Le reazioni ufficiali, i commenti e le analisi, le implicazioni retoriche e strategiche per Pechino dopo l’attacco di Trump contro Caracas
“Ringrazio Xi Jinping per il suo sostegno fraterno”, dice Nicolás Maduro prima di salutare calorosamente Qiu Xiaoqi, inviato speciale della Cina per l’America latina e i Caraibi. Con lui, nel palazzo di Miraflores, anche la vicepresidente Delcy Rodriguez. Poche ore dopo, il presidente venezuelano è stato catturato durante il raid ordinato da Donald Trump.
La concomitanza tra l’offensiva della Casa Bianca e il colloquio con gli emissari di Pechino, che secondo i media venezuelani aveva “consentito di coordinarsi per contrastare l’aggressione militare statunitense”, rivela i numerosi interessi in gioco in una vicenda dall’impatto globale. Il primo impegno della Cina sarà quello di evitare ricadute di quell’ultimo incontro con Maduro presso le varie forze venezuelane. L’obiettivo potrebbe essere facilitato da un mancato cambio di regime e una sostituzione “interna” di Maduro. In ogni caso, come sempre (e come già sulla guerra in Ucraina) Pechino cercherà innanzitutto di tutelare i suoi interessi, piuttosto che sfruttare l’azione di Trump per imbarcarsi in avventure nel suo vicinato.
Le reazioni ufficiali
La prima reazione ufficiale, come da tradizione in questi casi, è stata quella rivolta alla sicurezza dei cittadini cinesi. Sabato pomeriggio, è stato emesso un avviso dal ministero degli Esteri e dall’ambasciata cinese a Caracas, in cui si esortano i cittadini cinesi a non recarsi in Venezuela “nel prossimo futuro”, chiedendo al contempo a coloro che si trovano già lì di esercitare la massima cautela.
Poche ore dopo, a sera inoltrata, la prima presa di posizione ufficiale:
La Cina è profondamente scioccata e condanna fermamente l’uso sfacciato della forza da parte degli Stati Uniti contro uno Stato sovrano e l’azione contro il suo presidente. Tali atti egemonici degli Stati Uniti violano gravemente il diritto internazionale e la sovranità del Venezuela e minacciano la pace e la sicurezza in America Latina e nella regione caraibica. La Cina si oppone fermamente. Invitiamo gli Stati Uniti a rispettare il diritto internazionale e gli scopi e i principi della Carta delle Nazioni Unite e a smettere di violare la sovranità e la sicurezza di altri paesi.
Spicca l’aggettivo “scioccata”, che rende chiaro come la Cina non si sarebbe aspettata un’azione di questo tipo da parte degli Stati Uniti. La denuncia di “atti egemonici” rientra pienamente nella comunicazione adottata da tempo su Pechino, che critica la “mentalità da guerra fredda” e “imperialista” degli Usa. Da sottolineare l’allargamento non casuale dello sguardo a tutta la regione CELAC (America latina e Caraibi), con cui Pechino ha tenuto un forum bilaterale lo scorso maggio, annunciando un’ampia serie di accordi commerciali e investimenti.
Domenica, invece, la Cina ha chiesto agli Stati Uniti di “liberare immediatamente” Maduro e la moglie. Il tutto sempre in un comunicato diramato dal ministero degli Esteri. Una presa di posizione formale su cui nessuno si fa illusioni vengta accolta, ma che ha la funzionalità di ergersi quasi a portavoce dei paesi dell’America Latina e dei Caraibi. Pur sapendo che gli effetti saranno scarsi o nulli, la Cina cerca così di catalizzare il malcontento globale verso l’azione di Trump, con l’obiettivo di mostrarsi una potenza responsabile.
Commenti e analisi
Su media e social, le prime reazioni seguono sostanzialmente tre binari. Il primo, riprendendo la posizione ufficiale espressa dal governo, critica gli Stati Uniti e denuncia la violazione delle leggi internazionali.
