Asia, affari d’oro con il commercio d’armi

In by Gabriele Battaglia

Tra poco meno di un decennio l’Asia sarà il centro nevralgico del mercato mondiale di armi. Lo rivela l’agenzia di informazione e consulenza militare Jane’s, che parla di un aumento mondiale del commercio di armi del 30 per cento. Crisi o no, le armi sono ancora un business miliardario. Mentre in Italia impazza il dibattito sui cacciabombardieri F-35, in Asia si fanno le cose in grande. Entro il 2021, la spesa cumulativa per le armi nei Paesi di quel continente supererà quella degli Stati Uniti. Almeno secondo un rapporto dell’agenzia di consulenza e d’informazione militare Jane’s, del gruppo editoriale Ihs, che ha studiato le caratteristiche di ben 34mila acquisti legati ai programmi di difesa.

La notizia, ripresa da vari media, riporta che nonostante la crisi globale, il commercio mondiale di armi è cresciuto del 30 per cento (fino a 73,5 miliardi dollari) tra il 2008 e il 2012. A tirare, c’è l’impennata delle esportazioni cinesi e la domanda di Paesi come l’India. Il volume d’affari è destinato a più che raddoppiare entro 2020.

“I budget si stanno spostando verso Oriente e nel business globale delle armi è in aumento anche la concorrenza. Stiamo vivendo il più grande boom del commercio che il mondo abbia mai visto”, dice senza mezzi termini Paul Burton, senior manager presso Jane’s Ihs.

Negli ultimi dieci anni, gli Stati Uniti hanno rappresentato la maggior parte della spesa globale per la Difesa, ma i tagli di bilancio a Washington, che si concretizzano anche in scelte come il ritiro da Paesi occupati militarmente come l’Afghanistan, fanno prevedere che il mercato alimentato dagli Usa rappresenterà solo il 30 per cento entro il 2021, facendosi così superare dall’Asia presa nel suo complesso, con il 31 per cento.

Secondo il rapporto, le spese militari nella regione Asia-Pacifico arriveranno infatti entro i prossimi otto anni a 501 miliardi di dollari, per una crescita del 35 per cento, di fronte a un calo del 28 per cento negli Stati Uniti, che si attesteranno a 472 miliardi.

La Cina dovrebbe aumentare il suo budget per la difesa del 64 per cento entro il 2021, arrivando a 207 miliardi di dollari. Si osservi che sarà comunque sempre meno della metà di quanto spenderanno gli Usa a quella data. India e Indonesia investiranno nelle armi rispettivamente il 54 e il 113 per cento in più, dice lo studio.

In questo quadro, si inserisce la competizione economica tra produttori. Anche qui, gli Usa perdono i colpi nei confronti di altre player globali. Prendiamo ad esempio i droni, gli aerei senza pilota che consentono di incenerire il nemico (o “collateralmente” un pacifico villaggio) standosene comodamente seduti nella stanza dei bottoni di una base militare in Nevada. In questo fiorente mercato – i droni sono sempre più utilizzati anche per compiti civili o di polizia – Israele venderà l’anno prossimo il doppio dei velivoli rispetto agli Stati Uniti e diventerà il maggiore esportatore già entro la fine di quest’anno.

“Le grandi aziende occidentali della difesa non hanno alcuna opzione – o l’export o si contraggono – ma questo potrebbe gettare il seme della loro scomparsa, perché le opportunità in Oriente sono una lama a doppio taglio, alimentando una tendenza che minaccia il predominio statunitense nella Difesa”, osserva Guy Anderson, analista senior di Ihs Jane.

In questo senso, dal punto di vista dei produttori, l’aumento del budget militare della Cina è una manna dal cielo, perché preoccupa i suoi vicini, come il Giappone, con il quale è in corso il contenzioso per le isole Diaoyu/Senkaku.

E così il Sol Levante, così come l’India e la Corea del Sud, sono tra i Paesi più corteggiati dai produttori di armi, come Lockheed Martin, Boeing e Bae Systems, che vogliono vendere i loro aerei da combattimento e altre apparecchiature, per compensare la riduzione della spesa sui loro mercati nazionali occidentali.

Tuttavia, anche le industrie locali crescono rapidamente. Come in altri settori dell’economia, prima si importa, poi si copia, infine si produce in proprio.

Ma non solo: l’esportatore a caccia del mercato asiatico deve prima investirci, e pure copiosamente. È questo il caso della francese Dassault Aviation, per esempio, che per vendere in esclusiva all’India 126 aerei militari, per un ordine da 12 miliardi di dollari, ha dovuto prima accettare che almeno la metà del business fosse subappaltato a società indiane.

[Scritto per Lettera43; foto credits: china-defense-mashup.com]