A Yi. Un esistenzialista nella Cina del XXI secolo

In by Simone

Nato nel ’76, A Yi ama Camus, Faulkner, e Dostoevskij, ma si rammarica di essere arrivato a quarant’anni "ignorante", senza aver letto Kant, Schopenhauer o Nietzsche. Resiste alla noia e pensa che il successo sia disonorevole. Si definisce infantile e crede che la scrittura sia una forma di creazione artistica. L’intervista.
Quando ha deciso di diventare scrittore, se lo ha sempre saputo o c’è stato un episodio scatenante? 

Prima di andare alle scuole elementari, più o meno a sei anni, mio padre pensava che sarei dovuto diventare uno scrittore. Il concetto di scrittore era Shakespeare, Tolstoj, Lu Xun, se penso all’Italia Boccaccio. Lui voleva che io fossi come loro. Molte persone hanno passato un dilemma simile, perché Shakespeare e Tolstoj sono irraggiungibili come le stelle, ci fanno sentire incredibilmente inferiori.

Prima dei trent’anni, che io potessi diventare scrittore lo consideravo assolutamente ridicolo, come se avessi voluto essere scelto in una squadra nazionale di calcio, era una cosa assolutamente impossibile. Ho messo molto tempo per far sì che i miei testi non si allontanassero troppo dal diario, non avevo alcuna ambizione.

Va detto che quando leggo alcune opere dei più grandi l’ambizione c’è, il giapponese Akutagawa Ryunosuke, il francese Zola, l’italiano Baricco, tutti mi danno modo di apprezzarli. Anche Borges e Márquez mi piacciono molto, ma ho scoperto che non tutti i loro romanzi sono belli (o belli per quell’epoca, ora sembra che non lo siano) e così ho pensato che se anche loro avevano scritto opere non tanto buone anch’io potevo mettere giù qualcosa, e così mi sono cimentato a scrivere un romanzo.

Dai 30 ai 32 anni le mie opere erano totalmente schernite dalla gente (ora sembra che effettivamente meritassero di essere schernite), non ho osato più dire che stavo scrivendo un romanzo. Fino a quando nel 2008, grazie all’entusiasmo di un mio amico di nome Luo Yonghao, che scrisse palesemente su internet, questo è un romanziere, ho acquistato un po’ di sicurezza. Luo Yonghao aveva una particolare predilezione per me, era convinto che io sicuramente lo sarei diventato, mi ha sovvenzionato la pubblicazione del mio primo romanzo Huī gùshì (Grey Stories) . Poi il poeta Bei Dao mi ha dato un grande incoraggiamento facendomi pubblicare sulla sua rivista Jintian tre brevi storie (nel 2010). 
 
Il suo libro appare come una biografia romanzata: cosa l’ha spinta a scrivere questo libro sulla sua vita a differenza dei temi trattati nelle pubblicazioni precedenti? 

Un romanzo molto vicino alla realtà, i personaggi – ossia io e Zhou Qiyuan – sono veri, gli avvenimenti sono veri. Zhou Qiyuan è stato il mio compagno di università, dopo la laurea siamo stati assegnati per andare a lavorare presso l’Ufficio di Polizia di contea, la sua morte mi ha segnato profondamente.

Noi vivi siamo come un gruppo di persone che si tengono mano nella mano camminando nel deserto, improvvisamente una pallottola colpisce una persona tra noi e in un attimo realizziamo che verremo colpiti uno alla volta. Nessuna eccezione. Nessuno può scappare. Il processo della vita è il processo del nostro stesso decorso. Zhou Qiyuan è stata la prima persona che la Morte si è portata via, decisi che dovevo rendergli qualcosa, sia in vita sia dopo la morte era stato troppo solo. È per questo che ho scritto questo romanzo. 

In quanto tempo ha scritto questo libro? 

Ho impiegato tre mesi. Sono andato a trovare i suoi genitori, dopo sono tornato a scrivere.  

Quale messaggio vorrebbe far passare a chi legge i suoi libri e in particolare Mofan qingnian

Spero che quello a cui loro arrivino sia la debolezza. La natura della persona è debole, l’uomo vive in un’allucinazione, l’unica cosa a essere vera è la morte, è difficile credere che viviamo su una terra popolata da decine di migliaia di scheletri immortali. Non è per intimidire nessuno. Credo che quando veniamo rapinati, obbligati, possiamo fare qualcosa contro i banditi, possiamo combattere, abbiamo le nostre convinzioni, anche se tutto quello che facciamo è inutile.

