Lettere d’amore di una dea di Xue Mo, traduzione dal cinese e cura di Riccardo Moratto, è disponibile da giugno 2026 nella collana Asiatica Biblion di Biblion edizioni. Il volume inaugura la collana Asiatica Biblion, pensata per portare in Italia voci della letteratura asiatica ancora poco o per nulla rappresentate nel panorama editoriale nazionale.
Tra le cime del mondo, nella valle di Kathmandu, esiste un luogo sospeso tra mito e realtà, dove una bambina viene scelta tra migliaia per incarnare una divinità. Veste sete rosse e oro, i suoi piedi non toccano mai davvero la terra, e il suo sguardo è così sacro da non poter incrociare quello di nessun uomo, se non del re. La chiamano Kumari, la dea vivente del Nepal. Per anni è venerata come presenza divina, al tempo stesso bambina e simbolo, corpo e mistero. Poi, inevitabilmente, il tempo scorre: quando il suo corpo comincia a cambiare e l’infanzia lascia spazio all’adolescenza, la dea si ritira. L’incarnazione svanisce, e la Kumari torna a essere una ragazza qualunque. È un passaggio silenzioso e vertiginoso, in cui il sacro si dissolve nel quotidiano. E ciò che resta è una giovane donna che deve imparare di nuovo il mondo, con tutta la sua fragilità, la sua libertà improvvisa e il peso, spesso inatteso, del desiderio.
Da questa vertigine antropologica e spirituale prende le mosse Lettere d’amore di una dea di Xue Mo 雪漠, pubblicato in edizione italiana da Biblion edizioni nella collana Asiatica Biblion, diretta dal sinologo Riccardo Moratto, che ne firma anche la traduzione. Il volume, la cui uscita è prevista per giugno 2026, rappresenta un tassello significativo nella diffusione della letteratura cinese contemporanea in Italia. Non si tratta soltanto di un’opera narrativa, ma di un testo che interroga, con forza poetica e visionaria, il rapporto tra sacro e umano, tra identità e trasformazione, tra desiderio e dissoluzione del mito. In questo senso, la sua pubblicazione segna anche un momento di particolare rilievo nel dialogo culturale tra Cina e Italia, ampliando lo spazio di ricezione di una letteratura sempre più capace di parlare al presente con linguaggi simbolici e profondamente universali.
L’autore: il «deserto innevato» della narrativa cinese
Xue Mo, pseudonimo di Chen Kaihong, nato nel 1963 in un villaggio del Gansu, nella sterminata Cina occidentale, è una delle voci più originali e appartate della letteratura cinese contemporanea. Il suo nome d’arte significa «deserto innevato»: accosta due immagini solo apparentemente inconciliabili, destinate invece a illuminarsi a vicenda: il gelo e l’arsura, il silenzio e la purezza, la vastità e l’introspezione. Proprio in questa tensione si riconosce anche la sua scrittura, che intreccia austerità e lirismo, realismo e visione, solitudine e ardore spirituale. Nei suoi testi il paesaggio non è mai semplice sfondo, ma forza viva e metafora dell’interiorità umana: il deserto diventa spazio dell’anima, luogo di prova e di rivelazione, dove il visibile e l’invisibile sembrano continuamente sfiorarsi.
Dopo aver lavorato a lungo come maestro elementare e aver coltivato in solitudine il sogno della scrittura, Xue Mo ha lentamente costruito il proprio percorso fino a imporsi all’attenzione del panorama letterario cinese. La sua notorietà in patria arriva con la Trilogia del deserto, tre romanzi che raccontano, con sguardo insieme lucido e partecipe, la dissoluzione della civiltà agricola nella Cina occidentale durante l’epoca delle riforme.In queste opere, il mutamento storico non è mai ridotto a semplice sfondo socio-economico, ma diventa esperienza esistenziale: lo sradicamento delle comunità, la fine di un mondo contadino secolare e l’irruzione della modernità si riflettono nelle vite dei personaggi, nei loro silenzi, nelle loro resistenze e nelle loro perdite. Ne emerge un affresco potente, in cui il deserto non è solo luogo geografico, ma spazio simbolico della trasformazione e della memoria.