Il secondo, forse altrettanto prevedibile, collega quanto accaduto in Venezuela con quanto potrebbe accadere a Taiwan. “Il raid lampo degli imperialisti americani in Venezuela per arrestare la coppia Maduro fornisce un modello eccellente per il raid dei nostri militari su Taiwan per arrestare Lai Ching-te“, si legge in un commento su Weibo, declinato in diverse variazioni sul tema. C’è anche chi sostiene che la Cina dovrebbe “imparare dagli Stati Uniti” e “risolvere” la questione taiwanese con altrettanta decisione.
Questa volta, si tratta di un’opinione più diffusa sui social che non tra gli analisti citati dai media ufficiali. Si tratta di una differenza rispetto a quanto accaduto circa un anno fa, quando Trump aveva iniziato il suo secondo mandato minacciando l’annessione della Groenlandia e un’azione militare sul Canale di Panama. Per anni, il governo degli Stati Uniti ha esortato la Cina a mostrare “moderazione” nel portare avanti le sue rivendicazioni su Taiwan e a rinunciare alle minacce militari per arrivare all’obiettivo della “riunificazione”. Ma le minacce di Trump sembrano sdoganare anche a livello internazionale le scelte lessicali di Xi su Taiwan.
Zhao Minghao, professore presso l’Istituto di studi internazionali dell’Università Fudan di Shanghai, aveva scritto a gennaio 2025 che le parole di Trump potrebbero causare una rottura con le norme della diplomazia americana e creare un’apertura per la Cina. “Se la Groenlandia viene annessa dagli Stati Uniti, la Cina deve prendere Taiwan”, aveva scritto invece Wang Jiangyu, professore di diritto alla City University di Hong Kong, su Weibo. Chen Fei, professore associato presso la Scuola di Politica e Studi Internazionali dell’Università Normale della Cina Centrale, ha scritto sul portale NetEase che, proprio come la Groenlandia per Trump, Taiwan è un interesse fondamentale per la sicurezza della Cina.
Attenzione: Pechino non ritiene di avere bisogno di legittimazioni internazionali, visto che considera Taiwan una “questione interna” e dunque non paragonabile né all’Ucraina né al Venezuela. Ma ciò non toglie che il superamento trumpiano di diverse linee rosse legali – sia retoriche sia operative – renda più “potabile” l’approccio del Partito comunista sull’isola su cui rivendica il controllo. Ciò non significa che Xi Jinping cambi o acceleri i suoi piani su Taipei per questo, tutt’altro, ma è un elemento che va tenuto in considerazione anche per ipotizzare eventuali reazioni globali (sia commerciali che operative) e degli stessi Stati Uniti.
Il terzo binario dei primi commenti alla cattura di Maduro, segue un’altra direttrice: sminuire le capacità del regime di Maduro e prendere le distanze da implicazioni dirette. Significativo in tal senso il commento di Hu Xijin, ex direttore del Global Times: “Come presidente del Venezuela, Nicolás Maduro non è riuscito a opporre una resistenza efficace all’incursione statunitense; al contrario, è stato catturato dalle forze statunitensi quasi immediatamente. È più una barzelletta di qualsiasi altro nemico di Washington”.
In diversi altri commenti, ci si chiede perché la Cina dovrebbe intervenire in un emisfero così lontano dal suo territorio, considerando che il Venezuela non rappresenta un interesse vitale.
Gli interessi della Cina in Venezuela e in America Latina
A proposito di interessi. Il Venezuela è forse il partner regionale più esplicito della Cina. Pechino è intervenuta più volte con prestiti e investimenti per tamponare la crisi di liquidità di Maduro, che nel 2023 ha firmato con Xi un documento di partnership strategica. Caracas ha anche acquistato equipaggiamenti anti rivolta e mirava ad altri sistemi militari cinesi.
La Cina è anche il primo acquirente di petrolio venezuelano: a ottobre 2025 ha comprato oltre 600 mila barili al giorno. Circa il 70% dell’export totale di Caracas, quarto fornitore di Pechino alle spalle di Russia, Arabia Saudita e Iran. Si tratta di oltre un quarto della quantità di quello importato da Mosca. Ma quel 7% di quota venezuelana di greggio potrebbe non essere banale per la Cina, soprattutto in caso di ulteriori turbolenze dalle parti di Teheran. Trump ha dichiarato a Fox che Xi “non avrà problemi” sul petrolio venezuelano, ma a Pechino non si esclude che Washington voglia usarlo come arma negoziale in caso l’attuale tregua commerciale salti.
