“Negli ultimi mesi, sviluppi senza precedenti fanno pensare a una possibile e forse imminente caduta di Xi Jinping”. Il New York Post azzarda una tesi accolta con maggiore cautela anche da altri analisti. Ma è davvero così? Sebbene non vi siano prove concrete di un indebolimento di Xi all’interno del Partito, le purghe degli ultimi mesi si sono moltiplicate a un ritmo vertiginoso. E così anche i rumors.
L’assenza del presidente cinese Xi Jinping al vertice BRICS del 6 e 7 luglio non è certo passata inosservata non solo a Rio de Janeiro, sede quest’anno di quello che ormai è diventato uno degli appuntamenti più importanti della geopolitica globale. Anche nel resto del mondo, soprattutto studiosi, think thank, e organi di stampa internazionali, almeno a partire dalla primavera scorsa hanno notato una serie di segnali o altre assenze del presidente o strane coincidenze attribuibili secondo le ipotesi più accreditate a un possibile indebolimento del potere di Xi che non avrebbe più il controllo assoluto sul Partito e sul EPL (Esercito Popolare di Liberazione).
Ricordiamo che Xi Jinping non è solo il presidente della Repubblica Popolare Cinese, e il segretario generale del PCC ma anche il presidente della Commissione Militare Centrale (CMC). Ufficialmente il motivo della diserzione al vertice di Rio del presidente cinese, “l’azionista di maggioranza” dei BRICS, sarebbe da imputare a una gaffe da parte di Rosangela Lula de Silva, la first lady brasiliana che il 13 maggio scorso, a conclusione della visita ufficiale in Cina, avrebbe lanciato una dura critica al social media cinese Tik Tok.
Ma la defezione di Xi si inserisce nel quadro di una serie di strani avvenimenti. “ Negli ultimi mesi, sviluppi senza precedenti fanno pensare a una possibile e forse imminente caduta di Xi Jinping”, ha addirittura scritto il New York Post il 28 giugno scorso, sostenendo che gli anziani del Partito, a cominciare dall’ex presidente cinese Hu Jintao, sarebbero ora i burattinai che orchestrano le decisioni più importanti del PCC.
Secondo un’analisi di Jamestown Foundation, think thank statunitense, una spaccatura più profonda delle consuete lotte tra fazioni si sarebbe di recente creata nel Partito: protagonista di questa alterazione dei vecchi equilibri il predecessore di Xi, Hu Jintao, colui che fu umiliato pubblicamente nel 2022, quando durante la cerimonia di chiusura del ventesimo congresso del PCC, venne accompagnato fuori dalla sala dell’Assemblea del Popolo di Pechino. Una scena senza precedenti nella politica cinese recente; anche se si è parlato di un malore, il contesto e le immagini hanno fatto pensare a un possibile messaggio di potere: la chiusura di Xi con l’era di Hu e il consolidamento del suo dominio assoluto. Immagini oscurate dai media cinesi all’interno del paese ma diffuse da quelli internazionali nel resto del mondo, rimaste impresse nella memoria collettiva seppure mai chiarite completamente.
Ma ora gli anziani del Partito compreso Hu Jintao e la sua corrente, ( Lega della Gioventù Comunista, Tuanpai), sembrano riguadagnare terreno, come testimoniano alcuni avvenimenti. Un esempio recente quello di Hu Chunhua, detto “piccolo Hu” per la vicinanza politica a Hu Jintao, e in passato considerato a lungo il potenziale successore di Xi Jinping: il 25 maggio scorso Hu Chunhua ha guidato una delegazione di cinesi d’oltremare in visita all’ambasciata del Vietnam per trasmettere le condoglianze per la morte dell’ex presidente vietnamita, un ruolo solitamente riservato a un membro del Politburo. Significativo anche un discorso recente di Xi Jinping i cui contenuti si rifacevano a frasi e concetti chiave spesso utilizzati dal suo predecessore Hu Jintao, a proposito del “processo politico scientifico, democratico e basato sulla legge”, uno slogan che Hu ha reso popolare e che ha ripetuto nella sua relazione finale al 18° Congresso Nazionale del PCC. Forse una concessione alla fazione Tuanpai.
