Anche Hanoi militarizza, senza clamori, il cuore marittimo dell’Asia e le sue risorse. Aggiungendo 900 ettari di terre artificiali al labirinto di sabbia delle isole Spratly. Che fanno gola anche alla Cina
In Cina le chiamano Xisha, sabbia dell’ovest. A Da Nang invece le chiamano Hoang Sa, sabbia gialla. Qui, nella città costiera del Vietnam affacciata sull’arcipelago delle Paracelso, quelle acque contese sono le protagoniste di un museo. Mappe, fotografie e altri documenti propongono la versione di Hanoi. All’esterno, si trova il peschereccio 90152 TS. Affondato nel 2014 durante uno scontro con una nave di sorveglianza marittima cinese, il suo equipaggio è stato poi salvato da un’altra barca vietnamita.
Negli ultimi anni, non si sono verificati altri incidenti del genere. Mentre le navi di Cina e Filippine entrano in costante rotta di collisione, quelle di Pechino e Hanoi sembrano restare a distanza di sicurezza. Eppure, sotto traccia la questione resta più che mai aperta. Secondo una recente indagine del Wall Street Journal, condotta tramite immagini satellitari, il Vietnam sta continuando a rafforzare la sua presenza nelle isole contese. In particolare nell’arcipelago delle Spratly, a sud-est delle Paracelso. L’arcipelago è un un labirinto di oltre cento scogli e banchi di sabbia, molti dei quali affiorano solo con la bassa marea. Ma sotto quelle acque si nascondono ricchissimi giacimenti di gas naturale e petrolio. E da qui passano rotte commerciali che collegano il Pacifico all’Oceano Indiano. Tradotto: chi controlla le Spratly controlla il cuore marittimo dell’Asia.
Negli ultimi quattro anni, Hanoi ha intrapreso la più ampia operazione di espansione territoriale e infrastrutturale nella sua storia recente. Lontano dai riflettori, draghe e chiatte hanno lavorato giorno e notte tra scogli e barriere coralline per creare circa 900 ettari di nuove terre artificiali. Costruite con sabbia, corallo e roccia estratti dal fondo del mare, le nuove isole vietnamite ospitano ora porti, una pista d’atterraggio lunga oltre tre chilometri capace di accogliere grandi velivoli militari, ampi depositi di munizioni e trincee difensive in grado di ospitare armi pesanti. È un’operazione che, secondo il Center for Strategic and International Studies di Washington, colloca il Vietnam come seconda potenza costruttrice di isole artificiali dopo la Cina. Tra queste spicca Barque Canada Reef, la più grande e tecnologicamente avanzata: una base completa, con infrastrutture portuali, caserme e magazzini, costruita interamente sopra una vecchia barriera corallina. Su Sand Cay, una minuscola macchia di sabbia è diventata in pochi anni un avamposto con un porto fortificato e una pista d’atterraggio.
Secondo il Csis, questi avamposti servono non solo a rafforzare la presenza militare vietnamita, ma anche a proiettare capacità logistiche e di sorveglianza in tutto l’arcipelago. D’altronde, le acque contese tra Pechino e Hanoi sono ricche di risorse naturali. Tanto che al loro interno il governo vietnamita ha assegnato concessioni petrolifere ad aziende nazionali e straniere. Anche se di recente il governo ha dovuto accettare di pagare circa un miliardo di dollari a due compagnie petrolifere internazionali (la spagnola Repsol e la Mubadala degli Emirati Arabi Uniti) dopo aver annullato le loro operazioni nel mar Cinese meridionale in seguito alle crescenti manovre militari della Cina.
Ma, a differenza di Pechino, che mostra le proprie nuove isole come trofei di potenza, Hanoi evita ogni clamore. Il governo non ha mai annunciato ufficialmente la sua campagna di espansione marittima, e le dichiarazioni ufficiali si limitano a formule generiche sulla “protezione della sovranità nazionale”. Dietro questo silenzio c’è una strategia calibrata di equilibrio. Il Vietnam conosce bene il prezzo di uno scontro diretto con la Cina: lo ha pagato nel 1974, quando perse le isole Paracelso in una battaglia navale, e di nuovo nel 1979, nella guerra di confine che costò migliaia di vite. Da allora, Hanoi ha imparato che, per sopravvivere accanto a un gigante, bisogna parlare poco e agire molto. Il suo approccio è quello della “diplomazia mimetica”: espandersi e consolidarsi senza mai oltrepassare il punto che obbligherebbe Pechino a reagire duramente.
Le draghe vietnamite operano lontano dalle telecamere: i militari costruiscono, ma non sfilano. I nuovi porti non vengono inaugurati con parate, ma semplicemente “entrano in funzione”.
La discrezione di Hanoi contrasta fortemente con la strategia ad alta voce delle Filippine. Da quando Ferdinand Marcos Jr. è diventato presidente, Manila ha scelto una linea di confronto aperto: ha reso pubblici gli incidenti marittimi, invitato giornalisti a bordo delle proprie navi e ottenuto il sostegno esplicito di Washington, a cui è legata da un trattato di mutua difesa. Il Vietnam, invece, si muove nell’ombra della diplomazia socialista tra i partiti comunisti dei due paesi, che consente di gestire le eventuali crisi senza esporle all’opinione pubblica. D’altronde, i rapporti politici e commerciali tra Vietnam e Cina sono assai profondi, ulteriormente rafforzati dalla visita della scorsa primavera di Xi Jinping a Hanoi.
Questa strategia silenziosa ha finora dato risultati. Pechino non ha tentato di fermare le draghe vietnamite, né ha reagito con la stessa ostilità mostrata verso Manila. L’atteggiamento più morbido riflette la consapevolezza che il Vietnam non è un alleato degli Stati uniti, nonostante dopo la guerra in Ucraina le autorità di Hanoi abbiano rafforzato i rapporti con Washington da cui stanno iniziando ad acquistare dispositivi di difesa per ridurre la storica dipendenza dalle forniture della Russia.
È un equilibrio delicato. Da un lato, Hanoi non può permettersi di apparire debole, pena la perdita di credibilità interna. Dall’altro, sa che una crisi diplomatica aperta con la Cina potrebbe danneggiare un’economia sempre più intrecciata con quella del vicino del nord. Oggi migliaia di fabbriche cinesi operano in territorio vietnamita, sfruttando il paese del Sud-est asiatico come piattaforma di esportazione verso i mercati occidentali. Rompere questo legame significherebbe mettere a rischio una delle storie di crescita più rapide dell’Asia.
Di Lorenzo Lamperti
[Pubblicato su il Manifesto]
Classe 1984, giornalista. Direttore editoriale di China Files, cura la produzione dei mini e-book mensili tematici e la rassegna periodica “Go East” sulle relazioni Italia-Cina-Asia orientale. Responsabile del coordinamento editoriale di Associazione Italia-ASEAN. Scrive di Cina e Asia per diverse testate, tra cui La Stampa, Il Manifesto, Affaritaliani, Eastwest. Collabora anche con ISPI. Cura la rassegna “Pillole asiatiche” sulla geopolitica asiatica.