Basti pensare alle sanzioni secondarie sul petrolio russo e a eventuali azioni contro l’Iran, col politologo portoghese Bruno Maçães che su X immagina uno scenario di “blocco energetico americano, simile a quello applicato contro il Giappone prima della Seconda guerra mondiale“. In realtà, la Cina sta costantemente riducendo la dipendenza dall’import di petrolio e un’ampia maggioranza del suo fabbisogno è soddisfatto dai combustibili fossili domestici e dal boom delle rinnovabili.
Per quanto riguarda la regione nel suo insieme, torna alla mente la dichiarazione del ministro degli Esteri Wang Yi dello scorso maggio, al forum Cina-CELAC. “L’America latina e i Caraibi non sono il giardino di casa di nessuno“. Concetto ribadito dal nuovo policy paper, pubblicato proprio a dicembre, dedicato ai paesi della regione. Il primo dal 2016, pubblicato forse non a caso pochi giorni dopo il rilascio della strategia di sicurezza nazionale degli Stati uniti. Mentre Washington rilancia la “dottrina Monroe” con caratteristiche trumpiane, Pechino promette aiuti “senza condizioni politiche”, presentandosi come partner solidale e non condizionante.
Si tratta di una sfida politico-retorica alla Casa Bianca. Presentare l’assistenza come priva di vincoli è una carta diplomatica pensata per attrarre governi latino-americani e caraibici che cercano alternative ai modelli tradizionali di finanziamento e cooperazione che spesso comportano condizionalità politiche o economiche di matrice statunitense. Nel dettaglio, Pechino intende facilitare nuovi accordi di libero scambio e progetti su transizione energetica, infrastrutture, industria manifatturiera, agricoltura, nuove tecnologie e aerospazio. Attenzione anche alle risorse minerarie, dopo i vari accordi estrattivi di litio in Bolivia. Si parla anche di cooperazione monetaria, in riferimento all’obiettivo di incentivare l’utilizzo delle valute nazionali al posto del dollaro negli scambi commerciali e finanziari. Nei mesi scorsi, Xi ha annunciato prestiti per 9,2 miliardi di dollari ai paesi Celac, con linee di credito denominate in yuan.
Dal 2000 a oggi, l’interscambio tra Cina e America latina è passato da 12 a oltre 500 miliardi di dollari. Il ritorno di Trump ha sin qui incentivato, piuttosto che scoraggiato, i nuovi affari. A luglio, è stata siglata un’intesa col Brasile per la realizzazione della ferrovia bioceanica. Il progetto è chiamato a trasformare il panorama logistico dell’Amazzonia collegando il porto di Ilheus sull’Atlantico al mega-hub peruviano di Chancay sul Pacifico, inaugurato nel 2024 con fondi cinesi durante una visita di Xi a Lima.
Ma l’attacco al Venezuela rappresenta un primo, grave, test. Eppure, è difficile (se non impossibile) aspettarsi reazioni drastiche da parte cinese. Ufficialmente, Pechino continuerà le critiche contro le azioni americane e proverà a presentarsi come alternativa “stabile” e “responsabile” agli altri paesi dell’area, da tempo interessati anche ai dispositivi di difesa cinesi. Ma, nel concreto, la priorità sarà tentare di instaurare legami coi nuovi leader venezuelani per tutelare i propri interessi.
Le implicazioni strategiche
“Il dominio degli Stati uniti in America latina non sarà mai più messo in discussione“, ha detto Trump nella conferenza stampa subito dopo la cattura di Maduro. “L’America può proiettare la propria volontà ovunque, in qualsiasi momento“, aggiunge Pete Hegseth. L’attacco contro il Venezuela e la cattura di Maduro mandano un messaggio preciso anche alla Cina: gli Stati Uniti hanno ancora la capacità, e la volontà, di utilizzare la propria forza militare per rivendicare potenza anche fuori dai propri confini nazionali. E per rovesciare governi rivali.