Dopo essere entrato nei trent’anni, sono diventato sempre più sensibile alla morte, perché i miei nonni cominciarono a morire, i miei genitori avevano malattie molto difficili da curare. Mi sento come mio nonno, o mio padre, come se stessi in fila verso il pozzo della morte. Tutti dobbiamo morire. Sono tanto addolorato. La mia vita è stata permeata da una ricerca della liberazione, sono scontento della mia vita, credo che essere scontento sia giusto.  

Come crede che sia avvertita la sua letteratura nel suo paese e in generale nei paesi in cui i suoi libri sono stati tradotti? 

Un numero fisso di lettori legge le mie opere. Non si tratta mai della massa, perché non sono capace di offrirgli quello che loro vogliono, l’intrattenimento, il gioco, il divertimento e anche un messaggio per l’anima. Credo che la gente che legge le mie opere voglia leggere di gente vera e solitaria. Ascolto sempre quello che i lettori mi dicono, leggendo le mie opere si sentono tristi a tal punto da piangere. Ed è il peggior apprezzamento, credo che far piangere una persona sia come rapinarla.  

In generale si ispira a qualche scrittore cinese e/o occidentale? 

La maggior influenza che ho sentito viene da: Camus (grazie a lui mi è sembrato di capire l’esistenzialismo, Lo straniero di Camus mi ha influenzato molto, concentrato sulla posizione delle persone nella società, credo che la parola “straniero” possa essere usata per la maggior parte delle persone che vivono nel XX secolo), Kafka (permette passo dopo passo di conoscere l’impotenza dell’uomo), Kundera (mi ha fatto capire, che nel mondo non esistono persone di due idee completamente uguali, ognuno verso l’altro nutre un senso di ribellione).

Questi tre autori non si fanno compromettere dalla massa o dalla moda, non compromettono il loro pensiero, non dipendono da nessuno, non sono costretti dalla politica, né dalla massa. Mi ha influenzato il loro amore per la realtà e la verità. Raramente scrivono in maniera ipocrita, mentre Marquez, nei suoi romanzi  L’amore ai tempi del colera e Cent’anni di solitudine ha qualcosa di falso. In poche parole, ci sono cose in cui non credo. Penso anche che il secondo romanzo di Camus La Peste abbia mescolato cose a cui l’autore stesso non crede. Forse l’ha fatto per esporre la sua filosofia. 

Qual è il suo libro preferito? Chi considererebbe come il più grande scrittore di ogni tempo? 

I miei libri preferito sono Lo straniero (Camus), Assalonne, Assalonne! (Faulkner), Delitto e castigo  (Dostoevskij). Nella storia, uno dei più grandi scrittori dal punto di vista artistico è Faulkner, Assalonne, Assalonne! supera L’urlo e il furore . Come un tempio solitario, si erge su una montagna solitaria, tutti i suoi monasteri sono scolpiti meticolosamente, permette solo a pochi lettori di arrivarci. Ammiro le sue creazioni come quelle di un dio. Dal punto di vista delle descrizioni psicologiche, delle relazioni storiche direi Delitto e castigo . Dopo aver letto Faulkner credo che Hemingway sia solo un pugile di basso livello.  

Se ci sono, quali sono gli scrittori italiani che preferisce?

Leggo poco scrittori italiani. Ho letto Novecento di Baricco, credo che sia uno scrittore intelligente, è molto vicino ai film, i suoi romanzi sembrano scritti come copioni. I suoi lettori sono sicuramente persone che mentre bevono caffè si rilassano leggendo le disavventure dei personaggi, gente dai sentimenti piccolo borghesi. Una volta l’ho imitato, ma dopo averlo imitato, ho pensato che non dovevo andare avanti su questa strada; da un lato scrive molto bene, dall’altro avevo paura che questo tipo di scrittura mi avrebbe portato involontariamente a scrivere film.

Ho letto alcuni racconti brevi di Pirandello, mi è piaciuto molto quest’autore siciliano, l’ho imitato. Quando scrivo imito tante persone. Alcune volte imito talmente tante persone nei romanzi che dimentico chi sto copiando. Credo realmente che sia molto importante l’ispirazione che la generazione più grande dà a quella più giovane. Sono solo due anni che non imito più.

