È finito il mito del “sogno americano”, fonte di ispirazione per tanti cinesi negli anni ‘80 e da 15 anni in fase calante: la “kill line” Usa.
“Un americano apparentemente normale va a scuola, ha un lavoro, come tanti si sposa. Poi improvvisamente fallisce da un giorno all’altro, diventa un senzatetto, comincia ad assumere droghe e infine muore tragicamente nel giro di due o tre anni, come se non fosse mai esistito. Gli Stati Uniti sono una vera e propria ‘Città della Notte’, senza alcuna rete di sicurezza”. Principe delle Pianure (Pingyuan Gongzi 平原公子) è solo uno degli innumerevoli commentatori cinesi ad aver criticato nell’ultimo mese lo Stato sociale degli Stati Uniti.
O meglio quella che sul web è stata definita Měiguó de zhǎnshā xiàn (美国的斩杀线): l’“American kill line”. Traducibile letteralmente come “linea di eliminazione” o “soglia di annientamento”, la zhǎnshā xiàn non indica la povertà assoluta, bensì una vulnerabilità sistemica.
È quel punto di rottura finanziario oltre il quale una famiglia della classe media, apparentemente benestante, può essere rovinata da un singolo evento avverso, come una fattura medica inaspettata, un aumento del tasso del mutuo o una settimana di mancato guadagno.
Originariamente, la parola zhǎnshā xiàn nasce nel linguaggio del gaming: si riferisce alla soglia critica di punti vita sotto la quale un giocatore può essere eliminato con un singolo colpo senza possibilità di difesa. Per estensione, l’espressione è poi diventata di uso comune sul web per descrivere situazioni analoghe nella vita reale. Nel lavoro, nel dating, così come nello studio.
Lo stipendio è talmente basso da non permetterti di sopravvivere? Allora sei oltre la zhǎnshā xiàn.
A 30 anni non hai una casa o un’auto di proprietà? Non ti sposerai mai: hai superato la zhǎnshā xiàn.
Non sei entrato in una delle migliori università del paese? Non c’è speranza per il tuo futuro professionale: hai passato la zhǎnshā xiàn.
In altre parole, il termine “kill line” riflette l’ansia e la disillusione nei confronti di un sistema sociale altamente competitivo con lo stesso sarcasmo autoironico di altri popolari neologismi, dal tǎng píng 躺平(“stare sdraiato”) al nèijuǎn 内卷 (“involuzione”). È un espediente cinico ma realistico per descrivere le difficoltà della società moderna. Quando si ha l’impressione che, una volta superata una certa soglia (di età, reddito, status), non ci sia più spazio per un riscatto personale. Una sensazione piuttosto diffusa soprattutto tra la Generazione Z che negli ultimi anni ha dovuto sperimentare difficoltà economiche impensabili per la precedente generazione.
Nata in un contesto domestico, nell’ultimo anno la zhǎnshā xiàn è però diventata un fenomeno soprattutto americano. A metà dicembre, il blogger Sikuiqi Dawang 斯奎奇 大王 ha condiviso la propria esperienza a Seattle come studente di medicina e “raccoglitore di cadaveri part-time”. Il suo racconto spazia dai senzatetto lasciati morire per strada alle lunghe attese davanti agli ospedali, a volte addirittura senza ricevere alcuna assistenza. L’identità dell’utente non è stata confermata e i suoi articoli sono stati rimossi. Ma il dibattito sulla zhǎnshā xiàn sembra godere del placet governativo. Intervendo sui social, alcuni giorni fa il dipartimento della propaganda del Zhejiang ha convenuto che “discutere della ‘kill line’ serve a rimuovere i filtri sugli Stati Uniti, i quali si sono a lungo comportati come il poliziotto del mondo sotto la bandiera dei diritti umani”.
Come si è passati dalla zhǎnshā xiàn cinese all’”American kill line”? C’è chi suggerisce abbia favorito l’afflusso dei netizen americani sui social media cinesi dopo il minacciato ban di TikTok. “All’inizio del 2025, la riconciliazione tra Stati Uniti e Cina grazie a Xiaohongshu ha infranto lo stereotipo che gli americani vivono in grandi case e guidano auto di lusso”, spiega sul Beijing Ribao (Beijing Daily) l’editorialista Guan Mo 关末, secondo cui da allora“le discussioni sui mezzi di sussistenza delle persone sono diventate molto popolari”.