Ma è con la svolta spirituale della sua produzione, la cosiddetta Trilogia dell’anima, che Xue Mo conquista una posizione davvero singolare nel panorama letterario della Cina contemporanea. In questi romanzi, la dimensione narrativa si apre progressivamente a una ricerca interiore più esplicita, in cui la storia non è soltanto materia da rappresentare, ma campo di tensione tra destino umano e orizzonte spirituale. A prima vista, la sua scrittura potrebbe suggerire un’impostazione postmodernista, per la frammentazione delle prospettive e la stratificazione dei piani temporali. Eppure, sotto questa superficie formale, si avverte con chiarezza una direzione diversa: una visione profondamente radicata nella fede e nella meditazione dell’autore, che orienta la narrazione verso interrogativi etici ed esistenziali più che verso il puro gioco testuale. Ne risulta una letteratura che non si limita a rappresentare il mondo, ma lo attraversa alla ricerca di un senso ulteriore, dove la Storia diventa anche percorso dell’anima e possibilità di trascendenza.
Lo stesso Xue Mo ha dichiarato, in un’intervista concessa al sinologo Marco Fumian per la rivista Sinosfere, che i suoi testi «trascendono la superficie della vita, toccando le profondità della coscienza umana e scavando profondamente nella sua natura», aggiungendo che è anche per questo che molti trovano difficile leggerli. Una difficoltà, però, che non va intesa come chiusura o inaccessibilità. Difficile non significa impossibile: significa piuttosto che questi testi chiedono al lettore un coinvolgimento diverso, più lento, più attento, quasi una disponibilità a lasciarsi interrogare. E proprio in questa richiesta, in questo tempo che non concede scorciatoie, risiede anche la loro forza. Perché ciò che domandano, alla fine, è esattamente ciò che sanno restituire: una lettura che non si limita a comprendere, ma che trasforma.
L’opera: un nucleo emotivo che brucia al cuore di un grande romanzo
Lettere d’amore di una dea non è un romanzo autonomo nel senso tradizionale del termine: è piuttosto il nucleo pulsante, il centro emotivo e lirico di un’opera più ampia, Cuore immortale del vajra (无死的金刚心), che conclude la trilogia spirituale di Xue Mo. Riccardo Moratto ha scelto di isolare e tradurre proprio questo segmento, il carteggio tra i due protagonisti, facendone un testo a sé stante, autonomo e compiuto. Ne nasce così un romanzo epistolare che, pur provenendo da una struttura narrativa più vasta, trova una sua piena coerenza interna e una forza espressiva indipendente. Il risultato è un’opera che può essere letta in modo unitario, senza che la sua origine “incastonata” ne limiti la portata: al contrario, questa scelta editoriale ne concentra l’intensità, mettendo in primo piano la dimensione più intima e visionaria del dialogo tra i personaggi.
Al centro della vicenda si muovono due figure al tempo stesso archetipiche e intensamente umane: Saraswati, una ex Kumari del Nepal, il cui corpo di “dea vivente” è stato restituito al mondo profano, e Khyungpo Naljor, lo yogi tibetano realmente esistito, fondatore della scuola Shangpa Kagyu del buddhismo tibetano, che attraversò per sette volte l’Himalaya alla ricerca degli insegnamenti della mistica Niguma. L’incontro tra Saraswati e Khyungpo è fulmineo e decisivo, sospeso tra attrazione spirituale e urgenza terrena: si incontrano, si amano, si perdono. Ma è proprio da questa separazione che nasce la forma profonda del romanzo. Da quel momento, ciò che li unisce non è più la presenza, ma la scrittura: una corrispondenza che diventa spazio di sopravvivenza del sentimento, luogo di trasformazione del desiderio e della memoria. Le lettere che si scambiano non sono soltanto testimonianza di un legame, ma il suo stesso prolungamento nell’assenza, dove l’amore si fa parola, meditazione e distanza.
