliaia di manifestanti, accolti da agenti in assetto antisommossa. Il bilancio degli scontri è stato di un manifestante morto – un tassista di 59 anni colto da una crisi respiratoria per il lancio di gas lacrimogeno contro il corteo – e oltre 1.600 fermati.

Ad animare la protesta è stato un cartello di 80 organizzazioni non governative, senza alcun colore politico, riunite sotto lo slogan Bersih, “pulizia” in lingua malay. Rappresentano soprattutto le minoranze cinesi e indiane del Paese che con l’avvicinarsi del voto previsto per il 2012 hanno chiesto alla Commissione elettorale una tornata trasparente, equa che garantisca parità di trattamento a tutti i partiti. Bersaglio della a coalizione è il potere incontrastato dello United Malays Nasional Organization (Umno), il partito espressione della maggioranza malay e musulmana, che guida il Paese dall’indipendenza conquistata nel 1957. Un controllo esteso ai mezzi di informazione, schierati su posizione filogovernative nella cronaca della protesta di domenica.

La repressione della protesta era però iniziata già nelle settimane precedenti. “Non potete creare disordini soltanto perché volete salire al potere. Se si verificherà una situazione di caos [gli organizzatori] saranno ritenuti responsabili”, aveva detto il premier Najib Razak, in un’intervista al quotidiano ‘Star’. Parole cui erano seguiti almeno 30 arresti e continue intimidazioni ai cittadini affinché non scendessero in piazza. Dal canto loro gli organizzatori avevano deciso di spostare il raduno nello storico stadio Mardeka nella capitale, costruito per celebrare l’indipendenza.

Una soluzione respinta dall’amministrazione locale, tanto che un inusuale appello alla calma era arrivato anche dal sovrano Tuanku Mizan Zainal Abidin. “Andremo avanti, la manifestazione non è stata la fine ma l’inizio di un percorso per avere elezioni trasparenti e regolari. Continueremo a far campagna per le riforme,per la scarcerazione di tutti i fermati e per chiedere giustizia”, si legge nel sito del movimento che spopola sui social network locali, come dimostra la diffusione dell’hashtag #bersihstories su Twitter.

Guidato dall’avvocato di origine indiana, Ambiga Sreenevasan, già presidentessa dal Consiglio dei legali della Malesia, la prima uscita di Bersih risale a quattro anni fa. E anche allora la risposta dell’Umno fu il pugno di ferro. Una decisione che tuttavia andò a favore dei tre principali partiti d’opposizione: l’islamico Pas e il Partito di azione democratica legato alla comunità cinese e il Parti Keadilan Rakyat dell’ex vice primo ministro Anwar Ibrahim, oggi principale antagonista del premier, sotto accusa per corruzione e sodomie, ricoverato per le contusioni riportate durante la protesta di sabato.

Nella successiva tornata del 2008, per la prima volta, l’Umno perse la sua aura di invincibilità e non conquistò come da tradizione i due terzi del seggi. L’avanzata delle opposizioni non cancellò comunque gli abusi in un’elezione contraddistinta, secondo Bersih da compravendita di voti, da una campagna elettorale troppo breve, da “elettori fantasma” nelle liste, da problemi nel voto per corrispondenza, da manomissioni nelle macchine che conteggiano le preferenze, dal mancato uso dell’inchiostro indelebile.
Seppur imperfetta, secondo le caratteristiche asiatiche, la Malesia è una delle poche democrazie della regione, attorniata da regimi quali il Laos, il Myanmar e il Vietnam. Dall’indipendenza, la maggioranza malay musulmana è riuscita a convivere pacificamente con le minoranze cinesi e indiane. Sebbene multietnica e multireligiosa, nella società Malesiana persiste tuttavia la pratica della discriminazione positiva a favore dei malay (60 per cento della popolazione) che godono di agevolazioni economiche e privilegi.

[Anche su Lettera43] [Photo credit: ifex.org]