Sebbene il termine “kill line” non sia ancora entrato nel linguaggio ufficiale, il suo significato è stato accostato da molti opinionisti cinesi alla cosiddetta Alice Line, proposta dalla no-profit United Way of America. Si tratta di un acronimo che sta per “Asset Limited, Income Constrained, Employed” (“avere un patrimonio limitato, un reddito ristretto e un lavoro”) utilizzato per indicare le famiglie il cui reddito è superiore alla soglia di povertà federale, ma non sufficiente a coprire i costi di sostentamento di base. Secondo l’ultimo rapporto annuale della Federal Reserve pubblicato a maggio 2025, il 37% degli adulti americani non può permettersi una spesa improvvisa di 400 dollari utilizzando solo contanti o equivalenti. All’interno di questo gruppo, il 13% sostiene di non avere modo di trovare la somma con nessun mezzo, inclusi prestiti o la vendita di beni.
Da dove deriva questo stato di precarietà?
Sulla testata nazionalistica Guancha 观察 , il commentatore Il Tessitore (Zhigong 织工) individua tre cause a partire da un “Sistema creditizio fortemente centralizzato”:
“Quasi tutte le principali opportunità economiche e sociali degli Stati Uniti sono compresse e mappate su pochi sistemi unificati di punteggio creditizio, da cui dipende non solo se puoi ottenere una carta di credito, ma influenza anche direttamente l’affitto, i premi dell’assicurazione auto, le rate del mutuo, i limiti e i tassi di interesse della carta di credito, le utenze, i contratti di telefonia mobile e persino i controlli dei precedenti per determinati settori. Quando la disoccupazione porta al default del debito e il punteggio di credito crolla, i costi di prestito aumentano, creando il primo circolo vizioso”.
Il secondo fattore determinante è quello che Il Tessitore chiama “Alto grado di mercificazione in aree chiave”:
“I rischi sanitari sono una delle cause che più probabilmente innescano un fallimento personale negli Stati Uniti (soprattutto tra i gruppi a basso reddito): oltre il 60% delle procedure fallimentari negli Stati Uniti è ora correlato all’assistenza sanitaria…La disoccupazione può facilmente portare alla perdita dell’assicurazione sanitaria e il rinnovo del COBRA (la prosecuzione dell’assicurazione dopo aver lasciato il lavoro) è estremamente costoso, spesso richiede una spesa compresa tra 1.500 e 2.500 dollari al mese; un peso quasi insopportabile per chi non ha un’occupazione”.
Numero tre, “Ampia privatizzazione del rischio personale”:
”Molti rischi che potrebbero essere condivisi dall’intera società, come la nascita, l’invecchiamento, la malattia, la morte, la disoccupazione, l’alloggio e l’istruzione, negli Stati Uniti vengono trasferiti istituzionalmente a individui e famiglie, che poi utilizzano strumenti di mercato, contratti e capacità di autogestione per tutelarsi. Quando si verificano dei rischi, le conseguenze sono sopportate principalmente dai singoli individui, piuttosto che dallo Stato o dalla collettività”.
Sorvolando sui tecnicismi, l’editorialista del Guangcha Shen Yi 沈逸 conclude che la ‘kill line’ “è semplicemente un meccanismo endogeno dell’innovazione autodistruttiva del capitale per migliorare l’efficienza, utilizzato per gestire chi non può più apportare valore aggiunto e per ‘farlo fuori’ immediatamente”. Da questa angolazione, la società americana assomiglia a un gigantesco tritacarne, “che elimina costantemente i rifiuti per fare spazio a nuovi e vivaci immigrati” secondo le regole del darwinismo sociale.
Seppure con presupposti molto differenti, anche anche l’Europa ha la sua zhǎnshā xiàn. Nel Vecchio Continente la “soglia di annientamento” è il prodotto di un welfare “troppo buono”.