Trentasei lettere di Saraswati. Trentasei frammenti affidati al viaggio e alla distanza, trasportati da piccioni viaggiatori oltre valichi innevati, tra villaggi isolati e templi densi di incenso. Ogni lettera è un mondo a sé: memoria e nostalgia, rimpianto e desiderio, abbandono lucido e consapevole. Ma soprattutto, è il tempo stesso che si dilata e si trasforma: l’attesa non è più una sospensione, bensì una forma di esistenza, quasi una disciplina interiore, che lentamente diventa stile di vita e infine vocazione. In questa scrittura che attraversa montagne e silenzi, l’amore non si consuma: si stratifica, si fa eco, si sposta continuamente tra presenza e assenza, come se solo la distanza potesse custodirne intatta la verità.
Come scrive Xue Mo nella prefazione ai lettori italiani: «Addio, ricerca, attesa, sofferenza, ritorno: questi i temi che tessono la melodia di quest’opera. E quando tu, lettore, sfoglierai queste pagine, forse riuscirai a decifrare il cuore della dea, a comprendere la purezza di chi attende una vita intera per amore e a riconoscere che colui che sembra lontano, in realtà, non se n’è mai andato: è sempre stato al nostro fianco». In queste parole si condensa già la poetica del romanzo: un movimento circolare in cui separazione e presenza, perdita e ritorno non sono opposti, ma variazioni di una stessa esperienza interiore. La lettura diventa così un attraversamento, più che una progressione lineare, e ciò che resta al termine non è una conclusione, ma una risonanza.
La grandezza: amore come sadhana, separazione come pratica spirituale
Ciò che distingue Lettere d’amore di una dea da qualsiasi romanzo sentimentale è la natura radicalmente diversa dell’amore che vi viene narrato. Non si tratta di un amore romantico nel senso occidentale del termine, fatto di desiderio, possesso o idealizzazione dell’altro. È piuttosto inteso come sādhana: una pratica spirituale, un percorso di disciplina interiore, una forma di trasformazione profonda attraverso l’esperienza del sentimento. In questa prospettiva, l’amore non è un punto d’arrivo né un’emozione da consumare, ma un cammino di crescita e di consapevolezza. Diventa un esercizio dell’anima, in cui il legame con l’altro si trasforma progressivamente in un varco verso una comprensione più ampia di sé e del mondo.
Saraswati non chiede a Khyungpo di restare. Sa, con una lucidità quasi spietata e insieme compassionevole, che il suo cammino lo porterà altrove. Il suo amore non trattiene: sostiene, accompagna dall’interno, si fa forma di sacrificio consapevole. Le sue lettere non sono semplici sfoghi sentimentali, ma diventano, come scrive lo stesso autore, «grida e sussurri di esistenze inchinate sotto il giogo del fato». In esse non c’è l’urgenza del possesso, ma la densità di una presenza che resiste anche nell’assenza. La separazione fisica, anziché spezzare il legame, lo trasfigura: non lo dissolve, ma lo affina, lo purifica, lo porta su un altro piano. L’unione non è più quella dei corpi o della vicinanza, ma assume una qualità più sottile, quasi immateriale, che finisce per somigliare a una forma di preghiera continua, silenziosa e persistente.
Khyungpo, dal canto suo, porta nelle sue risposte un conflitto più lacerante e inquieto. È consapevole che il legame con Saraswati potrebbe distoglierlo dal suo destino spirituale, eppure non riesce a recidere quel filo invisibile che lo lega a lei. È una tensione continua, quasi una lotta interiore che non trova soluzione. «Più resto qui, più il ricordo del mio destino svanisce», le confessa, come se ogni parola fosse già una resa parziale e insieme una resistenza. In lui la ricerca spirituale e l’amore terreno non si escludono nettamente, ma convivono in una frizione costante: si interrogano a vicenda, si feriscono e, proprio attraverso questa ferita, finiscono anche per nutrirsi. L’uno mette in crisi l’altro, e proprio per questo lo rende più vivo, più vero, più difficile da abbandonare.