Elemento di deterrenza per la Cina? Le aperture della Casa Bianca alla Russia sulla guerra in Ucraina, il rilancio della dottrina Monroe e le pretese sulla Groenlandia sembrano suggerire altro e potrebbero anzi legittimare eventuali azioni di Pechino su Taiwan. Ribadisco: l’impatto non è sulla prospettiva cinese ufficiale, che considera Taipei una questione interna, ma su quella internazionale. La cattura di Maduro “sarà vista come un via libera per usare la forza e ignorare il diritto internazionale. Putin lo sta già facendo, la Cina potrebbe essere la prossima“, dice Noah Barkin di Rhodium Group, in uno dei tanti commenti dello stesso tenore.
In ogni caso, come suggerisce Neil Thomas, la Cina potrebbe usare il raid per rivendicare la stessa libertà di azione nel suo vicinato asiatico, sia nei colloqui privati con gli Usa, sia indirettamente di riflesso sulla scena internazionale. La cattura di Maduro, così come il precedente sequestro delle petroliere o le mire esplicite sulla Groenlandia, possono costituire un precedente per future mosse su Taiwan (dove tra i sostenitori del governo prevale una visione positiva dell’intervento di Trump come prova che gli Usa sono ancora la “polizia del mondo” e che dunque potrebbero intervenire in difesa dell’isola in caso di crisi, ma in altri segmenti dell’opinione pubblica potrebbe aumentare la sfiducia nei confronti di Washington) o sul mar Cinese meridionale. Non un precedente operativo, ma una sorta di humus che tenderebbe a giustificarle.
D’altronde, nell’ultima telefonata tra Xi e Trump, quest’ultimo avrebbe detto di “comprendere l’importanza della questione di Taiwan per la Cina”. E sempre Trump ha parlato di G2 quando ha incontrato Xi a Busan, a fine ottobre. Tradotto: la sensazione è di essere entrati in un’era in cui le grandi potenze hanno il “diritto” di muoversi autonomamente e usare la loro forza di fuoco (sia commerciale, vedasi i dazi trumpiani, sia quella militare, vedasi i bombardamenti su Iran e ora Venezuela) per tutelare quelli che considerano interessi legati alla propria sicurezza nazionale.
Wang Zichen ha fatto notare sulla sua newsletter Pekingnology che, durante le imponenti esercitazioni militari intorno a Taiwan del 29 e 30 dicembre, la Guardia Costiera cinese ha diffuso un poster intitolato “Chokehold” (“soffocamento”), che mostra la capacità della di controllare aree marittime chiave e di sequestrare e detenere “obiettivi pericolosi”. Nel poster viene raffigurata un’unità della guardia costiera intercettare una nave cargo taiwanese della compagnia Evergreen, presumibilmente carica di lanciarazzi americani HIMARS, recentemente acquistati da Taipei. Anche ulteriori materiali di propaganda diffusi dall’Esertico Popolare di Liberazione mostravano navi civili taiwanese cariche di lanciarazzi HIMARS.
Il tutto pochi giorni dopo il sequestro delle petroliere venezuelane da parte degli Usa. Diversi analisti cinesi stanno ipotizzando intercettazioni, sequestri, ispezioni a bordo e persino arresti a bordo delle navi cargo impegnate nel trasporto di armamenti, che potrebbero essere trattate come obiettivi militari. Per ora si tratta di avvertimenti, ma secondo Wang non sarebbero stati colti dalla maggior parte degli osservatori internazionali. Che si passi alle vie di fatto è tutto da vedere, ma si tratta di un segnale da non trascurare.
Attenzione, però, ribadisco: difficilmente Xi cambierà (o accelererà) i suoi piani su Taipei per quanto accade altrove. Ora però sa che sarà più problematico reagire a eventuali azioni su quello che considera un dossier interno.
Di Lorenzo Lamperti
Classe 1984, giornalista. Direttore editoriale di China Files, cura la produzione dei mini e-book mensili tematici e la rassegna periodica “Go East” sulle relazioni Italia-Cina-Asia orientale. Responsabile del coordinamento editoriale di Associazione Italia-ASEAN. Scrive di Cina e Asia per diverse testate, tra cui La Stampa, Il Manifesto, Affaritaliani, Eastwest. Collabora anche con ISPI. Cura la rassegna “Pillole asiatiche” sulla geopolitica asiatica.