Rumors si vanno diffondendo da tempo anche sulle cattive condizioni di salute di Xi Jinping. Secondo il New York Post, il declino del presidente sembra inarrestabile e lascia spazio ai suoi avversari politici che colpiscono anche nel mondo militare: purghe, ma anche morti sospette di alcuni generali dell’Esercito Popolare di liberazione, lealisti di Xi, tutti rimpiazzati da figure non allineate.
A guidare le epurazioni c’è chi sostiene sia Zhang Youxia, vicepresidente della CMC, fedelissimo di Xi, colui che dopo aver contribuito a garantirgli un terzo mandato quinquennale si è trasformato quasi in un suo avversario, accumulando sempre maggior potere personale, controllando di fatto l’esercito e la Marina. Un dissenso crescente che affonda le radici su alcune scelte politiche di Xi Jinping molto contestate, a cominciare dal modo in cui ha trattato la questione Taiwan, ricorrendo spesso, secondo i suoi detrattori, a toni di intimidazione o minaccia militare. E del resto pare sia proprio Taiwan e tutto ciò che gira intorno all’isola – che Pechino considera una provincia ribelle – ad aver diffuso o esacerbato le lotte di potere nei ranghi dell’EPL.
Poco prima del forum di Singapore sulla Sicurezza, lo Shangri-la Dialogue, del 30 maggio scorso il ministero della Difesa cinese ha soppresso dalla lista dei membri il nome di Miao Hua (capo del Dipartimento del Lavoro Politico della CMC), considerato il rappresentante politico di Xi Jinping all’interno dell’EPL: l’accusa nei confronti dell’alto ufficiale era di “gravi violazioni della disciplina”. Altra possibile epurazione ai vertici (non ancora confermata) è quella di He Weidong, uno dei due vicepresidenti della CMC, il secondo ufficiale più alto in grado dopo Zhang Youxia, l’altro vicepresidente. La rimozione del generale He Weidong, 68 anni, sarebbe una delle più eclatanti in quanto primo vicepresidente della CMC in carica ad essere eliminato dall’epoca della Rivoluzione Culturale.
Sebbene non vi siano prove concrete di un indebolimento di Xi all’interno del Partito, le purghe degli ultimi mesi si sono moltiplicate a un ritmo vertiginoso. Come sottolinea Pierre Antoine Donnet di Asialyst.com tutto questo potrebbe rivelarsi pericoloso non solo per la gestione della sicurezza in Cina, ma anche per quella dei vicini in Asia Orientale, in particolare il Giappone, la penisola coreana e Taiwan. Un’area ormai ad alta tensione, sempre più militarizzata, cui guardano non solo la Cina e i paesi che si affacciano su quei mari, ma anche gli Stati Uniti d’America. L’area in cui sorge Taiwan. E per Xi Jinping il ricongiungimento di Taiwan alla madrepatria è comunque irrinunciabile anche se si dovesse ricorrere alle armi, a una forza militare che dunque dovrebbe risultare salda e compatta.
D’altra parte l’idea della riunificazione dell’impero cinese, così come aveva fatto nell’antichità il primo imperatore Qin Shihuangdi 220 anni prima di Cristo, non cessa di affascinare il tratto più ambizioso dell’attuale “imperatore rosso” Xi Jinping, il quale farà di tutto per realizzare nel contesto attuale l’unificazione della Cina. E farà di tutto per restare al potere a qualunque costo, fermo restando che come affermano anche molti studiosi occidentali, una guerra contro Taiwan, se fosse Pechino a perderla, rappresenterebbe un serio insuccesso strategico e minerebbe in maniera significativa il prestigio internazionale della Repubblica Popolare Cinese.
Di Maria Novella Rossi*
*Maria Novella Rossi, sinologa e giornalista RAI tg2, redazione esteri. Laureata in Lingua e Cultura Cinese, Dottore di Ricerca su “Gesuiti in Cina”, è stata in Cina la prima volta con una borsa di studio del Ministero degli Esteri dal 1984 al 1986; quindi è tornata molte volte in Cina per studio e per lavoro; è autrice di servizi e reportage sulla vita e la cultura in Cina trasmessi da Tg2 Dossier e da Rai Storia. Autrice anche di reportage sulle comunità cinesi in Italia. Corrispondente temporanea nella sede di Pechino per le testate RAI in sostituzione di Claudio Pagliara, attualmente continua a occuparsi di esteri con particolare attenzione alla Cina e all’Asia.