Stefania Stafutti, che firma la prefazione critica al volume, individua con notevole precisione il dispositivo narrativo che sostiene l’intera architettura del libro: l’alternanza tra la scrittura epistolare in prima persona, intima, diaristica, che, come sostiene Han Yirui 韩一睿, è capace di «penetrare in profondità nell’interiorità dei personaggi», e una narrazione in terza persona, più distaccata ma al tempo stesso estremamente controllata, simile a quella di «un regista cinematografico che guida costantemente il centro dell’attenzione dello spettatore». Questi due registri non si giustappongono semplicemente, ma si rincorrono e si rispecchiano, creando una tessitura narrativa dinamica. L’effetto è quello di un continuo movimento tra immersione e distanza, tra confessione e visione dall’alto, che genera un ritmo alternato di tensione e distensione. Proprio in questo gioco di oscillazioni il lettore viene progressivamente coinvolto, spinto sempre più in profondità dentro la materia emotiva e simbolica del romanzo.
La risonanza con la tradizione italiana è esplicita e dichiarata dallo stesso autore. Xue Mo, nella sua prefazione, evoca infatti figure e immaginari ben radicati nell’immaginario culturale italiano: Dante e Beatrice, Petrarca, fino alla tradizione del melodramma. Non si tratta di semplici richiami ornamentali, ma di veri e propri punti di contatto simbolico. L’amore, in questa prospettiva, si configura come varco verso una dimensione superiore: non soltanto esperienza affettiva, ma forza che orienta e trascende. L’ardore terreno diventa così una sorta di scala, un passaggio attraverso cui l’umano si apre al trascendente. Questa consonanza profonda tra sensibilità italiana e spiritualità orientale costituisce uno degli aspetti più inattesi e fertili del libro: un incontro a distanza tra due tradizioni che, pur nate in contesti lontani, sembrano riconoscersi in una medesima intuizione dell’amore come via di elevazione interiore.
Un universo sincretico: buddhismo Vajrayana, tradizione Bonpo e induismo
Lettere d’amore di una dea si colloca in un universo culturale complesso e stratificato, in cui confluiscono il buddhismo tibetano Vajrayana, la tradizione Bonpo, religione indigena pre-buddhista del Tibet, di matrice sciamanica, e l’induismo nepalese. Non si tratta di un semplice sfondo esotico, ma di un vero e proprio sistema simbolico e rituale che struttura la visione del mondo del romanzo. Il lettore vi incontra divinità terrifiche come il Mahakala Rosso, riti solenni come la puja del fuoco e pratiche esoteriche come il karmamudra, la cosiddetta «pratica della consorte». Elementi che, nella loro origine culturale, appartengono a un orizzonte religioso e spirituale radicalmente altro rispetto alla sensibilità occidentale contemporanea. Xue Mo non li attenua né li rielabora per renderli più accessibili a un pubblico occidentale: li presenta invece con un realismo quasi visionario, mantenendone la densità simbolica e la forza perturbante. È proprio questa scelta stilistica che, come osserva Moratto, permette di restituire «la gravità e il terrore sacro che questi atti suscitano nella cultura di appartenenza», evitando ogni forma di semplificazione o di esotizzazione superficiale.
Per questo il ricco apparato di note a piè di pagina curato dal traduttore non va inteso come un semplice strumento accessorio di tipo accademico, ma come una vera e propria bussola di orientamento per il lettore. La sua funzione non è quella di addomesticare il testo o di appiattirne le differenze culturali, bensì di renderle attraversabili, offrendo coordinate essenziali per muoversi in un universo simbolico complesso. Le note non riducono la distanza tra i mondi culturali, ma la rendono abitabile, permettendo di sostare in essa senza smarrirne la densità. In questo modo, ciò che potrebbe apparire opaco o lontano diventa comprensibile senza perdere nulla della propria alterità e della propria forza originaria.
