Xi e Trump si sfidano sull’Iran, senza (per ora) scontrarsi

In Relazioni Internazionali by Lorenzo Lamperti

La Cina respinge le minacce di Washington sulle sanzioni secondarie. Scorte, nuovi fornitori e minore domanda di petrolio danno a Pechino più margini, ma nessuna delle due potenze vuole un’escalation prima del vertice del 24 settembre tra i leader

“La cooperazione con l’Iran si è sempre svolta nel rispetto del diritto internazionale. Ci opponiamo alle sanzioni unilaterali illegali degli Stati uniti, adotteremo tutte le misure necessarie a tutelare i nostri interessi”. La risposta della Cina al D-day economico di Donald Trump contro Teheran è stata senza sfumature. Nessun segnale di cedimento alla minaccia di Scott Bessent: “Nessuno è al di fuori della portata delle sanzioni americane. Chi non si adeguerà dovrà aspettarsi di uscire dal sistema del dollaro”. Eppure, nessuno dei due contendenti sembra per ora volere uno scontro aperto, in vista del del previsto summit del 24 settembre fra Trump e Xi Jinping.

Washington ha colpito quasi 60 società, molte di Cina continentale e Hong Kong, ma dalle misure sono state accuratamente escluse tutte le grandi banche di Pechino. Evitando dunque di rendere subito concreto lo spauracchio delle sanzioni secondarie. Una parte consistente degli acquisti di petrolio iraniano passa dalle raffinerie indipendenti dello Shandong attraverso intermediari e società di comodo. Washington ha colpito questi circuiti, comprese petroliere che avrebbero trasportato milioni di barili in Cina dall’inizio dell’anno. Ma per chiudere il canale servirebbe salire verso banche e grandi raffinerie.

La prima reazione della Cina è rimasta invece confinata al piano retorico, anche se non si possono escludere limitate ritorsioni economiche. Certo, a differenza di quasi tutti gli altri paesi Pechino non manca di mostrare nuovamente i muscoli. Già dopo il “Liberation Day” dell’aprile 2025, Xi Jinping ha sempre evitato di mostrare il fianco a Trump, ottenendo la tregua siglata lo scorso autunno rispondendo colpo su colpo ai dazi della Casa bianca.

Lo schema non cambia nemmeno ora. Anche perché la Cina arriva al confronto con una vulnerabilità energetica molto ridotta rispetto al passato. Pechino è sin qui uscita quasi indenne dalla crisi di Hormuz, grazie a profonde scorte strategiche, fornitori alternativi e una domanda di carburanti in trasformazione. Dopo il conflitto lampo tra Stati uniti, Israele e Iran del luglio 2025, la Cina aveva accelerato gli accumuli. Alla fine del primo trimestre di quest’anno le riserve erano stimate in 1,54 miliardi di barili. Nel secondo trimestre le importazioni complessive sono scese a 8,1 milioni di barili al giorno, il 32% in meno rispetto ai primi tre mesi. A maggio e giugno sono finite sotto gli otto milioni per la prima volta dal 2016.

Il tutto si traduce con una minore esposizione nei confronti di Teheran. Nel 2025 la Cina assorbiva oltre l’80% delle esportazioni petrolifere iraniane, circa 1,4 milioni di barili al giorno. Ad agosto i volumi sono poco sopra il mezzo milione, un taglio di circa il 40%. Le raffinerie indipendenti dello Shandong, le teapot che hanno assorbito per anni il greggio iraniano scontato, hanno accelerato gli acquisti da Iraq e Brasile. Gli arrivi marittimi dalla Russia sono saliti a circa 1,25 milioni di barili quotidiani. Cresce anche il Canada.

I conti semestrali di Sinopec fotografano la tenuta del sistema. Il colosso statale ricava dal Golfo circa metà del greggio lavorato, ma nel primo semestre ha aumentato l’utile netto del 19,3%, col margine di raffinazione cresciuto del 44,1%. Intanto, l’espansione delle auto elettriche e il boom delle rinnovabili riducono strutturalmente la domanda di benzina. Le importazioni di petrolio diminuiscono anche perché cala il fabbisogno. Tradotto: Hormuz resta centrale nella mappa energetica cinese, ma pesa meno di prima.

Non per questo la Cina vuole una crisi prolungata. Prezzi energetici elevati aumentano i costi interni e comprimono la domanda globale, decisiva per l’export cinese. Le monarchie del Golfo ospitano investimenti e relazioni energetiche che Pechino non intende sacrificare per Teheran.

Il dossier Iran sarà comunque in cima all’agenda dei negoziati con gli Usa e del prossimo vertice alla Casa bianca. Sempre forte dell’arma delle terre rare, Xi potrebbe mostrarsi disponibile a controlli più stringenti sul flusso di componenti dual-use e a ridurre gli affari con Teheran, senza abbandonarla. In cambio chiederebbe però concessioni a Trump, su dazi e chip. O chissà, magari implicitamente, su Taiwan.

Di Lorenzo Lamperti

[Pubblicato su il Manifesto]