I romanzi di Pirandello sono veri romanzi. Scrive di una persona che si vuole suicidare e viene trovato alla fine dagli amici per strada che lo spingono sulla riva del mare e ci giocano. Questo crea infelicità nella gente, perché commettere il suicidio risulta difficile da realizzare. Inoltre, ho sentito che ha scritto un romanzo che parla di una persona con una malattia ereditaria che non poteva vivere l’anno seguente e così faceva sempre allenamento. Improvvisamente vive un altro anno, sconfigge il fato, dopodiché si suicida. È un autore davvero interessante. Ci permette di credere che il mondo umano sia realmente così.  

Sarebbe contento se il suo libro venisse tradotto in italiano?

Certo che mi piacerebbe. Ne sarei davvero felice.  

Cosa teme di più quando un suo libro viene tradotto?

Fino ad ora non mi sono mai fatto problemi su questo. Non ho paura della trasformazione di una lingua, perché il traduttore saprà sicuramente aiutarsi con l’originale per rendere una parte che all’inizio non c’è. Forse ho paura degli errori di traduzione evidenti. A volte durante la correzione
delle bozze delle mie opere ho rivisto degli errori, ma sono stati davvero pochi questi casi. Generalmente non interferisco nel lavoro di editing e edizione bozze. Se ci dovessero essere errori evidenti, li correggerei nella seconda edizione. 
 
Personalmente leggendo il suo libro mi è sembrato di rileggere un autore della Beat Generation, ma è solo una mia sensazione dettata dall’atmosfera del libro. Mi sbaglio? 

Ho letto Sulla strada di Kerouac, il più famoso della Beat Generation. Tuttavia questo libro non mi ha influenzato molto. A volte inconsciamente ne ricevo l’influenza e non me ne accorgo. Mi sento come una capsula al cui interno sono nascoste componenti di tanti scrittori. Mi piace leggere,
ma essere letto mi imbarazza. L’ultima volta che ho incontrato Ge Fei, che insegna alla Qinghua University, ho capito che i libri che ho letto sono davvero pochi. Mi rammarico di essere arrivato subito a quarant’anni e che sia ignorante, non so nulla di Kant, Schopenhauer e Nietzsche.  

Se dovesse descrivere questo libro in una parola? 

Enigma. Proprio come il feedback di alcuni lettori: due persone, alla fine chi è il giovane modello? Mentre scrivevo cercavo di fare tutto il possibile per far si che Zhou Qiyuan diventasse quel modello, ma in cuor mio, mi dicevo, che ero io. Nel romanzo sono accondiscendente verso di lui, e gli concedo una buona parola, faccio sì che la gente pensi che io sia fortunato, ma in cuor mio credo fermamente di essere io quel modello. Avrei ancora una cosa da fare, ma credo che questo sia sufficiente, voglio semplicemente slegarmi e dirigermi nella natura selvaggia della libertà. Zhou Qiyuan è davvero come l’ho descritto, così leale. Dopo che morirò, io sarò sotto terra e lui continuerà a porsi problemi. 

Sebbene sia una domanda personale, mi permetto di chiederle come definirebbe la sua vita in una parola visto che è l’oggetto del suo romanzo. 

Resistenza. Con la scrittura resisto alla noia, all’insignificanza, alla paura della morte. Resistenza alla dipendenza dell’ambizione della scrittura di raggiungere fama e successo. Credo che l’ambizione a lungo andare mi avrebbe distrutto. Negli ultimi due anni ho capito quanto sia disonorevole il raggiungimento del successo e della fama di alcuni autori, e ora non li invidio più. Come quando scopri la ragazza che ami, mentre dice le stesse parole dolci a un altro uomo, il suo amore per lei si riduce. Non ti senti più solo. Il fatto è che io sono infantile.  

Qual è il mestiere che non vorrebbe mai fare?

Il lavoro a volte è anche arte, è una forma di creazione. Non vorrei fare un lavoro che ripete in continuazione gli stessi movimenti. Come descrivono Dostoevskij e Camus, una cosa che da A va verso B, scende, da B torna indietro, poi torna di nuovo. Una pietra su una montagna che vedi rotolare giù, poi torna indietro, a ripetizione, in continuazione.

*Fulvia Difonte, nata a Foggia il 24/12/1989, si laurea nel 2011 in Mediazione linguistica e comunicazione interculturale presso l’Università d’Annunzio di Chieti – Pescara e nel 2013 in Interpretariato e Traduzione Editoriale, Settoriale presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Effettua un periodo di studio all’estero seguendo un corso di lingua cinese presso la Beijing Language and Culture University. La passione per la comunicazione, non solo attraverso le lingue, la porta a diplomarsi in violino nel 2009.

[Foto credits:asymptotejournal.com]