Tradurre questo testo, scrive Moratto nella prefazione, «non è stato semplicemente un esercizio di conversione linguistica dal cinese all’italiano, ma un vero e proprio pellegrinaggio attraverso le pieghe dell’animo umano e le vette della spiritualità orientale. Xue Mo, una delle voci più originali della letteratura cinese contemporanea, ci consegna un’opera che sfida le classificazioni di genere: non è solo un romanzo epistolare, né meramente un testo filosofico, ma un dialogo intimo tra l’amore terreno e la ricerca trascendente». Un percorso che ha richiesto non solo competenza filologica, ma anche ascolto, immersione e una continua disponibilità a lasciarsi mettere in discussione dal testo stesso, nella sua alterità radicale.
La sfida centrale era preservare la doppia natura della voce di Saraswati: «la nobiltà ieratica di chi è stata venerata come dea e la disperata, carnale vulnerabilità di una donna che teme per la vita dell’amato». Due registri che in cinese convivono con naturalezza e continuità interna, ma che in italiano rischiano invece di separarsi, perdendo quella tensione unitaria che li rende inseparabili. Riccardo Moratto ha cercato di mantenerli in equilibrio attraverso una prosa attentamente calibrata, che si muove costantemente tra l’altezza della poesia e la concretezza del dolore vissuto, senza mai sacrificare né la dimensione sacrale né quella profondamente umana. Il risultato è una voce che resta stratificata e viva, capace di oscillare senza fratture tra trascendenza e fragilità, tra figura divina e presenza incarnata.
Il volume inaugura la collana Asiatica Biblion, diretta da Riccardo Moratto, con l’ambizione dichiarata di portare in Italia voci della letteratura asiatica ancora poco o per nulla rappresentate nel panorama editoriale nazionale. Non si tratta soltanto di un progetto di pubblicazione, ma di un vero e proprio lavoro di apertura e mediazione culturale, volto a colmare vuoti di conoscenza e a costruire nuovi spazi di ascolto per tradizioni narrative spesso rimaste ai margini della circolazione occidentale.
Una lettera per tutti i lettori
Nella prefazione destinata al pubblico italiano, Xue Mo scrive: «Questo libro è scritto per l’anima. Le lettere d’amore di Saraswati parlano all’amato, al mondo intero e, in ultima istanza, a ciascuno di noi che si dibatte nelle maglie del destino». È una dichiarazione che orienta fin dall’inizio la chiave di lettura dell’opera, sottraendola a ogni riduzione puramente narrativa o sentimentale e collocandola invece su un piano più ampio, quasi universale. L’amore, così, non resta confinato alla vicenda dei personaggi, ma si espande fino a diventare una forma di interrogazione esistenziale rivolta al lettore stesso.
È questo, forse, il senso più profondo di questo libro insolito e necessario: che l’amore tra una dea deposta e un mistico in cammino sull’Himalaya del XII secolo finisce per parlare di qualcosa che appartiene a tutti. La scelta impossibile tra restare e partire, tra il legame e la vocazione. L’attesa che, invece di consumarsi, si sedimenta fino a diventare identità. Il desiderio che continua a vivere anche quando ha rinunciato al proprio oggetto, trasformandosi in una forma diversa di presenza. Come scrive Xue Mo, «la morte è soltanto un altro nome dell’eternità»: una formula che rovescia la percezione lineare del tempo e suggerisce una continuità più profonda. In questa prospettiva, l’amore, in tutte le sue declinazioni, umane e trascendenti, diventa l’unica forza capace non di vincere il tempo, ma di attraversarlo, di interrogarlo, di resistergli senza mai esaurirsi.
Di Riccardo Moratto
