Nelle ultime settimane la provincia orientale cinese dello Shandong ha sospeso le attività di tutti i siti estrattivi, tranne quelli di carbone, fino alla fine di marzo. Il governo provinciale ha infatti avviato una campagna di controlli in risposta a due gravi incidenti che hanno coinvolto siti auriferi nei pressi della città portuale di Yantai, un’area che si ritiene contenga un quarto del totale dei giacimenti d’oro cinesi.

IN UNA MINIERA nella città di Zhaoyuan, lo scorso 17 febbraio un incendio ha causato la morte di sei lavoratori. A poco più di 40 km di distanza, in un sito di proprietà di Shandong Wucailong Investment, filiale di Zhaojing Mining, la più grande compagnia di estrazione aurifera cinese, si è consumata una tragedia di proporzioni maggiori.

Lo scorso gennaio, un’esplosione ha intrappolato 22 minatori sottoterra per due settimane, fino a quando le operazioni di salvataggio, attentamente seguite dai media statali, hanno tratto in salvo undici uomini del gruppo. Il giorno seguente è stato dichiarato il decesso degli altri minatori. Il ritardo nella segnalazione dell’incidente, che si ritiene abbia ostacolato le operazioni di soccorso, è stato imputato al rappresentante legale della Wucailong Investment, al segretario della sezione locale di partito e al sindaco della città. Dalle indagini è emerso che 45 persone tra vertici della società e funzionari pubblici sono responsabili di quanto accaduto.

I DATI UFFICIALI parlano di 32.000 miniere non produttrici di carbone attive in Cina, l’86,4% delle quali sono su piccola scala e caratterizzate da strutture obsolete. Solo nello Shandong, tra gennaio e giugno dello scorso anno 294 persone sono morte per questioni legate alla mancanza di sicurezza. Il numero, seppur consistente, segna un calo del 31.6% rispetto all’anno precedente e rispecchia la tendenza nazionale: il numero degli incidenti nel settore estrattivo è infatti sceso ai minimi storici.

NEL 2020 SONO STATI 434 e hanno comportato 573 decessi, rispettivamente il 19% e il 22% in meno rispetto al 2019. Si tratta del primo anno dall’istituzione della Repubblica Popolare Cinese in cui non si sono verificati incidenti che hanno comportato la morte di più di trenta persone, solitamente definiti «eccezionalmente gravi».

Le autorità dichiarano che sono stati fatti grandi passi avanti in nome della sicurezza, in particolar modo dopo l’istituzione nel 2018 del Ministero per la Gestione delle Emergenze. Ma Han Dongfang, direttore della ong China Labour Bulletinspiega che la progressiva diminuzione degli incidenti è più probabilmente legata alla riduzione della domanda.

Inoltre, negli ultimi dieci anni Pechino ha ordinato la chiusura dei piccoli siti minerari con una produzione annuale inferiore a 300.000 tonnellate, in cui generalmente vi è meno attenzione alle questioni relative alla sicurezza.

NON SONO STATI APPORTATI miglioramenti alle modalità di monitoraggio della sicurezza sul posto di lavoro: manca un significativo coinvolgimento dei minatori e dei sindacati nella promozione di una cultura del lavoro che dia la massima priorità alla prevenzione degli incidenti. Chi è a capo dei siti estrattivi detta le condizioni di lavoro e la produzione continua in circostanze chiaramente pericolose. Il caso dello Shandong mostra che l’unico meccanismo attualmente utilizzato per far rispettare gli standard di sicurezza è quello delle ispezioni governative.

Un simile piano di controlli è stato avviato dal governo della città di Chongqing in seguito a due grandi incidenti, l’ultimo dei quali a dicembre: alcuni lavoratori inviati a recuperare del materiale in una miniera di carbone in disuso sono morti per intossicazione da monossido di carbonio.

A SETTEMBRE, la stessa tragica sorte era toccata a sedici persone in un sito estrattivo della compagnia elettrica statale Chongqing Energy Investment Group. Malgrado la società avesse fallito i controlli di sicurezza condotti in estate, solo una delle miniere di sua proprietà era stata chiusa.

Il Comitato per la Sicurezza sul Lavoro del Consiglio di Stato ha fortemente criticato il governo municipale per aver fallito nella prevenzione degli incidenti, incoraggiandolo a condurre un’indagine completa sulla sicurezza dei siti estrattivi della regione e a «scovare e correggere i pericoli nascosti». In questa e in altre dichiarazioni, Pechino non ha menzionato il ruolo del sindacato.

Nel caso di un incidente avvenuto lo scorso ottobre nella provincia meridionale dello Hunan, è emerso che il sindacato della contea non era neanche a conoscenza di quanto accaduto. «È molto difficile che imprese private istituiscano organizzazioni sindacali», ha affermato a China Labour Bulletin un funzionario locale. «Da un lato, l’imprenditore non vuole il sindacato. Dall’altro, i sindacati locali non hanno abbastanza personale per occuparsi di questioni simili».

Di Vittoria Mazzieri*

**Vittoria Mazzieri, marchigiana, si è laureata con lode a “l’Orientale” di Napoli con una tesi di storia contemporanea che verte sul caso Jasic. Più volte in Cina sia per studio che per diletto, ha maturato negli anni una forte attrazione per gli sviluppi poco sereni dell’attivismo politico dal basso del “paese di mezzo”.

 

[Pubblicato su il manifesto]