Il colosso cinese ha ripreso la produzione e produce un terzo del metallo mondiale. Con gli occhi puntati sulle performance ambientali e il rispetto dei diritti dei lavoratori


Lo scorso mese di ottobre la Yunnan Tin Company ha ripreso a regie la produzione di stagno. Dalla scorso agosto diversi stabilimenti, così come quello di altri produttori, erano fermi per via di ispezioni e controlli ambientali ordinati in otto province della Repubblica popolare. L’importanza del colosso cinese non è da sottovalutare. Il gruppo è infatti il più grande al mondo, numero uno nel Paese storicamente primo produttore globale di stagno. A leggere i lanci delle agenzie di stampa dello scorsa estate pertanto, ben si capiva come la campagna messa in piedi dalle autorità locali avrebbe avuto ripercussioni sull’intera industria e sulle quotazioni alla London Metal Exchange. Gli impianti rappresentavano infatti circa il 45% dell’intera produzione cinese di stagno, vale a dire 110mila tonnellate di capacità, circa un terzo della produzione mondiale.

Facilmente lavorabile, malleabile e non tossico questo metallo è largamente usato per le saldature e per confezionare vari tipi di prodotti, dal cibo alle vernici, passando anche per industrie a più alto tasso di innovazione come la produzione di pannelli solari. Come molti altri comparti della seconda economia al mondo, anche la produzione dello stagno è stata toccata dalla riforma della domanda per affrontare i problemi di eccesso di capacità produttiva che caratterizzano diversi comparti dell’economia del Dragone e migliorarne l’efficienza e la sostenibilità. È la risposta di Pechino agli squilibri del proprio modello di crescita. Riduzioni in termini quantitativi sono accettate se a questo corrispondono passi avanti nella qualità dello sviluppo, tagliando i rami secchi, o meglio provando a riformare quelle imprese paragonate agli zombi, che senza il sostegno pubblico non riuscirebbero a camminare con le proprie gambe.

Lo stato di salute del settore è quello di un’industria che nonostante le sfide della trasformazione produttiva in corso “sta entrando in ciclo positivo rispetto al passato”. L’analisi è di Song Xingcheng , vicepresidente della Yunnan Tin, esposta in una serie di slide che accompagnano le previsioni sull’andamento del comparto secondo la visione del colosso cinese. La prima sfida che però si troverà ad affrontare è quella della carenza di materie prime. Le riserve cinesi pari al 23% di quelle mondiali e localizzate al 98% in appena sei province (Yunnan, Guangxi, Hunan, Mongolia Interna,Jiangxi e Guangdon), stanno anno dopo anno diminuendo.

Il più grande produttore al mondo, da dieci anni, si trova infatti nella condizione di essere anche un importatore netto sia di materiale grezzo sia di lavorato. La seconda sfida che l’industria deve gestire è quella di standard verdi sempre più stringenti e che per altro si accompagnano a una maggiore attenzione, o supposta tale, verso la tutela dei diritti umani. Lo scorso aprile la Yunnan Tin figurava tra i firmatari del codice di condotta pensato come prerequisito per l’iscrizione all’Itri, l’International Tin Research Institute, organizzazione che riunisce alcune delle principali società del settore. Scopo del documento è quello di creare una cornice di comportamento in materia di performance ambientale, tutela dei diritti e produzione responsabile. Secondo la società di consulenza Verisk Maplecroft, tra le materie prime, lo stagno è quello la cui produzione si presta maggiormente ad abusi e violazioni dei diritti dei lavoratori. Il lavoro minorile è estremamente diffuso in tre degli otto principali Paesi produttori a mondo, ossia Bolivia, Myanmar e Indonesia. Inoltre altri cinque Paesi sono considerati ad alto rischio per quanto concerne il lavoro forzato e tra questi figura proprio la Cina. Sempre secondo Verisk, la Repubblica popolare, e in particolar modo le fonderie di Geiju nello Yunnan, sono tra i principali importatori del materiale grezzo prodotto dai birmani. Niente di male se non fosse per il fatto che buona parte della materie prima arriva da aree controllate da milizie ribelli. Uno studio del professor Nicholas Gardiner pubblicato su Resource Policy metteva in evidenza come le miniere di Man Maw, nelle aree settentrionali controllate dalla minoranza Wa e dalle milizie filo autonomiste, avessero proiettato il Myanmar al terzo posto tra i principali produttori di stagno. Un’inchiesta della Reuters di novembre 2016 faceva invece emerge come il metallo estratto dagli Wa andasse indirettamente ad alimentare la catena produttiva di alcuni tra i principali marchi al mondo, come Apple, Starbucks e Tiffany, attraverso le forniture di società cinesi. Il che le metteva a rischio di sanzioni da parte di Washington perché l’Esercito unito dello Stato di Wa, che di fatto controllava assieme ad alcuni leader locali le imprese addette all’estrazione, figurava anche nella lista dei gruppi sanzionati dal Tesoro perché collegati al narcotraffico.

Lo scorso settembre la settimana asiatica dello stagno, organizzata a Kunming dall’Itri, è stata l’occasione per fare il punto sulle prospettive del settore in Cina. Nel corso dell’appuntamento è emerso tra l’altro l’impatto che l’iniziativa Belt & Road, promossa dal presidente cinese Xi Jinping, potrà avere sulla commodity. È opinione diffusa che la rete logistica e commerciale favorirà l’export, così come la spinta all’ulteriore urbanizzazione dovrebbe avere ripercussioni sula domanda interna. Un’altra scossa potrebbe arrivare dall’abrogazione del dazio del 10 per cento sulle esportazioni in vigore dal 2008.

[Pubblicato su il manifesto]