“La rete di sicurezza è troppo fitta spinge chi lavora sodo a sentirsi uno stupido, mentre chi non lavora vive comodamente, creando alla fine una trappola enorme che alimenta la pigrizia. Ancora più grave è il fatto che le società europee stiano vivendo un calo della produttività del lavoro e un aumento del debito pubblico, eppure le prestazioni sociali non possono essere fermate. Sono costrette a continuare a vivere di debiti e a chiedere aiuto al loro ‘fratello maggiore’ americano”.
Siamo davanti a un capovolgimento retorico rispetto ai primi anni Duemila, quando in Occidente impazzava The Coming Collapse Of China, saggio dell’editorialista americano Gordon Chang sul presunto inevitabile collasso della Cina. Eppure, ventisette anni dopo, il Partito comunista cinese è ancora lì, al suo posto. Nel frattempo, i tradizionali indici del potere – dal prodotto interno lordo alle forze armate – non sono più gli unici fattori a incidere nella competizione tra la Repubblica popolare e gli Stati Uniti.
Per Pechino, che rubrica tra i diritti umani la capacità di assicurare benessere materiale, la superiorità di un governo si misura sempre di più sulla base dell’efficienza, della risposta ai bisogni primari della popolazione. E’ il pragmatismo del “socialismo con caratteristiche cinesi” contro la superiorità morale del sistema democratico americano.
Come fa notare il Beijing Ribao, “sebbene la Dichiarazione d’Indipendenza americana affermi chiaramente che i diritti alla vita, alla libertà e al perseguimento della felicità sono diritti inalienabili, molti americani comuni non dispongono nemmeno delle più elementari garanzie per i loro diritti economici e sociali”.
A ciò si aggiungono i progressi compiuti dalla Cina, a partire dalla sconfitta della povertà assoluta annunciata nel 2020. Quello in corso, quindi, secondo lo Shangguan Xinwen 上观新闻 (l’ex “Shanghai Observer”) “è essenzialmente un processo di demistificazione della percezione degli Stati Uniti come ‘superpotenza’ di lunga data tra il popolo cinese.
La psicologia sociale riflette la realtà sociale. Con i cambiamenti nel panorama economico e tecnologico, la fiducia in se stessi del popolo cinese è costantemente aumentata, portandoli naturalmente a considerare i paesi sviluppati occidentali, che un tempo ammiravano e cercavano di raggiungere, su un piano di parità. Nel frattempo, i conflitti etnici sempre più acuti, le tensioni razziali, il divario tra sinistra e destra e la disuguaglianza di ricchezza negli Stati Uniti negli ultimi anni stanno infrangendo il precedente ‘filtro’ e rivelando i difetti e le lacune intrinseche del suo sistema”.
In altre parole è finito il mito del “sogno americano”, fonte di ispirazione per tanti cinesi cresciuti negli anni ‘80, e in fase calante dalla crisi internazionale del 2008.
Quanto il dibattito è il frutto di un sentire spontaneo e reale, quanto è invece è propaganda orchestrata dall’alto? Difficile dare una risposta certa. Vero è che negli anni la Cina si è dotata di diversi salvagenti. La rete di sicurezza familiare, ovvero l’assistenza reciproca all’interno della famiglia e le abitudini di risparmio costituisce un primo strato cuscinetto, a cui si aggiunge la rete di sicurezza fornita dal governo: il sistema di monitoraggio per impedire alle persone di ricadere nella povertà, l’indennità minima di sussistenza e l’assicurazione sanitaria di base, ormai estesa al 95% della popolazione, riducono il rischio di una ricaduta nella povertà. Ad esempio, come spiega Il Tessitore, “se una famiglia contrae un debito di 200.000 yuan a causa di un’improvvisa emergenza medica, il sistema attiverà automaticamente un allarme preventivo a livello provinciale o comunale e fornirà assistenza”.
Sulla questione si è espressa anche Lizzi C. Lee, acuta analista dell’Asia Society di New York. Secondo l’esperta, “con la globalizzazione e le nuove tecnologie, i beni (come cibo, elettrodomestici, elettronica) negli Stati Uniti sono diventati molto più economici. Ma i servizi ad alta intensità di manodopera (alloggio, assistenza sanitaria, istruzione, assistenza all’infanzia, ecc.) hanno preso la direzione opposta. E per molte famiglie, questi non sono servizi opzionali […] Il costo dei servizi essenziali in Cina è molto più basso (il che comporta problemi a sé stanti, ma questo è un altro discorso). L’assistenza sanitaria è più economica, l’assistenza all’infanzia si affida maggiormente alle famiglie o a opzioni a basso costo, e gli alloggi, sebbene ancora molto costosi nelle città principali, sono più gestibili nelle zone di fascia inferiore, con più programmi governativi e opzioni accessibili. Quindi la Cina fa molto meno in termini di trasferimenti diretti o sostegno economico, ma la struttura dei prezzi fa sì che i servizi non negoziabili siano generalmente più gestibili”.
Naturalmente, ci sono molte lacune e aree sottosviluppate, soprattutto nelle regioni rurali, e per diversi aspetti il sistema di welfare formale cinese è molto più debole di quello degli Stati Uniti, conviene Lee: “Ma le strutture sociali informali, in particolare il sostegno alle famiglie, combinate con prezzi dei servizi più bassi, creano una sorta di cuscinetto di base che rende il sistema, almeno per certi versi, meno fragile”.
Certo, rimane ancora molto da fare. Stando a quanto affermato nel 2020 dal defunto premier Li Keqiang, all’epoca 600 milioni di persone in Cina avevano un reddito mensile di circa 1.000 yuan, appena sufficiente per affittare una stanza in una città di medie dimensioni. Numeri da prendere con le molle ma – considerata la fonte – con un forte impatto simbolico.
“La mia impressione generale è che il riferimento a politiche e dati negli Stati Uniti sia una strategia retorica – ci spiega Zha Daojiong, docente di relazioni internazionali presso la Peking University – la Cina è indietro rispetto agli Stati Uniti nel garantire un livello minimo ai più vulnerabili, in particolare i poveri delle zone rurali; e i poveri delle aree urbane non se la passano molto meglio”.
Ecco che, per Zha, l’improvviso interesse per i problemi americani potrebbe scaturire in realtà dall’ansia sociale nei confronti della promozione da parte del governo cinese dell’intelligenza artificiale – in generale delle tecnologie avanzate – e dei suoi effetti sostitutivi sulla manodopera di basso livello. “Non è escluso sia un modo indiretto per esortare le autorità a prestare maggiore attenzione alle vittime silenziose del rapido cambiamento socioeconomico in corso nel paese”, suggerisce l’esperto.
Che non sia tempo per i trionfalismi, lo ammette anche il Shangguan Xinwen: “Il nostro scopo nel discutere oggi dell’’American kill line’ non è quello di essere compiacenti o di compiacerci, bensì di imparare dall’esperienza e dalle lezioni studiando e analizzando a fondo gli Stati Uniti come uno specchio per continuare a fare bene le nostre cose e seguire la nostra strada”. D’altronde resta il fatto che tutt’oggi, nonostante la stretta di Donald Trump sull’immigrazione, gli Stati Uniti si confermano la destinazione principale per gli expat cinesi. Circa il 28% degli 8,6 milioni di cinesi residenti all’estero, secondo il Migration Policy Institute di Washington.
Di Alessandra Colarizi
[Questo articolo è stato scritto per la newsletter di Simone Pieranni Il Partito]
Classe ’84, romana doc. Direttrice editoriale di China Files. Nel 2010 si laurea con lode in lingua e cultura cinese presso la facoltà di Studi Orientali (La Sapienza). Appena terminati gli studi tra Roma e Pechino, comincia a muovere i primi passi nel giornalismo presso le redazioni di Agi e Xinhua. Oggi scrive di Cina e Asia per diverse testate, tra le quali Il Fatto Quotidiano, Milano Finanza e il Messaggero. Ha realizzato diversi reportage dall’Asia Centrale, dove ha effettuato ricerche sul progetto Belt and Road Initiative. È autrice di Africa rossa: il modello cinese e il continente del futuro.


